Allo Spazio Scenico PIM Roberto Castello, complice il pubblico, ammazza il senso con i gesti e con le parole, con la danza e con la scrittura, riportando in vita strascichi futuristi e dada. Una liberatoria e gioiosa danza in onore della soggettività.

Stupore, sconcerto, incredulità, confusione. A tratti l’impressione di aver afferrato il bandolo della matassa, ma dopo solo pochi passi, di nuovo la fitta nebbia. Movimenti, suoni, luci, immagini affollano la mente, si sovrappongono, e quando finalmente le sensazioni si riordinano in un pensiero verbale, in un dubbio chiaro – “ma che senso ha tutto questo?” – ecco che arriva la risposta, puntuale, anch’essa verbale, proiettata nitida e inequivocabile su un luminoso sfondo bianco: «Il senso che ti pare».

Ancora stupore, ancora incredulità. Chissà come, Roberto Castello riesce a lasciare allo spettatore il tempo di creare domande, di riflettere, gli permette di vagare da solo, addirittura di allontanarsi dallo spettacolo all’inseguimento di idee proprie, personali, per poi riprenderlo con decisione per mano e riportarlo lì, alla scena, alla danza. Lascia che ognuno interpreti con serenità ogni cosa, e poi dichiara la sua verità, mai assoluta. Regala a ognuno la possibilità di reagire da solo, in modo unico e soggettivo, a ogni stimolo, ricordando che forse l’impulso è più importante della reazione.

Così, ospita sul palco i mixer audio e luci, crea sulla scena una zona dedicata alla tecnica, una sala dei bottoni che è allo stesso tempo la casa dei pensieri e il giardino degli impulsi naturali, esterni; un’area piena, volutamente sbilanciata rispetto al resto dello spazio, vuoto e spoglio, da cui l’attore si lascia impressionare, guidato dai suoni e dai rumori che da lì scaturiscono, e a cui ritorna, rispettoso e ironico allo stesso tempo, per abbellirne i perimetri con vasi di fiori e luci di Natale.

Il grigiore iniziale (tutto è solo bianco o nero, ma mai intenso, mai deciso, sempre sbiadito o sporco) gradualmente si anima di colori e musiche, di movimenti ed emozioni. Al pubblico vengono mostrati simboli, immagini che per convenzione sono inequivocabili, e ogni volta vengono inesorabilmente distrutti. Un irriverente taglio netto al cordone ombelicale che lega significante e significato: i nasi rossi cadono come pomodori e al loro posto spuntano carote e melanzane, le parole dei giornali si mischiano dando vita a notizie assurde, le frecce non sempre indicano la giusta direzione e le lettere si rifiutano di seguire un ordine logico. Con sollievo, si assiste alla rivoluzione del senso, e mentre il mimico corpo del ballerino si libera da ogni vincolo scuotendosi di dosso la necessità di seguire a tutti i costi una logica prestabilita, la mente di chi guarda riscopre il piacere di riempire ogni cosa del significato che preferisce.

Certo, è già stato fatto, anni fa. I futuristi, i surrealisti, soprattutto il movimento dada: la ricerca di una soggettività pura anche attraverso lo svuotamento di una parola del suo significato, l’utilizzo del linguaggio verbale slegato da ogni tipo di costrizione o vincolo sono già stati sperimentati in tanti modi e in tutte le forme artistiche. Ma anche se storicamente l’idea non è nuova, per ogni spettatore in sala, e per l’artista sul palco, lo è stata. L’esperienza diretta è molto diversa dallo studio su un libro, si sa; e il contesto, gli occhi, le menti, non sono più quelli di un secolo fa.

Uno studio, come ci ricorda il sottotitolo e ci avverte il geniale prologo, in cui Castello comunica con lo spettatore attraverso la voce di Alessandra Moretti, dettandole le frasi al telefono. Uno spettacolo che ingloba anche ciò che lo precede – il riscaldamento – che riabilita i problemi tecnici, che sicuramente è, come il suo stesso creatore dichiara: «Un lavoro non finito». E se fosse infinito?

Lo spettacolo è andato in scena:
PIM Spazio Scenico
via Tertulliano 68 – Milano
venerdì 23 e sabato 24 aprile

La fabbrica del senso lato. Primi macchinari
ALDES
Un progetto di Roberto Castello
con Roberto Castello
collaborazione musicale Letizia Renzini, Stefano Giannotti
con il sostegno MIBAC Ministero dei Beni Culturali/Dipartimento Spettacolo, Sistema regionale dello spettacolo/Regione Toscana

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