Missione riuscita

teatro-eliseo-roma-80x80La lista di Schindler al Piccolo Eliseo di Roma: una proposta drammaturgicamente ambiziosa per raccontarci vizi e virtù di «colui che, salvando una sola vita, salvò il mondo intero».

Conosciuto più per la trasposizione cinematografica con cui Steven Spielberg vinse gli Oscar come miglior film e migliore regia, che per l’originario romanzo di Thomas Keneally, vincitore del prestigioso Booker Prize, La lista di Schindler è uno dei testi più famosi del Novecento.
Basato su fatti realmente accaduti, racconta la storia vera di Oskar Schindler, un industriale tedesco protagonista di un inspiegabile episodio di salvataggio di migliaia di ebrei.
Proprio da tale mancanza di motivazione nasce questo progetto con Carlo Giuffré diretto dal figlio Francesco, evoluzione di un decennale sodalizio che ha visto il secondo occuparsi da tempo delle musiche degli spettacoli del padre.
Un’evoluzione anche naturale, se non fosse che in Italia, patria del nepotismo, quando si assiste a simili forme di collaborazioni si è spesso – a volte a ragione – prevenuti (in verità, accade anche in Europa e ai presunti migliori di circondarsi di parenti, come nel clamoroso caso di Marius Nekrošius, scenografo di Eimuntas con esiti alquanto discutibili: Divina Commedia).
In questo caso l’attesa era tanta, la responsabilità di più e la combinazione delle due forse troppa. Le fragilità palesate sono state purtroppo ingenue, a tal punto da far pensare che il talento, più che la mancanza di carattere e personalità, in casa Giuffrè abbia di fatto saltato un giro.

L’impianto, semplice ma poco trasparente alla comprensione, presenta in scena – separate da un velo – l’alternanza di due epoche temporali con in primo piano i luoghi della catastrofe (dalla Polonia ad Auschwitz) e sullo sfondo il salotto in cui nel 1974 Schindler, ormai di fronte al momento in cui si fa un bilancio della propria esistenza, incontra i propri demoni tra cui la moglie e il compagno di partito, entrambi traditi.
Tuttavia, il fluire della rappresentazione – a partire dal massacro di Cracovia del 1941 che convinse Schindler a mettere da parte la fedeltà al Reich, al partito e alla Germania («l’unico tradimento possibile è quello nei confronti di se stesso») per arrivare al momento del rimpianto per non aver potuto fare abbastanza e del rimorso per aver aderito al partito nazista – viene giocato visivamente senza originalità su canoni fin troppo cinematografici. E con una pedanteria che – dalla scenografia ai costumi, fino alla conclusione con la posa delle pietre sulla tomba del protagonista – patisce una sostanziale mancanza di ritmo vocale e attorale che coinvolge tutti i personaggi.
Il risultato è discutibile, perché se l’impressione complessiva è quella di una generale disomogeneità, complici anche luci deboli nell’orientare lo spettatore all’interno dei vari ambienti su cui si gioca la narrazione (quelli storici, ma anche quello tra sogno e realtà attraversato da Giuffré senza soluzione di continuità), a non convincere è stata soprattutto l’incapacità di enfatizzare in maniera poderosa la catastrofe umanitaria e la tragedia personale di un «uomo che ha vissuto e agito in uno dei periodi più assurdi e folli della storia».

Il pugno nello stomaco tarda ad arrivare. L’inquietudine e la tristezza colgono solamente a tratti e mai in profondità, pur essendo attuale più che mai il tema di una estrema destra xenofoba e razzista.

La seduzione della tematica, dell’afmosfera e dei contenuti, che si sperava venisse potenziata dalla prossemica teatrale, rimane ancorata a un testo che, a sua volta, poggia quasi interamente sul pregresso culturale dello spettatore senza riuscire a valorizzare il cast a disposizione, mentre la cadenza del racconto rimane invischiata in situazioni dilatate nel tempo senza variazioni di registro. L’angoscia individuale e la morale sociale non emergono, l’introspezione e i patimenti del personaggio principale languono e alla drammaturgia rimangono solo alcuni spunti interessanti (come il quadro La fame, quando viene efficacemente resa la dimensione universale della miseria attraverso la scena di un militare collaborazionista, la cui pistola fa cilecca al momento di uccidere un malcapitato indigente che chiedeva il pane).

Se l’idea era di «uno spettacolo che andasse oltre la drammaturgia», purtroppo Francesco Giuffré – autore del testo, oltre che della regia – sembra esserci riuscito.

Lo spettacolo continua:
Teatro Piccolo Eliseo

via Nazionale, 183 – Roma
fino a domenica 30 marzo 2014
orari: martedì, giovedì, venerdì ore 20.45, mercoledì e domenica ore 17.00, sabato 8 e 15 marzo solo ore 16.30, sabato 22 e 29 marzo ore 16.30 e 20.45, lunedì, martedì 18 e 25 marzo RIPOSO
(1 ora e 40 minuti senza intervallo)

La lista di Schindler
scritto e diretto da Francesco Giuffré
con Carlo Giuffré, Marta Nuti, Pietro Faiella, Valerio Amoruso e Riccardo Francia
scene Andrea Del Pinto
disegno luci Giuseppe Filipponio
musiche Gianluca Attanasio
costumi Sabrina Chiocchio
realizzazione video Letizia D’Ubaldo
produzione Teatro Diana OR.I.S.

1 commento

  1. Ho visto lo spettacolo e l’ho trovato molto bello. Non sono assolutamente d’accordo sul fatto lo spettacolo si giochi su canoni cinematografici. Ho trovato la scelta di raccontare l’olocausto con quelle scene mute una scelta teatrale che di cinematografico non ha nulla. Forse qualche lungaggine si è avvertita ma essendo una prima assoluta si possono perdonare credo. Gli attori molto bravi. Carlo Giuffre’ a volte in difficoltà mnemonica ma a 85 anni si può perdonare anche questo credo. Il pretesto del neonazista credo invece che dia quella attualità al testo. Uno spettacolo può di certo non piacere però basta vi prego con il discorso dei figli d’arte. BASTA!

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