“Nuje simmo fatte cu la stoffa de li suonne”

Il testo di Eduardo De Filippo, La Grande Magia, sul palcoscenico del Leonardo nell’interpretazione degli studenti di Quelli di Grock. Una performance che travolge gli spettatori in un vortice di emozioni e riflessioni sul nesso vita-teatro-imago.

Eduardo De Filippo scrisse La Grande Magia nel 1948, in anni ancora segnati dalla Seconda guerra mondiale, dalla morte e dalle tragedie quotidiane, esorcizzate per almeno un ventennio, a livello collettivo, ricorrendo al comico: dal cinema dei Telefoni Bianchi alla rivista fino alle commedie divertenti dello stesso Eduardo. Per questo motivo, all’inizio, il pubblico partenopeo non seppe apprezzare uno tra i testi che segnava il passaggio dalle opere della Cantata dei giorni pari a quelle della Cantata dei giorni dispari: – inaugurata nel 1945 con Napoli Milionaria! – passaggio che contraddistingue un De Filippo più cupo, per il quale la risata bonaria su vizi e difetti dell’umanità si trasforma in una lucida e, a tratti, caustica denuncia dei comportamenti umani e delle loro tragiche conseguenze – conseguenze spesso caratterizzate da uno statuto molto labile, ai confini tra illusione e realtà, pazzia e consapevolezza.

La trama de La grande magia è apparentemente semplice, ma il fatto che la vicenda si sviluppi in tre atti di 40 minuti ciascuno permette di capire che le implicazioni filosofiche ed esistenziali sono molto più ampie.

Le azioni sono definite da un’ossatura essenziale: in un albergo lussuoso di una località termale, si esibisce un prestigiatore “da quattro soldi” (il mago Marvuglia) – un individuo che presto si rivelerà più filosofo che mago. Intanto, sulla bocca di tutti, l’argomento principe sono Calogero di Spelta e la sua ossessiva gelosia per la bellissima moglie Marta. Ignaro, l’uomo si rende ridicolo agli occhi degli ospiti e del personale dell’albergo, opprimendo la donna fino a farla scappare a Venezia con l’amante – fuga organizzata utilizzando il numero più banale e scontato della prestidigitazione: la sparizione nella scatola.

Per quattro anni Calogero dovrà attendere la moglie, dopo essersi fatto convincere da Marvuglia che solo se terrà chiusa la scatola che lui stesso gli ha donato – smettendo di essere geloso – potrà riavere Marta al proprio fianco, fedele dentro la scatola. Ma se la aprirà (segno di gelosia e di malafede), la donna sparirà per sempre.

La semplicità della trama lascia ben presto il posto a considerazioni sul crescendo filosofico ed emotivo evidente nei tre atti. Nel primo, si ride a scapito della gelosia ma soprattutto dell’ingenuità di Calogero, e si prova simpatia per l’approssimativo Marvuglia, poco abile nella sua arte ma molto nel “fregare”, filosofeggiando, i propri spettatori; nel secondo, la vita e il teatro si compenetrano e i confini dell’una e dell’altro si fanno più labili: il mago mostra la propria eccellenza filosofica convincendo Calogero che la moglie è nella scatola e che tutto ciò che vede e prova è pura finzione: “un’immagine atavica della sua mente”; nel terzo atto, infine, si precipita nel dramma e la poesia si eleva: l’atrocità del gioco e dell’illusione si fa evidente. L’autentica magia compiuta da Marvuglia è quella di salvare Calogero dal tracollo emotivo, mettendo a sua disposizione, per quattro anni, se stesso pur di salvare un uomo dalla tragedia della vita.

Ma Calogero, lentamente, si convince che tutto ciò che percepisce è fittizio. Coerente col “gioco della pazzia”, Calogero – simile all’Enrico IV di Pirandello nel passaggio da pazzia inconsapevole a volontaria – di fronte alla realtà che si presenta bussando alla sua porta nelle vesti di Marta, abbandonata dall’amante, dovrà decidere quale dimensione scegliere e, mentre il confine tra pazzia e razionalità, finzione e vita si spezza, l’uomo – come mosca nella tela di ragno – rimarrà sospeso in un limbo eterno.

La bravura dei giovani attori (per i quali lo spettacolo è il saggio conclusivo della Scuola Quelli di Grock) dimostra che molte sono le nuove leve nel panorama teatrale. Peccato solo per il dialetto napoletano che, ogni tanto, scade nel bozzettistico, risultando poco naturale. Ma, a parte questo, la carica, l’energia e la convinzione con la quale gli interpreti sostengono i propri personaggi permettono allo spettatore di vivere appieno il ventaglio di emozioni che De Filippo sagacemente alterna: dal riso alla disperazione, dalla compassione alla rabbia. Il tutto sottolineato con una delicatezza e un’abilità nello “sfumato emotivo” che ci rimandano alla genialità dell’autore.

Lo spettacolo continua:
Teatro Leonardo
via Ampère, 1 – Milano
fino a domenica 9 ottobre
orari: sabato 8, ore 15.30 (ingresso gratuito) e domenica 9, ore 16.00
 
La grande magia
(studio liberamente tratto dall’omonima commedia di Eduardo De Filippo)

regia Susanna Baccari e Claudio Orlandini
con Pasquale Basile, Benedetta Brambilla, Davide Del Grosso, Francesco Errico, Ylenia Santo e Ilaria Solari
musiche Gipo Gurrado e Mell Morcone
scene e costumi Maria Chiara Vitali
assistenti costumi Alice Di Nuzzo, Valentina Bianchi
assistenti scene Irene Natale, Giulia Olivieri
disegno luci Monica Gorla

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