Nuova Immagine (7)29 novembre 2019, Emma Dante al teatro degli Impavidi di Sarzana: un appuntamento imperdibile. Lo penso io, ma sono evidentemente in buona compagnia, visto che il teatro è tutto esaurito con largo anticipo. Eppure, da qualche parte nella mia mente, mi chiedo quale sia la ragione per portare in scena una novella del Seicento. Quale operazione sarà mai?

Ebbene, basta guardare lo spettacolo e la risposta viene da sé, perché La Scortecata si rivela una potente meditazione sulla vecchiaia, sul pagare il nostro tributo al tempo che passa. Una storia di grande profondità ma, soprattutto, una riflessione necessaria – più che mai oggi. Per comprendere ancora di più il senso di questo spettacolo abbiamo deciso di approfondire la sua relazione con il testo originale di Giambattista Basile, la novella La vecchia scorticata, contenuta nel Cunto de li Cunti. La lettura comparata ci permette di osservare che cosa è variato rispetto all’originale e in che cosa si trasforma la novella nelle sapienti mani di Emma Dante.
Basile scrive fra il terzo e il quarto decennio del Seicento una raccolta di fiabe in dialetto napoletano per dilettare la corte, un testo privato che sarà pubblicato postumo fra il 1634 e il 1636 e che otterrà poi ampia fortuna. Una cornice narrativa lega le cinquanta fiabe che vi sono contenute, in una struttura suddivisa in cinque giornate che rammenta la tradizione, e ovviamente il Decamerone di Boccaccio. Per comprendere l’importanza del Cunto si pensi che al suo interno si trovano i primissimi germogli delle favole di Cenerentola e de Il Gatto degli Stivali, ripresi in seguito, rispettivamente, da Charles Perrault e Ludwig Tieck, mentre a inizio Novecento Benedetto Croce lo tradurrà in italiano ritenendolo uno tra i testi barocchi più belli della nostra letteratura.

Nel merito, la novella La vecchia scorticata è annunciata da una pregnante introduzione. È stata appena raccontata una storia che parla di vanità femminile e il narratore in carica annuncia quella seguente biasimando le vecchie che, per competere con le giovani, si rendono ridicole di fronte al mondo, rovinando addirittura il loro corpo. Ecco brevemente la sinossi della storia: un re si innamora della voce di una vecchia e immagina che si tratti di una giovane fanciulla. Inizia a corteggiarla e si lascia beffare dalla sola parte del corpo che la donna gli mostra (un dito succhiato). Illuso da questi indizi, dorme con lei. Alla scoperta dell’inganno lancia la vecchia giù dalla finestra. La poveretta rimane appesa a un albero e, scorta da un gruppo di fate, riceve un incantamento, diventando bella, ricca e giovane. Il re, affacciandosi dalla finestra e vedendo la sua nuova forma, se ne innamora e la sposa. L’anziana sorella, invitata al pranzo di nozze e invidiosa della sua fortuna, chiede alla sposa come abbia fatto a ottenere tanta bellezza e gioventù e la ragazza, stanca delle sue domande, le rivela il segreto: si è fatta scorticare. Presa dal desiderio di tornare giovane e bella, la vecchia lascia la festa, va da un barbiere, si fa scorticare. E ovviamente muore. Questo in Basile.
Cosa vediamo nella trasposizione teatrale della Dante?
Scena vuota, al centro un castello in miniatura, da fiaba alla Walt Disney, con un tulle blu che copre il supporto su cui poggia. A fianco due sedie e due uomini vestiti di nero che si succhiano il dito e ripetono l’ingiunzione: «Suca!». Dialogano fra loro.
Inizialmente si fatica a entrare nella dinamica dello spettacolo. Si è portati a credere che i due attori/vecchie stiano raccontando la fiaba, impersonando di volta in volta i vari personaggi. Poi, grazie ad alcune frasi rivelatrici, l’arcano si svela: durante la scena della visita del re, in cui la donna mostrerebbe il dito attraverso la porta, un «Procediamo» ci fa capire che, in realtà, ciò a cui assistiamo è una messinscena che le due donne ripetono (forse anche spesso), ossia uno spettacolo creato e agito da loro, per loro stesse. “Procediamo” starebbe per: “andiamo avanti, ricordi la parte? Forza, su!”. La storia procede (con alcune variazioni – che approfondiremo in seguito – rispetto a Basile) fino a quando la vecchia, trasformata in bella, ricca e giovane, incontra il re. A questo punto il meccanismo s’incrina: la donna, all’improvviso, interrompe l’incanto e la messinscena. Dice basta: è arrivata al punto di rottura. È tempo di una grande trasformazione. Stanca di quella pellaccia nera e puzzolente, prende la decisione di liberarsene una volta per tutte. Chiede alla sorella di scorticarla. E muore.
Rispetto quindi alle tematiche centrali dell’originale: l’invidia, la presenza di un re, l’incanto delle fate e lo scorticamento finale, solo quest’ultimo permane, ma totalmente trasformato nel senso e nel dettato. Perché lo scorticamento non è più lo stratagemma della sorella invidiosa per tornare giovane, bensì il tentativo della protagonista di un cambio di pelle, metaforico e reale, nella morte. Una scelta dovuta forse alla disperazione e alla stanchezza, e che, almeno in parte, sembra una conseguenza di questo continuo raccontarsi una storia impossibile – che non può essere creduta oltre. Se in Basile lo scorticamento è la reazione folle della vecchia invidiosa, in Dante è l’ultima ratio di una donna stanca, da un lato, di avere a che fare con il proprio corpo, vecchio e sfatto; e, dall’altro, di raccontarsi delle bugie per andare avanti. Non ci sono re, fate e invidia, bensì il momento decisivo della piena consapevolezza, il bisogno di guardare in faccia la realtà. Lei che si raccontava quella storia per consolarsi, per tenersi viva, in forma, per continuare a credere di valere («tengo uno scopo, mi sento rifiorire se mi pensa»), dice finalmente basta.

Partiamo da un’altra angolatura. La donna guardava la morte di sottecchi. Si aggrappava alla finzione nonostante tutto, in lei, le parlasse di morte. La messinscena non era che menzogna. E lei, stanca di mentire, stanca dell’incompatibilità della commedia con una verità incancellabile e innegabile, che stava sotto i suoi occhi, le sue mani, il suo naso, decide di liberarsene una volta per tutte, con un cambio di pelle dal valore altamente simbolico. A partire da questo cambio di pelle si ha una meditazione sulla morte quale estrema trasformazione, ma anche una riflessione su tutte le morti intermedie che ci rifiutiamo di compiere nel corso della vita, per rimanere aggrappati alle nostre maschere, alle vecchie identità – e, ovviamente, a una gioventù che non c’è più.
 La messinscena delle due sorelle ci appare, a questo punto, come quei gesti, divenuti riti, che scaldano il cuore, che danno solidità, a cui si è abituati e che sono talmente radicati in noi stessi da essere una seconda natura – ma che una nuova potente e innegabile verità sta progressivamente sgretolando da dentro. Si resiste, nel vago disorientamento, finché il tempo è maturo; finché quel momento che si teme, che si attende, che si sa arriverà, non può più essere ignorato. Lo stupore e l’ammirazione si fanno intensi di fronte alla risoluzione della protagonista.

Oltre a questa profonda modifica a livello di significato, lo spettacolo di Emma Dante presenta ulteriori scelte interessanti. Segni che ci interrogano, sfidando noi e la novella originale. Stelle luminose su quel tulle blu che ammanta il castello. Partiamo proprio dall’elemento castello, che dona alla scena un’atmosfera à la Disney, o un panorama à la Ravensburger: posizionato al centro del palco come una casa per principesse, il sogno di qualsiasi bambina cresciuta con i cartoni animati del grande Walt. Si sa, i sogni son desideri. Evidenetemente anche la fiaba è espressione di un desiderio. Ma desiderio di cosa?
La storia delle vecchie è inquadrata dai due uomini, cupi e grotteschi, che aprono lo spettacolo succhiandosi il dito, vestiti di nero prima di spogliarsi trasformandosi nelle protagoniste della vicenda. La loro mise rimanda all’immagine di due diavoli – demoni simili a quelli che stanno all’origine di Arlecchino e delle altre maschere teatrali, e che sfidano lo spettatore parlando, danzando e ritualizzando la vita, la morte e tutto ciò che sta nel mezzo.
Dal punto di vista lessicale, come già accennato, la parola “suca” ritorna spesso, pesante e pressante, a volte violenta; mentre il gesto del dito succhiato si ripete compulsivamente. A questo proposito è importante ricordare che il termine “suca” è ormai diventato il simbolo stesso di Palermo (vi è stata redatta addirittura una tesi di laurea). Di primo acchito sembra quindi un elemento estraneo al clima culturale della novella e al resto dello spettacolo. Si tratta di una parola che ha così tanta forza in se stessa, da imporsi nel suo proprio significato, a prescindere dalla sua funzione narrativa (in effetti, le due vecchie si succhierebbero il dito per farlo sembrare più giovane e delicato). Perché, quindi, una presenza di Palermo così fortemente esplicitata?
Un altro elemento interessante, che si distacca dall’originale di Basile, è il fatto che la vecchia si ribelli al re quando quest’ultimo scopre l’inganno, dopo aver dormito con lei. Una scelta che trasforma la donna da vittima in compagna – ossia, alla pari. Al punto che i due sembrano una coppia che si scontri con il problema del decadimento del corpo nel talamo – che soffrirebbe, quindi, il grottesco di un’attrazione animale che non può resistere al tempo. Quest’ultima sollecitazione ci interroga sul significato di parole quali passione e amore – posti di fronte alla sfida, enorme, del passare delle stagioni. Ci fa riflettere sulla differenza fra questi stessi termini, una differenza che si mostra proprio di fronte alla sfida del tempo. L’amore richiede saggezza, affronta il dolore e la malinconia del tempo che passa, del corpo che sfiorisce e si logora (nota bene: in entrambi i sessi). La passione è attrazione animale, corpo in movimento, e in quanto corpo è soggetta al decadimento. E anche se nella sua incredibile potenza appare come tutto ciò che conta, non è che prodotto in funzione di un corpo inserito nel tempo.
Mentre il re affronta il topos dell’immaginario maschile, ovvero l’incubo di aspettarsi una dea sexy nel letto e ritrovarsi con un’arpia, una megera, una strega (o, molto più semplicemente, una donna sfiorita e vecchia); lei urla e lo insulta, additandogli il suo stesso decadimento. Un bel grido di ribellione contro una società patriarcale, che vuole le donne sempre belle e giovani e, nel mito di un corpo maschile perennemente fertile, dimentica di ammettere che anch’esso decade, si arrugginisce, finendo flaccido e inerme.

Prima di chiudere questo nostro Dialogo, è doveroso soffermarsi sul momento della danza: le due vecchie, che rimandano a una coppia beckettiana, nel succhiarsi il dito a ritmo di musica, con fare ossessivo, ci suggeriscono un’ipotetica danza dell’esistenza di Lucky, ambientata nei nostri giorni. Sulle note di sonorità vagamente tribali, e sui loro movimenti, mentre tengono il dito in bocca, pensiamo a una metafora della vita delle donne (e degli uomini…) di oggi, ossessionate dall’idea della perenne giovinezza, fra botulino, trucco, chirurgia estetica e finzioni da Photoshop. Un’ossessione talmente forte da definire il senso e il ritmo di tutto il resto.
Ritorna così alla mente l’introduzione di Basile: “Ma se va biasimata una ragazzina che troppo vanitosa si dà a queste sciocchezze, è molto più degna di punizione una vecchia, che volendo competere con le ragazze, si becca i versacci della gente e la rovina del proprio corpo”. Perché non si tratta solamente di sembrare giovani, ma dell’essere o del restare tali. Opzioni, queste ultime, entrambe impossibili.
Va notato, però, che a differenza delle coppie beckettiane, sempre indissolubili, le donne della Dante alla fine si separano. Ognuna trova il proprio destino e lo segue. Di fronte alla richiesta della sorella, l’altra dapprima si rifiuta e si strugge, per cedere poi sia per amore che per rispetto delle altrui scelte. E in un’immagine finale di aura caravaggesca, solleva il coltello pronta a scorticarla. Lasciandoci in bocca il vago sapore di una morte assistita, di un’eutanasia.
Infarciti e inebetiti dall’imperativo dell’essere giovani sempre e dalle chimere dei futuri miracoli della scienza, abbiamo dimenticato che l’unico strumento che abbiamo per far fronte al tempo non è che guardare la realtà della morte, abbracciare il cambiamento e, con esso, tutte le piccole morti quotidiane di cui è disseminata la vita. Insieme alla protagonista comprendiamo che la risposta alle nostre ansie sta nel gettare via ciò che è morto, mutando pelle, e che l’unica cosa da fare è avere il coraggio di evolvere.

E così, quella che in Basile è una storia sull’invidia, sulla vecchiaia, sul ridicolo delle donne avvizzite che, prese dalla vanità, tentano di tornare giovani; in Dante diventa una riflessione sul pagare il giusto tributo al tempo, un’ode alla rottura – al liberarsi dal corpo e dalla finzione come di un peso. Un fare i conti col dolore della realtà, avendo l’audacia di guardarla in faccia. Un monito su quanto sia importante avere il coraggio di affrontare la verità, per quanto amara, prima che sia semplicemente intollerabile andare avanti.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro degli Impavidi
Via Mazzini – Sarzana
venerdì 29 novembre 2019, ore 21.15

La Scortecata
liberamente tratto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile
testo e regia Emma Dante
con Carmine Maringola e Salvatore D’Onofrio
elementi scenici e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
assistente di produzione Daniela Gusmano
assistente alla regia Manuel Capraro
produzione Festival di Spoleto 60, Teatro Biondo Palermo
in collaborazione con Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma

www.teatroimpavidisarzana.it

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