La malattia della mancanza che fa morte

Tra teatro e cinema, l’esperimento di Alice Birch e Katie Mitchell (ispirato al racconto omonimo di Marguerite Duras) ci conduce nell’impatto tra un corpo maschile e uno femminile, nella speranza di potersi vicendevolmente conoscere tra il sesso e lo sguardo.

Ne La Maladie de la mort, la scena ha un sotto e un sopra: in basso intravediamo l’ingranaggio cinema (il set); in alto lo schermo rimanda l’editing in presa diretta delle immagini. Un uomo e una donna si incontrano in una stanza d’albergo. Lui l’aspetta tutte le notti. Per una grossa somma lei dovrà sottostare esattamente a tutto ciò che gli sarà detto di fare. La scommessa per l’uomo è conoscere una donna; per la donna è conoscersi attraverso un uomo che non sa amare.

Di notte il corpo si offre indifeso alla carneficina del mondo, del tempo, dello sguardo dell’altro. Lui la filma con la videocamera cellulare. Questa è un’estensione del nostro sguardo, ma sopratutto un modo di fare schermo, regolare una distanza, un fuoco: serve a cercare nell’altro l’oggetto nascosto che causa il desiderio. Quel morbido turgore intorno ai suoi capezzoli? La linea dei fianchi? Quel modo di sollevarsi sulla pianta per offrirsi meglio all’amplesso di spalle? Le gambe non sembrano connesse col resto del corpo, che sembra vivere altrove.

Cosa c’è di me che lei detiene senza saperlo? Tra l’analogico e il digitale l’uomo gioca a comporre immagini in cui un dettaglio risalta su tutto. Ora è una sorta di ninfa metropolitana, con un solo grande ciclopico occhio sopra la bocca. È l’oggetto sguardo. L’osservatore che si presume fuori è in realtà dentro attraverso lo sguardo di lei. L’uomo è guardato dal mondo; lei che per meretricio si è voluto oggetto, proprio lei è soggetto di sguardo che lo inghiotte.

L’amore soltanto può dare parzialmente posto all’angoscia del non già conosciuto, dell’inconoscibile, dello spazio irriducibile tra uomo e donna. Questo è impossibile da colmare, per quanto il sesso o la pornografia compulsiva intervengano il primo a unire in un illusorio uno, il secondo a vedersi come un bambino fatto fuori, escluso, in grado di vedere l’amore come scena oscena, che duplica la potenza specchiata e autistica di vedersi macchina, a coprire l’incapacità di essere amato.

«Mi si potrebbe amare?» chiede lui a lei avvicinandosi alla conclusione del contratto. No, è la risposta. «Da dove viene l’amore?». Risponde lei: «Da una frattura dell’universo, da un errore». Quell’uomo è portatore sano della morte, di quell’opacità che si nasconde allo sguardo dell’altro femminile, che non si concede all’abbandono, che deve calcolare l’importo dello scambio, che non accetta l’imponderabilità di un incontro, quand’anche fosse meraviglioso. Nell’uomo malato di morte è rappresentato al massimo grado il non essere stati mai amati, cosa che rende non vivi, ma neanche completamente morti.

Una donna è il luogo che per amore si offre perché un uomo possa cercarvi la sua propria mancanza. In questo posto vive l’assenza in cui noi siamo, tale da rivelare in lei la nostra presenza, assente a noi stessi. È il luogo dell’alterità assoluta, al di là dello specchio immaginario che ci consola e che a volte tristemente ci inghiotte.

Tra Marco Ferreri (Ciao maschio), Lars Von Trier (Nynphomaniac, Le onde del destino, Melancholia), Andrej Tarkovskij (Solaris) e David Cronemberg, Katie Mitchell sembra far dialogare il grande cinema con i classici del teatro nordeuropeo (Ibsen, Strindberg), rovesciati però dal versante del corpo pulsionale. Dove in questi ultimi era la parola a vestire la verità oscena del corpo, qui è il corpo ad assurgere alla dignità di oggetto di scena del teatro-cinema.

Di fatto lo schermo cinema è il modo che ha la regia per condurre lo sguardo del pubblico ai dettagli causa di desiderio, come un patologo su un tavolo autoptico deve sezionare una causa di morte: piedi, gambe, bocca, sesso, capelli, unghie, impurità sebacee. Il cinema è qui inteso come operazione necroscopica sul corpo del teatro. Il pubblico è messo dentro i corpi, ma attraverso il cinema, anche il teatro è corpo che aggredisce il pubblico e lo inghiotte.

Il corpo nudo della donna (Laetitia Dosch) è esposto fin dalla prima scena (in fondo quell’uomo non vuole sedurla, toglierle il velo, ma studiarla come un oggetto). Alla fine della pièce vorremmo rivestirla per compiere noi quello svelamento che farebbe apparire poco alla volta (se bastasse una vita, poco alla volta sarebbe per sempre) i dettagli del suo corpo che ci catturano, dalla cui amorevole custodia dipende il nostro stesso essere uomini. Cedere una volta per tutte all’arroganza di comprendere, sarebbe già vivere, malgrado la morte che cova dentro l’uomo.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Argentina
Largo di Torre Argentina 52, Roma
8 – 9 novembre 2018, ore 21

La Maladie de la mort
liberamente tratto dal racconto di Marguerite Duras
spettacolo in lingua italiana e francese con soprattitoli in italiano, consigliato ai maggiori di 18 anni
regia Katie Mitchell
adattamento Alice Birch
con Laetitia Dosch (La donna), Nick Fletcher (L’uomo), Jasmine Trinca (Narratore)
realizzazione video Grant Gee
scene e costumi Alex Eales
musiche Paul Clark
suono Donato Wharton
video Ingi Bekk
luci Anthony Doran
regista assistente Bérénice Collet
direttore tecnico John Carroll
vide direttore di scena Lisa Hurst
programmazione video / operatore Caitlyn Russell
operatore telecamera Nadja Krüger, Sebastian Pircher
trouble shooter Matthew Evans
programmazione suono / operatore Harry Johnson
operatore boom Operator Joshua Trepte
programmatore luci / operatore Aliénor Lebert
assistente direttore di scena Elodie Huré
direttore di scena Marinette Jullien
produzione C.I.C.T. – Théâtre des Bouffes du Nord
coproduttori associati Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Théâtre de la Ville-Paris, Le Théâtre de Liège
coproduzione MC2:Grenoble, Edinburgh International Festival, Barbican/London, Stadsschouwburg Amsterdam, Teatro di Roma-Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Fondazione Teatro Metastasio-Prato, TANDEM scène nationale
in collaborazione con Mayhem
grazie alla Comédie-Française

1 commento

  1. se ci si sdoppia di notte in qualche modo o luogo è perché forse inconsapevolmente si dà spesso la colpa a fattori esterni.
    Generalmente vengono chiamate in causa motivazioni di ogni tipo: il destino, la cattiveria altrui, un trauma passato, che si è convinti non si supererà mai.
    Si assume dunque un atteggiamento di vittimismo autolesionista e auto-flagellante.
    Ci si convince di essere costitutivamente inadeguati, incapaci di costruire una relazione, e di conseguenza condannati alla solitudine eterna nel sistema e ad avere un posto solo nei luoghi proibiti notturni. Una sorta di auto-sabotaggio, un meccanismo con cui si mina e si limita attivamente l’ opportunità di interazione sociale o le possibilità di fare nuovi incontri, trasmettendo inconsapevolmente al resto del mondo l’idea che non si è interessati a una relazione sana.
    In realtà al centro dell’auto-sabotaggio c’è un sentimento ben definito: la paura.
    Non esporsi per non rischiare altre ferite.
    Chi non è mai stato emotivamente spaventato in passato?
    Se non si elaborano e non si superano queste basse emozioni si possono sviluppare delle forme di auto-difesa malsane. Il messaggio della la Duras è forte: non amando se stessi non si possono amare gli altri.
    Non é certo pagando che si impara ad amare perchè l’auto compassione, l’auto conoscenza è un percorso che costa ancora di più, si tratta di tirare fuori l’umiltà per conoscere se stessi e poche persone riescono a farlo, troppo caro il prezzo, meglio pagare, meglio coprire, meglio evadere.
    Non amando se stessi non è facile amare gli altri.
    Sabotando se stessi ci si puo persino ammalare e incappare persino in qualche perversione o malattia.
    La malattia può essere talmente forte che può rasentare persino la morte “La Malattia della morte” di Marguerire Duras è un racconto audace, rivoluzionario, un viaggio all’interno della propria intimità a tinte forti mirate dalla Duras intenzionalmnete a risvegliare le menti chiuse, ordinarie, ignare, superficiali, a scandalizzare con toni forti chi copre, chi non vuol sapere cosa c’è sotto sotto le inquietudini, i desideri che animano i personaggi che come vampiri emergono di notte dando l’impressione che di giorno non abbiano neppure una loro vita talmente vogliono nasconderla tanto è tormentata.
    In una stanza d’albergo un uomo aspetta una donna che arriva sempre e solo di notte, per una grossa somma lei dovrà sottostare esattamente a tutto ciò che gli sarà ordinato di fare.
    Quanti corpi di donne, di notte, si offrono indifese alla carneficina del mondo!
    L’uomo crede di nascondersi ma la Duras lo fa vedere a tutto il mondo.
    Lei deve fare tutto quello che lui le dice, costi quel che costi perché da lei vuole imparare il mistero dell’amore.
    Ma il sesso o la pornografia compulsiva intervengano solo ad unire in senso illusorio le persone malate che si vedono in uno specchio immaginario che li consola e che li inghiotte fino a farli urlare nudi dentro una doccia come fa il protagonista ad un certo punto, il più diperato di tutti i disperati.
    Lei vuole conoscersi attraverso un uomo che non sa amare?
    Un uomo che è portatore sano della morte, che si nasconde allo sguardo femminile, che non si concede all’abbandono, che ha paura del mistero e del rischio di un incontro?
    “Mi si potrebbe amare?”
    lui le chiede
    “No”
    Un uomo forse che non è mai stato mai guardato da una madre, che non è mai stato amato, che non si è mai sentito per questo vivo, ma neanche mai completamente morto perchè si fa raccontare come un vivente.
    Ci si chiede se un uomo così malato di morte potrà mai trovare in una donna la propria mancanza, la propria assenza di madre, la propria alterità.
    Ci si chiede quante donne incontrano questi uomini e ne rimangono vittime per tutta la vita

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