L’Elfo si sta congedando dalla sua storica sede in via Ciro Menotti e fa esplodere gli ultimi fuochi nella notte della ragione.

Sinceramente perché un regista in grado di smontare e scarnificare testi “sacri” come Rosmersholm di Ibsen o scavare in Euripide per far emergere le analogie storiche tra la disgregazione sociale nella quale viveva il tragediografo greco e quella che affligge noi oggi, insomma la ragione perché Massimo Castri abbia deciso di portare in scena un vaudeville mi sembrava alquanto oscura. Difetto dei critici ma il genere influenza il giudizio a priori.

Ne sa qualcosa il cinema che ha visto per decenni catalogare il noir o la fantascienza come generi di serie b – i b movies all’americana; dicasi lo stesso per l’hard-boiled in letteratura – salvo rivalutare post-mortem Raymond Chandler – e il teatro dove, per secoli, si è anteposta la tragedia alla commedia. Fatto sta che il genere ha meccanismi decodificati che, anche quando funzionano alla perfezione, finiscono stranamente per influenzare il giudizio, come se il fatto stesso che funzionino renda più facile – e, quindi, meno valida – la rappresentazione. Eppure, come sanno gli attori meglio degli spettatori, è più difficile strappare al pubblico una risata che una lacrima.

Castri, quindi, sceglie il vaudeville con i suoi equivoci, scambi di personaggi, stereotipi, scansione ritmata di entrate e uscite, in un crescendo parossistico, come conclusione di un percorso di studi, ossia il Corso di Alta Formazione per attori tenuto per Emilia Romagna Teatro Fondazione, dato che da anni unisce al suo impegno registico quello didattico. Per i giovani attori mettere in scena uno spettacolo finito e portarlo in giro in tournée è sicuramente un bella opportunità e il meccanismo funziona: gli spettatori ridono e per quasi due ore l’Elfo si tinge dei colori dell’allegria spensierata, leggera come quelle folate di vento che si creano sbattendo a raffica le porte sul palcoscenico. Giorgia Coco nel ruolo di Gobette e Federica Fabiani in quello di Aglae dimostrano un’aderenza straordinaria non solo ai personaggi ma anche al genere stesso che interpretano e una vocalità piena. La coralità è garantita e ben ritmata.

Ma è tutto qui? Se si vuole trascorrere una serata spensierata, direi di sì. Ma se, conoscendo un po’ Castri, si sbircia sotto il vestito – immagine più che mai calzante visto il genere – ci sono anche altri percorsi di lettura. Mai fidarsi della leggerezza di certi registi.

Perché il testo di Hennequin e Veber ha la straordinaria capacità di essere attuale – o, forse, è Castri ad averlo scelto apposta. Tutto il discorso sulla dipendenza della magistratura dal potere politico è particolarmente calzante in questo momento e la farsa che va in scena lascia l’amaro in bocca.

Lo spettacolo continua:
Teatro dell’Elfo
via Ciro Menotti 11 – Milano
fino a domenica 21 febbraio
orari: da martedì a sabato ore 20.40 – domenica ore 16.00

La presidentessa
di Maurice Hennequin e Pierre Veber
regia di Massimo Castri
con Marco Brinzi, Giorgia Coco, Francesca Debri, Michele Di Giacomo, Federica Fabiani, Alessandro Federico, Diana Hobel, Alessandro Lussiana, Davide Lorenzo Palla, Antonio Giuseppe Peligra
scene e costumi di Claudia Calvaresi
luci di Robert John Resteghini
musiche originali di Arturo Annecchino
suono di Franco Visioli
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione/Teatro Stabile dell’Umbria

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