Al Franco Parenti uno spettacolo tutto da ridere che punta sull’estrema contemporaneità di alcuni classici teatrali, in grado di parlare al pubblico come se fossero stati scritti ieri o, addirittura, oggi.

Prendiamo un cervo con delle imponenti corna e mettiamolo sul palco, studiamo un linguaggio fresco e divertente, facciamo recitare sei bravi attori diretti da un ottimo regista, oltre che interprete, ed ecco La scuola delle mogli di Valter Malosti.

Il testo è già di per sé allegro e frizzante, ma lo studio linguistico lo rende ancora più godibile. Sebbene in rima non risulta noioso né ripetitivo, rivelandosi al contrario più divertente che mai: inframmezzato da un francese maccheronico – piccola eco della musicalità propria della lingua di Molière – spesso lascia spazio a qualche parola scurrile che, lungi dall’essere fastidiosa, rende il recitato ancora più aderente alla realtà.

L’attore e regista Valter Malosti tiene – e disegna – la scena con impeccabile bravura: un grande ceppo di albero al centro di una piattaforma rotonda – albero che fa da citazione al nuovo nome che il protagonista Arnolphe decide di darsi e che darà poi adito a una serie di equivoci – rimane sul palco per tutto lo spettacolo, centrale rispetto all’evolversi degli eventi come lo sarà Arnolphe, che è il vero motore dell’azione. Solo nel finale, quando il meccanismo gli si ritorce contro e non rimane più nessuno, il protagonista si ritirerà dietro le quinte, unico accesso al mondo altro – quello che, per chiarire, non gira più intorno a lui. Al contrario, la giovane Agnès, oggetto delle mire sessuali e matromoniali di Arnolphe – rappresentata come una bambola un po’ stupida, tutta vocine, bocca aperta e guance rosse, al limite dell’imitazione di una bambola gonfiabile – nel finale diventerà personaggio completo e meno soggetta al desiderio del vecchio, decidendo di scappare con il giovane Horace.

Interessante anche la scelta musicale: i tre personaggi principali spesso eseguono melodie che li caratterizzano anche simbolicamente: Horace è un giovane cantautore un po’ pop, Arnolphe è il cantante che soffre per amore, mentre Agnès canta e balla su ritmi rap.

Una figura, in particolare, merita di essere citata: lo strano personaggio dal volto coperto da una calza di nailon, vestito come Arnolphe e che si muove, all’inizio, come la sua immagine nello specchio e poi lo segue come un’ombra. Molto interessante il tentativo del regista – peraltro riuscito – di sdoppiare il personaggio principale e dargli un alter ego cornuto che, sebbene non possa dirsi felice, è almeno rassegnato e convinto che il proprio non sia uno status tanto malvagio. Il vecchio Arnolphe finirà per essere anche lui “cervo”, tradito moralmente dalla giovane che gli doveva tutto.

Un testo, quindi, che funziona – e bene – forse perché le dinamiche sociali non sono cambiate molto dai tempi di Molière. Quanti uomini vorrebbero una donna plasmata su misura per loro? Quanti genitori rimangono allibiti di fronte alla ribellione del figlio adolescente? Quanti dicono al proprio partner: «Ma io pensavo che tu fossi diverso»? Molière sembra ammonirci affermando che, purtroppo, le cose sono andate e andranno sempre così: nessuno può costruire l’altro a propria immagine e somiglianza. Tranne Pigmalione, certo, ma quella è un’altra storia.

Lo spettacolo continua:
Teatro Franco Parenti

via Pier Lombardo, 14 – Milano
Fino a domenica 21 novembre

Molière / La scuola delle mogli
uno spettacolo di Valter Malosti
con Valter Malosti, Mariano Pirrello, Valentina Virando, Giulia Cotugno, Marco Imparato, Fausto Caroli, Gianluca Gambino
suono Gup Alcaro
costumi Federica Genovesi
scene Carmelo Giammello
luci Francesco Dell’Elba
maschere Stefano Perocco di Meduna
scelte musicali Valter Malosti

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