Annunciate loro uno spettacolo crudele

Il Teatro India mette in scena La filosofia nel boudoir per la regia di Fabio Condemi, ma la rilettura moderna di Sade non è meno feroce.

La figura e l’opera del marchese De Sade, libertino francese vissuto fra la fine dell’Ancien Regime, la rivoluzione francese e l’epoca napoleonica, ha continuato a scandalizzare e a influenzare autori appartenenti a diverse correnti artistiche, soprattutto nel Novecento.

Senza scomodare il ben noto film Salò di Pasolini, De Sade ha avuto echi significativi anche nel teatro moderno, che o ha attinto direttamente da uno dei suoi testi – è recente una reinterpretazione delle 120 giornate di Sodoma a firma di Milo Rau – per trasporne le perverse vicende sul palco, oppure lo ha innalzato direttamente a personaggio teatrale, come nel caso del celebre Marat/Sade di Peter Weiss.

Formatosi presso il Teatro Stabile di Genova e la Silvio d’Amico di Roma, il regista ferrarese Fabio Condemi, ormai lanciatissimo dopo essersi più volte cimentato con testi di Pier Paolo Pasolini, affronta la non facile impresa di portare in scena La filosofia nel boudoir del «Divino marchese», come lo definiva Breton. Protagonista del dialogo filosofico di Sade, così come dello spettacolo, è la quindicenne Eugénie, vergine e all’inizio delle vicende del tutto ignara della sessualità umana: tre nobili francesi, due uomini e una donna, si prendono carica di iniziarla alla sessualità e di renderla, nel corso di una sola giornata, un’autentica libertina, perversa e feroce almeno quanto loro.

La filosofia nel boudoir di Sade era già, per come è scritto, una potenziale drammaturgia fatta e finita, con la scansione chiara delle battute dei personaggi, delle loro reazioni e dei loro movimenti, nonché l’indicazione piuttosto precisa per quanto riguarda l’ambientazione: un boudoir, vale a dire la stanza privata di una nobile francese. A livello testuale, Condemi, anche traduttore, realizza un’inevitabile condensazione del testo: le battute e le dinamiche che intercorrono fra i personaggi sono così ancora più schematiche e macchiettizzate rispetto all’originale e aver privato il testo di Sade di tutta la sua prima scena introduttiva non rende molto fluido l’inizio dello spettacolo. Lo stile e il linguaggio delle battute non sono molto agevoli per gli attori, che comunque se la cavano tutti piuttosto bene, con la parziale eccezione della giovane Carolina Ellero, a tratti un po’ troppo esagerata nei panni di Eugénie.

È la messa in scena l’aspetto più riuscito dello spettacolo: si rinuncia a ogni tentativo di rappresentare il boudoir del titolo, fatto salvo per una piccola vasca d’acqua dove a un certo punto Eugénie si lava; il palco diventa uno spazio quasi metafisico da esplorare in tutta la sua grandezza e dove le scenografie mutano posto per intervento degli attori fra una sezione e l’altra della lezione. Un uso originale di schermi per le proiezioni impreziosisce lo spettacolo: la maggior parte delle immagini vengono proiettate sui due schermi dagli attori stessi, realizzando sul momento scritte, effetti visivi di vario genere nonché collage di opere d’arte di nudo artistico appartenenti a diversi periodi storici. Particolarmente riuscita e surreale è la sezione intitolata Composizione, in cui viene rappresentato lo sverginamento di Eugénie in una maniera statica, con i quattro attori che pronunciano battute e versi di piacere a distanza, ciascuno davanti a un microfono, mentre in sottofondo un’aria classica fa da colonna sonora, un altro aspetto molto curato dall’ottima regia di Condemi.

«Il 14 luglio 1789 fu veramente rivelatore ma alla maniera dissimulata di un sogno»: solo questa frase proiettata verso la fine dello spettacolo, allusiva ma significativa, ricorda allo spettatore che la concezione e la stesura della filosofia del libertinaggio esposta nel dialogo è contemporanea alla Rivoluzione Francese e alle prime riflessioni sui diritti dell’uomo. Stupisce invece un interessante guizzo interpretativo: lo spettacolo si apre con le proiezioni delle prime battute del Dialogo fra Atlante ed Eracle, tratto dalle Operette morali di Giacomo Leopardi, quasi a suggerire un confronto fra i due pensatori. Opposti per quanto concerne il ruolo dell’uomo all’interno della sua comunità, Leopardi e De Sade possono a ben vedere essere accostanti per la loro problematica e inquietante visione della natura, termine a cui ripetutamente fanno riferimento i libertini protagonisti dello spettacolo: la natura è al tempo stesso modello di libertinaggio e causa di errore, dal momento che essa «tollera la procreazione», dando però agli uomini una serie di perversioni e passioni soggettive; la natura è quindi «bizzara», come osserva il dotto Dolmancé ed è alla natura che fa riferimento uno dei pochi elementi fissi della scenografia dello spettacolo, un’ampia chiazza di vegetazione nella parte in basso a destra del palcoscenico, dove si svolgerà, nell’ultima scena, lo stupro della madre di Eugénie. Osservando la natura Dolmancé non tarda a concludere che è la crudeltà il grado zero del comportamento umano. L’educazione cerca di estirparla, soprattutto nelle donne, ma «annunciate loro uno spettacolo crudele, con un duello, un incendio, o un combattimento di gladiatori, e vedrete come accorreranno!».

Uno dei più interessanti guizzi registici dello spettacolo è proprio la sua sottile metateatralità: nella sezione più interessante del testo, la lezione relativa all’Estetica – dove fra le parole di Sade vengono citate anche riflessioni moderne non lontane da certa analisi femminista – si rimarca proprio come la nudità sia tale solo in relazione dello spettatore che lo guarda, come il nudo europeo, a differenza di altre tradizioni artistiche come quella nipponica, si basi proprio sull’implicare una relazione fra la donna rappresentata nuda e l’osservatore che voyeuristicamente la guarda; e lo stesso pubblico viene di tanto in tanto alluso, nei gesti e nelle battute degli attori, come quando Eugénie, facendosi il bagno, illumina volutamente alcuni singoli spettatori grazie al riflesso di uno specchio. Con la presenza frequente di nudi integrali, sia femminili sia maschili, la messa in scena è radicalmente esplicita, ma al tempo stesso asciutta. Stupisce peraltro come Condemi sia riuscito nell’impresa di rappresentare il testo di De Sade senza fronzoli, senza cercare di problematizzarne e di esorcizzarne la carica scandalosa, di distaccarsi dalle sue tesi feroci: negli ultimi minuti dello spettacolo l’ultima proiezione chiede al pubblico, citando Simone De Beauvoir, se «dobbiamo bruciare Sade?», ma dopo l’omicidio della madre di Eugénie quello stesso pubblico si trova ad applaudire quattro assassini. La filosofia nel boudoir di Condemi è allora uno spettacolo che applica bene il concetto di tdella crudeltà, sia nella formulazione teorica di Artaud sia nel significato più letterale del termine, un’esperienza catartica che prende le mosse da un calcolato svelamento, di stampo sostanzialmente illuminista, di quanto di arbitrario e di artificiale vi sia nelle norme del vivere sociale e soprattutto in quelle che regolano la normalità sessuale.

Lo spettacolo continua
Teatro India

Lungotevere Vittorio Gassman 1, Roma
dal 1° all’11 ottobre
da lunedì a sabato ore 21, domenica ore 18

Teatro di Roma e Teatro Piemonte Europa presentano
La filosofia nel boudoir
da Donatien-Alphonse-François de Sade
traduzione, drammaturgia e regia di Fabio Condemi
con Carolina Ellero, Marco Fasciana, Candida Nieri, Gabriele Portoghese, Elena Rivoltini
drammaturgia dell’immagine e costumi di Fabio Cherstich
sound design di Igor Renzetti
light design di Camilla Piccioni
composizioni vocali di Elena Rivoltini

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