L’immobilità recalcitrante di Copi

A Campo teatrale è andato in scena lo spettacolo La donna seduta per la regia di Claudio Orlandini, ispirato al fumetto di Raúl Damonte Botana – in arte Copi. Sulla scena solo tre attori uomini-donne chiamati a trasfigurare il dolente urlo esistenziale del drammaturgo argentino, che Orlandini ha fatto suo in questa rilettura drammaturgica che attinge anche ad altre celebri pièces dell’autore.

La scenografia si compone di tre pannelli che ricordano i quadri vuoti di un fumetto, sopra i quali scorrono incessantemente le esistenze alienate e stropicciate di ibridi figuri ora svettanti su tacchi vertiginosi e strizzati in minigonne inguinali fucsia, ora saltellanti con orecchie da topo-coniglio o striscianti in pigiami da lumaca.
L’indiscussa protagonista, che a turno interloquisce con questi stranulati personaggi, è lei, o meglio lui, la “donna seduta”, alla quale il talentuoso Marco Oliva presta voce, corpo e carisma.
Il ritmico susseguirsi di sketch, farciti di dialoghi serrati e illogici, restituisce il tragicomico mondo en travesti partorito dalla penna dell’autore argentino. La rilettura di Orlandini attinge infatti ad altre drammaturgie di Copi: assistiamo allora sulla scena alla difficoltà di Irina, un atletico e vulcanico Umberto Banti, di esprimersi, di spiegarsi, di farsi comprendere, di incasellare la propria identità, sessuale innanzitutto. Un vero e proprio teatro dell’assurdo, un’allucinazione il cui leitmotiv diventa una frase-esortazione che la madre, l’eclettico Michele Clementelli che compone e scompone il fisico asciutto e atletico in pose plastiche di impeccabile rigore, ripete ossessivamente: «Irina, mangia la minestra!».
Non solo alcune battute ma anche alcuni gesti sono reiterati, come se il senso di tutta questa frammentarietà e libera associazione di parole, immagini, citazioni, suggestioni, colori e note stranianti composte da Gipo Gurrado, andasse ricercato proprio in questa alienante ripetizione di partiture fisiche e verbali.
Ascoltiamo, senza quasi più stupore perché ogni soglia del dicibile e del possibile è stata ormai varcata, la storia della signora Mozzarella che cede la parola al signor Topo o alla signora Pianta Velenosa. In questa matta reificazione umana e personificazione di cose e oggetti a smarrirsi il non-sense assurge a unica certezza, e a smarrirsi è la capacità stessa di comunicare, di comunicarsi se non giungendo al parossismo, all’estremo, alla deformazione.
Sulla scena si assiste infatti a un rimbalzare costante di comico e tragico, di risa strabordanti e silenzi pesanti, senza soluzione di continuità. Una battuta può cambiare il senso delle cose, nell’esistenza assurda di questi personaggi, la cui solitudine esistenziale esplode sul palco proprio attraverso questa incapacità di trovare un equilibrio tra fragorose risate e silenzi amari, sulla scena come nella vita.
Straordinaria è la forza centripeta di questa donna che, nonostante la sua immobilità fisica (è costretta dal suo inventore a stare seduta) è capace, come fosse l’occhio del ciclone, di attrarre a sé questi personaggi fantastici e bizzarri che le gravitano attorno per poi respingerli ai margini della scena, della vita, della società. Il suo volto è una maschera grottesca di trucco pesante che ricorda insieme un quadro Ensoriano e una diva ormai appassita d’altri tempi. Il suo corpo sembra riscattarsi dalla piatta e stilizzata bidimensionalità fumettistica e la sensibile regia di Orlandini riesce a conferirle tutta la tridimensionalità umana. In una scena di poetica bellezza, la fisicità importante di Marco Oliva si trasfigura e sul palco, come per magia, è come se vedessimo volteggiare non più lui, ma l’esile ballerina di un carillon con la gonna nera gonfiata a palloncino.
Marco Oliva tratteggia un personaggio dalla complessa e poliedrica personalità che oscilla tra un’elegante e regale compostezza e una sguaiata e irriverente scompostezza, dicotomia affidata ai diversi cambi di tono e registro, che ogni tanto ricordano anche l’alienato Luciano, interpretato da Danio Manfredini nel toccante Tre Studi per una crocifissione.
Tutti e tre i personaggi cercano di legittimare la propria sofferta esistenza agitandosi sul palcoscenico della vita, in questo crudo teatro di realtà, dove cambi di identità, stupri, aborti e agnizioni sono all’ordine del giorno. L’atmosfera che si respira è quella di una bolla sospesa, a tratti malinconica, bucata soltanto dagli accorati e solipsistici soliloqui che la donna seduta intrattiene idealmente con vips mediatici da Pippo Baudo a Maria De Filippi. Un piccolo televisore portatile che si tiene stretto al petto è infatti il solo oggetto scenico, insieme alla sedia, per lei di vitale importanza. Forse perché quel rassicurante rumore di fondo e le storie delle vite degli altri le danno l’illusione di sentirsi reale e non soltanto uno scarabocchio, costretto a stare seduto, su una sedia fn troppo scomoda, per volere del suo folle disegnatore.

Lo spettacolo è andato in scena
Campo Teatrale
Via Casoretto 41/A
Dal 3 all’8 maggio 2016

La donna seduta
da Copi
adattamento drammaturgico e regia Claudio Orlandini
con Umberto Banti, Michele Clementelli, Marco Oliva
luci Fausto Bonvini
scene e costumi Anna Bertolotti
aiuto costumi Andrea Luvrano
musiche originali Gipo Gurrado
trucco Beatrice Cammarata

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