Auditorium-firenzeLe Buone Pratiche del Teatro a Firenze: un momento di scambio artistico e culturale, che tenta di rendere reale un’utopia.

Le Buone Pratiche del Teatro quest’anno sono approdate a Firenze, il 9 febbraio, presso l’Auditorium di Sant’Apollonia, dopo due incontri preparatori svoltisi a Ravenna (18 gennaio) e a Catania (26 gennaio), e in attesa di una prossima tappa prevista a Milano (25 marzo). Il convegno, intitolato Del buon governo del teatro, curato da Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino con il sostegno di Fondazione Cariplo, e organizzato dall’Associazione Culturale Ateatro in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo e Regione Toscana, si colloca nell’ambito del progetto Teatro. Per costruire una memoria del futuro. Dal 2004 Le Buone Pratiche rappresentano una stimolante occasione di incontro/confronto (anche a distanza tramite i social network Twitter e Facebook) tra artisti, organizzatori, critici, studiosi, amministratori, politici, operatori e studenti.

La giornata fiorentina è stata suddivisa in quattro sessioni: 1. Economia della cultura e buon governo del teatro, sull’inesistenza di un effettivo investimento finanziario a sostegno della cultura, sostegno costruito su cardini ancora troppo teorici e poco fattivi, che non si aprono a reali azioni di finanziamento; 2. I processi di selezione: nomine, progetti, bandi e bandomania, sul problema di bandi e selezioni, troppo spesso privi di regole precise, trasparenza e competenza; 3. La qualità della programmazione e la distribuzione, sull’opportunità di selezionare e/o formare figure qualificate di programmatori, che possano affiancare i funzionari politici, mancanti delle competenze necessarie ad organizzare e programmare stagioni e progetti teatrali; 4. La formazione del pubblico e il marketing teatrale, sul destinatario principale della produzione artistica, lo spettatore, del quale troppo spesso ci si dimentica in varie occasioni.

Le sessioni degli interventi, condotti da esponenti illustri del mondo teatrale, politico, universitario, si sono alternate a spazi dedicati alle testimonianze di alcune realtà che hanno sperimentato fattivamente le “buone pratiche”, ossia progetti laboratoriali, artistici, distributivi e critico-editoriali, ideati e realizzati per attuare qualcosa che fino a questo momento è stato solo teoria. Ciò ha permesso di ricreare un quadro dettagliato della situazione culturale e teatrale italiana, di proporre spunti di riflessione, di scoprire esperienze che danno respiro e speranza per il futuro; è stato molto stimolante, ad esempio, vedere giovani soggetti desiderosi di mettersi in gioco, innovare e cambiare lo status quo cristallizzato e asfittico nel quale si trovano ad operare.

Per sintetizzare al massimo il senso dell’appuntamento fiorentino, si potrebbe usare la frase riportata nel programma del convegno: «La cultura salverà l’Italia», sebbene vi si celi il timore che sia un’asserzione senza alcuna possibilità dimostrativa. Gli interventi hanno infatti messo in luce le più evidenti problematiche del panorama artistico/teatrale italiano: mancanza di una reale azione da parte della politica di investire sulla cultura e in particolar modo sul teatro; esistenza di normative e tassazioni devastanti per i soggetti che si occupano di arte, cosa che non permette l’avviarsi di progetti estesi ed estendibili su un intero territorio; assenza di un dialogo costruttivo tra i diversi interlocutori che determinano la nascita, lo sviluppo e la distribuzione dell’evento teatrale (funzionari, politici, artisti, spettatori); scarsità di figure qualificate impiegate nelle selezioni di bandi e concorsi; mancanza di un reale desiderio di guardare al futuro e garantire un effettivo ricambio generazionale; scarsa conoscenza del territorio in cui si lavora e dunque incapacità di creare reti intelligenti costruite intorno a spazi, amministrazioni, competenze e risorse.

Di fronte a tante carenze, è tuttavia rincuorante l’idea condivisa che il teatro rappresenti un mezzo attraverso il quale diffondere un lavoro intellettuale, che non può essere ridotto a solo marketing, né può essere ingabbiato in normative e schemi burocratici.

Ciò che si auspica è la creazione e lo sviluppo di una rete di relazioni tra i soggetti che contribuiscono in qualche modo a produrre arte. Il teatro rappresenta un evento da attraversare, un’esperienza sempre portatrice di un profondo lavoro culturale, che va al di là del gusto e del giudizio estetici. È dunque escluso parlare di marketing, di politiche finanziarie, di normative e tassazioni decise secondo logiche di mercato, quando si tratta di arte. Ma perché lo si possa escludere in modo definitivo e risolutorio, c’è bisogno che la cultura, e in particolar modo il teatro, possano essere ri-conosciuti in Italia e in Europa, non come elementi accessori di cui si può fare a meno, ma come qualcosa di necessario dal quale non si può prescindere.

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