Staging Europa

Al Cinema Teatre Comtal di Ripoll, nella comarca di Girona, è andato in scena Made in Ilva, lo spettacolo della compagnia Instabili Vaganti sulla paralisi identitaria delle coscienze e dei corpi occidentali.

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Sullo spettacolo ha già reso una critica completa e condivisibile la nostra Monica Canu ammonendo lo spettatore di non aspettarsi «un intreccio canonico o una qualche forma di rappresentazione catartica; si aspetti, invece, di uscire da teatro cupo e non sereno per ciò che ha visto e sentito, guidato dalla lentezza dell’allestimento su un unico, ampio e complesso tema; condotto per mano a un dialogo con la realtà e alla riflessione su ciò che ha appena visto» e ricordando come Made in Ilva sia un esempio di teatro capace «di destrutturare la realtà per darne una visione capace di destabilizzare e promuovere un’autentica riflessione attiva».

Non avendo null’altro da aggiungere o scrivere meglio, potrà essere opportuno soffermarsi su alcuni aspetti di natura estetico-ideologica che connotano la grande maturità e consapevolezza del progetto degli Instabili Vaganti.

La parola progetto non è casuale, perché la poetica degli Instabili non intende materializzarsi unicamente in una dimensione spettacolare, nonostante tale componente sia presente e in grado di formalizzarsi in maniera solida e suggestiva in allestimenti come Made in Ilva o Desaparecidos#43. A essere parte integrante dell’universo vagante di questa compagnia sono progetti internazionali come Megapopolis e Stracci della memoria/Rags of memories (poi divenuto anche l’omonimo primo libro degli Instabili), festival come TrenOff (il Fringe Festival di Bologna) e PerformAzioni e un’incessante attività di workshop che porta Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola ad attraversare l’Europa, l’America Latina, l’Africa e l’Oriente intercettando e seminando esperienze perfettamente incastonate nella loro vocazione internazionalista. Senza dimenticare The Global City, il loro ultimo spettacolo dal vivo, debuttato al Nazionale di Genova nel 2019, frutto di 7 anni di lavoro e diventato poi un libro scritto dalla nostra Simona Maria Frigerio.

Come dimostra anche la tournée cilena di Made in Ilva, la concezione performativa delle loro attività investe dunque il concetto di comunità in una fruizione che non è più passiva o relativa al momento scenico, ma che si produce all’interno di una realtà sociale specifica e composta da individualità consapevoli della reciproca presenza e del loro tempo “storico”.

Il radicamento nella corporeità in una performance come Made in Ilvia è dunque scenico-reale perché si costruisce concretamente tanto sulla base di un training attoriale di alto livello, quanto attraverso testimonianze degli operai dell’ILVA di Taranto rese “drammaturgia” da Dorno e Pianzola.

Il riconoscimento del corpo dell’artista e dell’operaio subisce così uno loro stupefacente e fondamentale parallelismo attraverso il quale entrambi, nella loro identità e differenza, diventano la manifestazione piena di un mondo con cui si è continuamente a contatto, anche se forse scomparso dalle micronarrazioni massmediatiche.

Materializzare questa assenza, farlo attraverso lo smarrimento in un orizzonte teatrale della precarietà dialogica, ermeneutica e psicologica contemporanea, non significa fare semplicemente l’eco del crollo postmoderno delle sicurezze tradizionali. «Dedicato non solamente all’acciaieria tarantina e al suo indotto […] ma anche al senso di alienazione provato dagli operai in fabbrica e/o alla catena di montaggio, e al tema della sicurezza sul lavoro», Made in Ilva non rimpiange affatto un mondo passato di cui non si può avere nostalgia, essendo la spaziatura su cui quello presente affonda le proprie radici, ma allarga il proprio campo polemico a una dimensione generale, verrebbe da dire di “classe”, senza scadere in essenzialismi antropologici.

La correlazione tra pratiche estetiche, la ricerca sul campo e l’appartenenza politico-idelogica permettono di travalicare i confini geografici senza implodere in rischiosissime derive eurocentriche, vale a dire in quella diffusa “malattia” che porta a ritenere il propio punto di vista come valido universalmente e che proprio per questo finisce per essere svuotato da ogni concreto contenuto di verità.

Il convincimento che il teatro possa farsi ancora una volta strumento efficace di sensibilizzazione, che la performance possa toccare lo spirito per attivare il pensiero, che l’artista possa farlo concretamente e non astrattamente, trova il proprio materiale drammaturgico d’eccezione in quanto accade in angoli tutt’altro che remoti del pianeta che, nel pieno del terzo millennio e dell’era postmediale, spesso rimane muto e invisibile.

Non siamo nel revival dagli anni 60, nel presupposto di un’estetica confusamente omologata a politica e sociale, ma in un’estetica della realtà che sorge dall’assordante silenzio e dal vuoto di carne e sangue e che trova in una rinnovata alleanza binaria fra arte e vita una possibilità di riscatto. Sembra quasi di vedere scenicamente allestite le parole di Judith Butler, quando la filosofa americana ricorda che l’attuale società (normativa e sessista) si impone con le sue rigide definizioni di genere proprio sulla performazione delle coscienze e dei corpi castrandone l’espressione autentica.

La disciplina discorsiva dei media e delle pratiche di biopotere non incide banalmente sulle convinzioni, così come il delirio relativista postmoderno non è la semplice connotazione filosofica di una ragione cinica perché entrambi agiscono sul corpo naturalizzando in senso ontologico o biologico ciò che non è un fatto, ma è opera di costruzione ideologica (nello specifico, neoliberale).

Se le identità performano e si incarno attraverso una ripetizione stilizzata di azioni, che Butler definisce proprio performative e drammaticamente decisive, allora il processo della produzione performativa dell’identità è un processo d’incarnazione che può standardizzarsi in costrutti normativi, ma che, come nel caso degli Instabili Vaganti, sembra mostrare una tenue, ma luminosissima via di fuga.

[riduci]

En el espectáculo ya hizo una crítica completa y compartida nuestra Monica Canu advirtiendo al espectador que no esperen «un intreccio canonico o una qualche forma di rappresentazione catartica; si aspetti, invece, di uscire da teatro cupo e non sereno per ciò che ha visto e sentito, guidato dalla lentezza dell’allestimento su un unico, ampio e complesso tema; condotto per mano a un dialogo con la realtà e alla riflessione su ciò che ha appena visto» y recordandoles cómo Made in Ilva representa un teatro capaz «di destrutturare la realtà per darne una visione capace di destabilizzare e promuovere un’autentica riflessione attiva».

No teniendo nada más que añadir o escribir mejor, podría ser oportuno quedarse en algunos aspectos estético-ideológicos que connotan la gran madurez y conciencia del proyecto de los Instabili Vaganti.

Proyecto no es una palabra casual, porque la poética de los Instabili no quiere materializarse únicamente en una dimensión espectacular, aunque este componente está presente y se formaliza de manera sólida y sugestiva en producciones teatrales como Made in Ilva o Desaparecidos#43. Parte integrante de su universo errante son proyectos internacionales como Megapopolis y Stracci della memoria/Rags of memories (luego convertido en el primer homónimo libro), el festival TrenOff (Fringe Festival en Bologna) y PerformAzioni y una incesante actividad de workshop que sigue llevando Anna Dora Dorno y Nicola Pianzola a cruzar Europa, América Latina, África y Oriente para interceptar y “plantar” experiencias perfectamente enclavadas en su vocación internacionalista. Sin olvidar The Global City, su último espectáculo en vivo, que debutó en el National de Génova en 2019, fruto de 7 años de trabajo y que luego se convirtió en un libro escrito por nuestra Simona Maria Frigerio.

Como demuestra también la tournée chilena de Made in Ilva, la concepción performativa de sus actividades implica el concepto de comunidad en un disfrute que ya no es pasivo o relativo al momento escénico, sino que se produce dentro de una realidad social específica y compuesta por individualidades conscientes de su recíproca presencia y de su tiempo “histórico”.

Pues el proceso de enraizamiento en la corporeidad de una performance como Made in Ilvia es escénico-real porque se construye concretamente tanto sobre un training attorial de alto nivel, como a través de testimonios de los trabajadores de ILVA de Taranto convertidas en “dramaturgia” por Dorno y Pianzola.

El reconocimiento del cuerpo del artista y del obrero experimenta así un sorprendente y fundamental paralelismo y ambos se convierten, como identidad y diferencia, en la manifestación llena de un mundo con el que se está continuamente en contacto, aunque quizás desaparecido de las micronarrativas de los medios de comunicación.

Materializar esta ausencia, hacerlo por el extravío en un horizonte teatral de la precariedad dialogal, hermenéutica y psicológica contemporánea, no significa simplemente hacer eco del colapso posmoderno de las seguridades tradicionales.

«Dedicato non solamente all’acciaieria tarantina e al suo indotto […] ma anche al senso di alienazione provato dagli operai in fabbrica e/o alla catena di montaggio, e al tema della sicurezza sul lavoro», Made in Ilva no lamenta un mundo pasado del que no se puede tener nostalgia, siendo el espacio en el cual el presente hunde sus raíces, y amplia su campo polémico a una dimensión general, podríamos decir de “clase”, sin caer en esencialismos antropológicos.

La correlación entre las prácticas estéticas y la investigación de campo y la pertenencia política-idelógica permiten traspasar las fronteras geográficas sin implosionar en peligrosas derivas eurocéntricas, como decir en aquella generalizada “enfermedad” que lleva a considerar su punto de vista como válido universalmente, pero que precisamente por eso acaba siendo vaciado de todo su contenido concreto de verdad.

La convicción de que el teatro puede convertirse una vez más en un instrumento eficaz de sensibilización, de que la performance puede tocar el alma para activar el pensamiento crítico, de que el artista puede hacerlo concretamente y no de forma abstracta, encuentra su propio material dramatúrgico formidable en lo que sucede en rincones del planeta lejos de ser remotos y que, en pleno tercer milenio y de la era postmedial, a menudo permanece increíblemente mudo e invisible.

No estamos en el revival desde los 60s, en el presupuesto de una estética confusamente homologada a política y social, sino una estética de la realidad que surge del silencio ensordecedor y del vacío de carne y sangre y que encuentra una posibilidad de rescate en una renovada alianza entre arte y vida.

Parecen materializarse en escena las palabras de Judith Butler, palabras con las que la filósofa americana recuerda como la actual sociedad normativa y sexista se imponga precisamente sobre la “estructuración” de las conciencias y de los cuerpos, castrando su expresión auténtica con sus rígidas definiciones de género.

La disciplina discursiva de los medios y de las prácticas de biopoder no graban trivialmente sobre las convicciones, así como el delirio relativista posmoderno no es la simple connotación filosófica de una razón cínica: ambos actúan sobre el cuerpo performativo naturalizando de manera ontológica o biológica lo que no es un hecho, sino obra de construcción ideológica (en particular, neoliberal).

Si las identidades actúan y se encarnan a través de una repetición estilizada de acciones, que Butler define propio como performance dramáticamente decisivas, entonces el proceso de la producción performativa de la identidad es un proceso de encarnación (embodiment) que puede estandarizarse en normas, pero que, como en el caso de los Instabili Vaganti, parece mostrar una tenue y luminosa escapatoria.

Cinema Teatre Comtal
Carrer dels Pirineus 8, Ripoll (Girona)
venerdì 12 marzo 2021
ore 20:30

Made in Ilva
regia Anna Dora Dorno
con Nicola Pianzola
musiche originali Riccardo Nanni
canti originali dal vivo Anna Dora Dorno
oggetti di scena Nicoletta Casali
scene e disegno luci Anna Dora Dorno
video Nicola Pianzola
composizione drammaturgica originale
a cura di Anna Dora Dorno sulle testimonianze degli operai dell’ILVA di Taranto
produzione Instabili Vaganti in collaborazione con 7floor con il sostegno di Spazio OFF

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