La gatta sul tetto che scatta

teatro-verdi-pisa-80x80Le risate aspre provocate dal dramma di Tennessee Williams risuonano anche nella versione di Arturo Cirillo che, al Verdi di Pisa, fa ancora una volta centro.

Dramma da camera al Teatro Verdi di Pisa (in questo caso camera da letto dei due coniugi Maggie e Brick), La gatta sul tetto che scotta di Tennessee Williams è radicato nell’immaginario collettivo grazie all’indimenticabile versione cinematografica del 1958 con Elizabeth Taylor e Paul Newman – e il paragone con il film è quasi inevitabile: in certi momenti si rimpiange il physique du rôle della trascinante Taylor, senza nulla togliere a Vittoria Puccini, che usa la voce come mezzo espressivo di forza, ma non incide con i movimenti scenici, secchi e scattosi. Tuttavia, il battito cardiaco dello spettacolo – per la regia ricettiva di Arturo Cirillo – è sempre accelerato. L’organismo teatrale respira quindi a pieni polmoni e ossigena gli spettatori, come la selva sullo sfondo – nei momenti di confessione più intimi – ossigena metaforicamente l’aria viziata. La gatta sul tetto che scotta torna quindi alla sua tana iniziale, il teatro, dove il freddo e il calore delle parole velenose del testo possono starsene rannicchiati per poi colpire all’improvviso.

La famiglia, del resto, è il bersaglio preferito di Tennessee Williams, che affila la sua penna per intagliare un graffito fatto di linee spezzate, fragili, di una pesantezza inconsistente. La trama è ben nota. Assistiamo alla festa di compleanno del ricco magnate di un prospero impero, capo famiglia che non sa ancora di essere ammalato di cancro. Se uno dei suoi due figli mira all’eredità insieme alla moglie, perennemente incinta, il secondogenito, Brick, sembra disinteressarsi di tutto, tranne che della bottiglia di whisky, mentre la sua consorte Maggie è disperata perché non riesce a diventare madre. La stupenda scenografia riproduce la stanza da letto dove l’intero spettacolo affonda le sue radici e dove si consuma la storia. Geometrico e iperrealistico, l’arredamento è macchiato con colori sgargianti come un quadro di Hopper, e rende magnificamente l’idea di un’America benestante, ipocrita e in fase di declino. Come labirinti sarcastici e graffianti di sentimenti irrisolti, i rapporti tra i personaggi si infittiscono, si inaspriscono e, alla fine, si allentano per far entrare piccole schegge di bontà.

Tennessee Williams ha il dono di rendere trasparenti e allo stesso tempo ermetici i protagonisti delle sue opere, che all’inizio appaiono riservati per poi esplodere come i fuochi d’artificio che, di tanto in tanto, sono proiettati in scena. Maggie “la Gatta” sembra dura e cinica, ma l’amore per il prossimo la marchia irrimediabilmente; il marito appare insensibile ed egoista ma è anche fragile e umano; il fratello e la moglie sembrano perbenisti e generosi ma sono rapaci e opportunisti; il padre di famiglia sembra aggressivo e avido è generoso e tollerante. Arturo Cirillo riesce a regalare ancora una volta la sofferenza e il disagio esistenziale legati a doppio filo a uno humour pungente e indispensabile, indovinando l’emotività primordiale e allo stesso tempo calcolata di un drammaturgo che ha capito la falsità del suo e del nostro tempo come pochi altri.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Verdi
via Palestro, 40 – Pisa
domenica 1° marzo, ore 17.00

La Compagnia Gli ipocriti presenta:
La gatta sul tetto che scotta
di Tennessee Williams
regia Arturo Cirillo
traduzione Gerardo Guerrieri
con Vittoria Puccini, Vinicio Marchioni, Paolo Musio, Franca Penone, Salvatore Caruso, Clio Cipolletta e Francesco Petruzzelli
scene Dario Gessati
luci Pasquale Mari
musiche Francesco De Melis

2 Commenti

  1. Ho visto lo spettacolo ieri sera a Roma.
    Davvero pessime interpretazioni. La Puccini non è proprio all’altezza e fatica davvero in quel ruolo.
    Si impegna certo, ma non basta, è a tratti innaturale, si muove troppo, nei primi minuti sembra quasi una parodia. La sua voce roca non l’aiuta certo.
    Marchioni è sempre uguale in ogni battuta, non recita, riporta il copione.
    Deludente

  2. Devo dire la verità, il motivo per cui sono andata a vedere lo spettacolo è stato, non soltanto, per l’opera in sé, ma soprattutto perché incuriosita dalla nuova ‘sfida’ intrapresa da Vittoria Puccini. Apprezzo sempre chi cerca di ‘gettare il cappello oltre l’ostacolo ’. Ebbene, dopo dieci minuti dall’inizio dello spettacolo, volevo uscire e questo non mi accadeva da anni, mi ha bloccata il fatto di essere al centro della fila e che la mia eventuale scelta avrebbe costretto una decina di anziani signori/e ad alzarsi. I suoi toni erano, a mio modo di vedere, completamente alterati, la voce spesso camuffata non sua, a tratti sembrava volesse imitare lo stile e la presenza scenica delle vere attrici di teatro, intendo con questo coloro che hanno fatto la gavetta prima di approdare ad un ruolo da protagonista e che del teatro si sono nutrite. Il personaggio centrale di un’opera, come nel caso di Maggie, è come il ‘la’ per uno strumento, senza il giusto accordo la sinfonia è stonata. La stonatura dell’accordo ha, inevitabilmente, trascinato nel baratro i restanti attori che sono risultati completamente scollati, mancavano di affiatamento, addirittura in certi momenti ho avuto la sensazione che si fosse instaurata una sorta di gara a ‘chi recitava meglio’, dico questo pensando in particolare modo ai due attori più convinti: il padre e la madre di Brick. Concludo con lo statico (e non perché claudicante nella parte) Vinicio Marchioni, ripeteva la parte ignorando completamente la presenza dei restanti personaggi. Persino nell’assolo con il padre, che doveva essere (in teoria) il pezzo di bravura, non è riuscito ad imporsi ed essere dentro la parte. Spettacolo sconsigliatissimo

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