Tra Beckett e Straub

Ancora una volta Dario Marconcini affronta una sfida quasi impossibile e la vince: quando la classe non è acqua.

Qualche mese fa Dario Marconcini e Giovanna Daddi (coppia storica, sul palco e nella vita) ci fecero leggere un piccolo testo del drammaturgo e sceneggiatore francese Jean-Claude Grumberg. La nostra prima reazione fu di sorpresa: non riuscivamo a capire dove Marconcini avesse potuto scovare quell’opera e, tanto meno, potevamo immaginarci come l’avrebbe messa in scena.

Leggendo le battute si respirava un’aria beckettiana (o à la Jon Fosse): rarefatta, laconica, surreale. Ma ricreare con mezzi scenici un universo perturbante è impresa ardua. Bisogna avere mano leggera eppure ritmi precisi, forme solide e conchiuse ma rivoli di disperazione sotterranea, favorendo nello spettatore la sospensione dell’incredulità senza però cadere nel tranello dell’immedesimazione – in breve: un groviglio di tecniche che, per molti, è quasi impossibile padroneggiare distintamente, figuriamoci amalgamarle in maniera coesa.
Ma come sempre, Dario Marconcini e Giovanna Daddi ci riescono – e lo fanno presentando uno spettacolo che, nella sua più intima essenza e asciuttezza sembra così ovvio, così semplice perché sa nascondere tutte le sue difficoltà come sfaccettature di senso in grado di restituire la perfezione del diamante puro.

La lezione di Jean-Marie Straub si sente nel dettato preciso, nei ritmi, nelle sfumature emotive di ogni parola, che si fa musicale sulle labbra di Daddi. E anche quella di Beckett che Dario sembra aver introiettato completamente nel suo personaggio a metà strada tra Vladimiro ed Estragone, con quel rimando iconico costituito dal dondolo di Rockaby (il famoso atto unico del drammaturgo irlandese). In un lasso di tempo breve come quello percorso da una foglia che cada da un albero, i personaggi subiscono un’evoluzione credibile (e qui si va alla lezione immaginifica di Marconcini, che rifiuta l’immedesimazione in un ruolo statico ma persegue da anni la complessità umana raccontando non uno ma una serie di personaggi che, legati dal filo sottile della trama, si trasformano difronte ai nostri occhi in un unicum pregno di senso eppure sfaccettato come l’animo umano).

E alla fine si esce da teatro arricchiti non di una ma di molteplici storie, che appartengono a noi come alla scena: la riflessione sul legame madre/figlio, sui rapporti di coppia, su un mondo che avremmo voluto diverso e che, al contrario – dal caso di Liliana Segre all’assassinio dell’ennesimo adolescente palestinese a opera di un militare israeliano, dal golpe di queste ore in Bolivia alla crisi decennale curda – dimostra quanto continui a essere malato, insanabile nella sua follia.

Accanto a Daddi e Marconcini, un sempre bravo e misurato Emanuele Carucci Viterbi, e la voce e piacevole presenza di Viviana Marino – che ha anche musicato, con mano leggera e felice, la ninna-nanna che dà il titolo al dramma, La mamma sta tornando povero orfanello.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Francesco di Bartolo
via Fratelli Disperati – Buti (PI)
lunedì 11 novembre 2019, ore 21.15

La mamma sta tornando povero orfanello
di Jean-Claude Grumberg
traduzione Giacoma Limentani
regia Dario Marconcini con la collaborazione di Stefano Geraci
con Emanuele Carucci Viterbi, Giovanna Daddi e Dario Marconcini
cantante Viviana Marino
illuminazione e scena Riccardo Gargiulo e Maria Cristina Fresia
produzione Associazione Teatro Buti

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