Morte a favore di telecamera

Breve, affilato, agghiacciante, La madre è l’adattamento di Paolo Fallai da Il malinteso di Camus, tra psicodramma e tragedia greca, in scena al Teatro Vascello fino al 29 gennaio. La vicenda di madre e figlia assassine è ricostruita attraverso un’intervista tv: un autodafé mediatico sulla banalità del male.

Pochi minuti alla messa in onda. Marta passeggia nervosa nello studio televisivo. La giovane conduttrice è tagliente in tutto. Nello sguardo rapace, nel trucco bistrato da Medea pasoliniana, nella magrezza del corpo accentuata dall’abbigliamento maschile, nella voce e nel duro scambio di battute fuori onda con il regista del suo impietoso talk show: “Crimina”. Sta per intervistare un’anziana pluriomicida in attesa di giudizio. Marta è una delle due protagoniste di La madre, in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 29 gennaio.
Lo spettacolo, dall’intensa mostruosità di una tragedia greca, è la riscrittura de Il malinteso (Le Malentendu), l’esordio teatrale di Albert Camus. Un’opera poco frequentata del Novecento, dai forti contenuti psicologici, che andò in scena per la prima volta a Parigi nel giugno del 1944.
Lo scrittore e giornalista Paolo Fallai, autore de La madre, lascia intatta la vicenda originale, ricostruendola però sotto forma di un flashback in diretta tv. L’assassina, un’albergatrice vedova chiamata eufemisticamente “la Madre”, è l’ospite di un talk show sulle menti criminali e, in un velenoso botta e risposta con l’intervistatrice, racconta come ha addormentato e annegato nel fiume dodici suoi ospiti. Li derubava per soldi, perché – dice con sguardo e voce incolori – da anni sognava di lasciare quella desolata locanda e quella terra che «ci ha razionato luce e calore», e di emigrare in una nuova casa radiosa, sul mare.
Accanto a Marta, cui dà vita la promettente Vittoria Faro, ancora allieva d’accademia, la Madre è una creatura dimessa e spaventosa, materna e matrigna, magistralmente interpretata da Paola Rinaldi: il volto stanco e bianco polvere, le mani macchiate di sangue vecchio che sbucano dal soprabito anni Sessanta, lo sguardo vacuo  e impersonale che lampeggia all’improvviso di malvagità e dolore, una litania apatica che si affina a tratti in un sibilo serpentino. Quel suo «lavoro» da omicida è ricostruito come una pratica meccanica: non le interessavano nome, volti, storie di quei viandanti. Il suo unico obiettivo era «dimenticare ed essere dimenticata».
Il fiato resta in gola nei cinquanta tesissimi minuti dello spettacolo, diretto da Alessandro Berdini. Mentre il dramma originale, ambientato in una Boemia gelida e piovosa, si svolge nell’arco di una giornata, il tempo de La madre coincide in sala con il “tempo reale” del programma condotto da Marta. Gli spettatori, su due palchi rosso sangue disposti a cuneo, assistono muti alla catarsi mediatica del male.
E si scopre proprio in studio il vero legame tra la Madre e Marta, già suggerito dai filmati in bianco e nero che si moltiplicano in loop alle loro spalle (un progetto video di Mario Marra). Sono madre e figlia, complici nella follia dei dodici omicidi. Ed era Marta, in realtà, a desiderare voracemente altre mète, a spingere la Madre a nuove uccisioni. Ma soprattutto le due donne sono colpevoli di un terribile errore finale, di un irreparabile “malinteso”. L’ultima vittima era Jan: figlio dell’una, fratello dell’altra. Era tornato, dopo vent’anni felici in un altro paese, a ritrovare le proprie radici, ma gli è stato servito lo stesso tè «corretto» al sonnifero e lo stesso trattamento degli altri undici. Contro natura è la colpa della Madre, che è anche il suo inferno per sempre: avere dimenticato il volto del figlio. «Come è possibile non riconoscere il proprio figlio?», è la compiaciuta cantilena che Marta ripete al pubblico con un ghigno mal trattenuto. Ma il coup de théatre riguarda la colpa, ancora più perversa, di Marta. Lei sì, che lo aveva riconosciuto il fratello. In diretta, in un crescendo di esaltazione, confessa di averlo fatto parlare delle sue spiagge, e di aver poi provocato la sua morte come simmetrica vendetta. Un risarcimento per la propria vita insignificante, disperata e livida nella locanda, per le sue labbra «mai baciate da nessun uomo», per la sua solitudine e l’asettica dedizione alla Madre.
«Pensavo al delitto come a un focolare che unisse mia madre a me per sempre. (…) Ma mi sono ingannata. Il delitto è solitudine…», diceva la Marthe di Camus. Anche questa nuova Marta ha creduto di sublimare nel delitto, e nella sua spettacolarizzazione, la femminilità e l’amore negati. Un “equivoco” idiota, che le appare evidente solo ora, alla fine di una parabola umana e televisiva, quando si suicida con un colpo di pistola. Il castigo è intrinseco al delitto. A imporlo non sono più gli dèi greci, o un Dio dostoevskjiano, ma una nuova hybris laica, che si abbatte sulla coscienza. Espiazione del male, ma anche critica al linguaggio che lo amplifica. Parlare non salva. E Paolo Fallai insiste sulla valenza di rappresentazione mediatica del male: «Di fronte a una telecamera, la negazione della vita, la soppressione del ruolo maschile, la rinuncia al futuro si permettono di esistere», afferma l’autore, «lasciando emergere la potenza della tragedia e l’irrimediabile indifferenza di noi spettatori». Sorride amara la Madre: «Chissà che verità si aspettano di scoprire gli spettatori con le parole?», e ancora: «Non si comunica nemmeno con le persone care, tra momenti di odio e insofferenza vestita di parole come “buongiorno” e “cosa vuoi mangiare?”. Solo la solitudine è nuda e senza vestiti».

Foto di Lorenzo Gallitto
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Lo spettacolo continua:
Teatro Vascello
via Giacinto Carini, 78 – Roma (Monteverde)
fino a domenica 29 gennaio
orari: tutte le sere ore 21.00, domenica ore 18.00
biglietti: intero 20 Euro, ridotto 15 Euro

Teatroinaria StanzeLuminose
presenta
La madre
liberamente tratto da Il malinteso di Albert Camus
di Paolo Fallai
regia di Alessandro Berdini
con Paola Rinaldi e Vittoria Faro
scene Lorenzo Ciccarelli
costumi Ilaria Carannante
trucco Andrea Marchi
disegno luci Danilo Facco
progetto audiovisivo Mario Marra

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