Senza coraggio

Al Teatro India è andata in scena La Scortecata nell’allestimento dell’acclamata Emma Dante.

La fragilità e le aspirazioni, i difetti e le debolezze, il desiderio e la finitezza: «l’essere unano è un insondabile mistero» e chi non lo «ammette non può essere neanche uno scienziato», diceva con la consueta limpida chiarezza Albert Einstein.

A maggior ragione, allora, ci si aspetta che la decostruzione dell’impossibile esaustività di ogni approccio oggettivo e che l’incontro/scontro con tale enigma avvengano naturalmente da una prospettiva altra, quella della creazione artistica.

L’arte – in cui non si materializza l’estro fantasmatico del genio, tantomeno la semplice espressione di un disagio, di un bisogno o di una volontà interiore, ma è carne viva, forgiata da sudore e sangue – non solo non svilisce il senso e la portata di un’autentica indagine conoscitiva, ma amplia e potenzia la possibilità di conoscere se stessi e il Mondo che ci circonda, possibilità che, quindi, non è di esclusiva pertinenza di un sapere matematizzante e non contraddittorio che avrebbe il totale dominio sul progresso epistemologico.

Proprio in quest’ottica di studio antropologico, di scoperta e, magari, denuncia, si inserisce il percorso de La Scortecata, pièce di Emma Dante liberamente tratta da Lo cunto de li cunti di Basile. In essa si «narra la storia di un re che si innamora della voce di una vecchia, la quale vive in una catapecchia insieme alla sorella più vecchia di lei». Tra offese, invettive e malsopportazione, le due si preparano all’incontro, cercando di dissimulare la propria veneranda età e ingannare il giovane, pur di tornare ad amare ed essere amate. L’epilogo è fatale perché l’unica soluzione sarà quella di togliersi di dosso la pelle vecchia (scorticarsi) e sperare che ne nasca una nuova.

La Dante affida ai fedelissimi Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola l’arduo compito di restituire le due anziane protagoniste con compassione, ma senza catartica empatia, dunque provocando una paradossale compartecipazione riflessiva sulla loro condizione esistenziale. Il livello comunicativo di una scena di assoluta pulizia è altissimo. Due sedie sublimano la necessità di un appoggio per chi ormai è troppo vecchia per farcela da sola e fa fatica a fidarsi della propria vicina (la sorella); il castello miniaturizza un mondo fiabesco di bellezza e prìncipi del quale le due fanno ormai parte solo sotto mentite spoglie (quelle che vestirà una delle due per interpretare l’amato sovrano in un momento di suggestiva metateatralità), mentre la porta è simbolo canonico di ciò che «dell’ultimo orizzonte il guardo esclude» (L’infinito, Leopardi).

La regia è inappuntabile nel concedersi al protagonismo dei personaggi, i quali alternano movimenti coreografici e dialoghi verbosi, ma patiscono l’assenza di momenti di intima introspezione. La vicenda del culto di una giovinezza anelata in ogni modo (anche succhiandosi compulsivamente il dito pur di piacere al maschio di turno) emerge con amara tristezza e la Dante prende ancora una volta a bersaglio la condizione di donne che non riescono ad affermare la voglia vivere la propria vita come meglio preferiscono e si autoinfliggono dolore, genuflettendosi a una disumana cultura patriarcale.

Resa stilistica e capacità tecnica non bastano, tuttavia, a dare spessore a tale operazione, il cui pirandelliano umorismo risulta pesantemente depotenziato dall’eccessiva linearità di una direzione che presenta dialetticamente i personaggi, ne illustra il conflitto e li libera nel finale senza mai oltrepassare la percezione di un’intensa prova d’attore, complici anche il didascalismo delle musiche (Comme facette mammete di Pietra Montecorvino, Mambo italiano di Renato Carosone, Reginella di Massimo Ranieri e Cammina Cammina di Pino Daniele) e, soprattutto, l’abuso di una tematica, quella dell’estetica del corpo, presentata in maniera monolitica nei termini di isteria e senza alcun approfondimento drammaturgico delle influenze e dei condizionamenti sociali, culturali, psichici, ecc.

Le stesse note di regia tradiscono una portata pericolosamente moralistica nel confessare che «se merita biasimo una fanciulla che troppo vana si dà a queste civetterie, quanto è più degna di castigo una vecchia che, volendo competere con le figliole, si causa l’allucco della gente e la rovina di sé stessa».

Emma Dante si conferma maestra nel dirigere i propri attori, ma è unicamente alla loro sconcertante tenuta scenica, ai loro gesti e alla loro voce che viene demandata ogni sfumatura di quei sentimenti soffocati da una società tanto invisibile all’esterno, quanto onnipervasiva nell’intimità.

La visione de La Scortecata sedimenta allora la consapevolezza di una messa in scena tecnicamente sontuosa nell’interpretazione attorale e nell’utilizzo dello spazio, ma anche la sensazione di estrema debolezza di un’atmosfera vintage piuttosto che archetipica, piegata sul sarcasmo e inadeguata nell’invocare, attraverso la riflessione, il disagio di fronte allo stesso sorriso che la sua visione suscita.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro India
Lungotevere Vittorio Gassman 1, Roma
dal 30 ottobre all’11 novembre 2018

La Scortecata
liberamente tratto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile
testo e regia Emma Dante
con Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola
elementi scenici e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
assistente di produzione Daniela Gusmano
assistente alla regia Manuel Capraro
produzione Festival di Spoleto 60, Teatro Biondo di Palermo
in collaborazione con Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma

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