Un re nel Getsemani

Passione e morte di un uomo lasciato solo, nella trasposizione laica e politica della vicenda di Aldo Moro.

«Era una notte buia dello Stato italiano, quella del 9 maggio ’78, la notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro, l’alba dei funerali di uno Stato». Inizia così il brano I cento passi, portata al successo dai Modena City Ramblers qualche anno fa. Quella canzone fresca, carica di entusiasmo e di allegria è diventata il ritornello da canticchiare a ogni ricorrenza del 9 maggio. Con i suoi pochi versi, puntuali ed espressivi, fissa nella memoria i fatti che accaddero in una sola terribile notte, in cui il ritrovamento di due corpi straziati portò allo scoperto, davanti all’opinione pubblica, lo stato d’assedio in cui si trovava l’Italia, stretta nella morsa della mafia, da un lato, e della politica stragista dall’altro. Quella notte, il corpo di Peppino Impastato, il ragazzo di Cinisi che combatteva la mafia a cento passi da casa sua, fu fatto saltare e ridotto a brandelli per tacitarne la scomoda ribellione. Qualche centinaio di chilometri più a nord, un altro corpo, quello di Aldo Moro, dopo cinquantacinque giorni di prigionia, veniva fatto ritrovare dalle Brigate Rosse in via Caetani a Roma, ucciso a colpi di arma da fuoco e riverso nel bagagliaio di una Renault 4, a pochi passi dalla sede della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista.
Nella rilettura di Mauro Monni, Aldo Moro diventa un personaggio di Shakespeare, si riveste dei panni di Riccardo III e vive in una grandiosa solitudine, abbandonato dai suoi più stretti collaboratori. Lo schianto dell’amarezza è tanto più doloroso, quanto più in vita si è stati portati in alto e Aldo Moro, il presidente, in vita era una persona che contava, forse troppo, e che sapeva troppo, «sapeva tutto di tutti» come ricorda la vedova Eleonora. Il re, fatto prigioniero dal popolo, viene sottoposto a un processo surreale e iniquo, mosso non dallo spirito di una giustizia uguale per tutti, ma dalla volontà di “punirne uno per educarne cento”. Il terrore, a quel punto, non è più il nome astratto di una strategia perversa, ma un sentimento palpabile e concreto nelle parole del Re, prima spaventate, poi arrabbiate, infine attaccate al filo di speranza intrecciato da un’incipiente sindrome di Stoccolma. Monni si sofferma sulle riflessioni dei terroristi, poi su quelle dei componenti della Dc, infine su quelle terribili e accusatorie di Moro, dei singulti di un animale in gabbia che capisce di non avere più nulla da perdere. Ai momenti intimistici, Monni affianca incursioni storiche sulla condizione politica e sociale di quegli anni, ricostruendo il contesto secondo un’ottica complottista che accredita le verosimili tesi di un coinvolgimento istituzionale e internazionale nel caso Moro. Con delicatezza e senza insinuazioni qualunquiste, il monologo di Monni ripercorre quel periodo di tensione e sotterfugi, la prima vera lunga notte della Repubblica Italiana.
Solo, solo, solo, tre volte abbandonato dai colleghi, dalla giustizia, dai carcerieri, sua ultima fonte di salvezza. Tre volte rinnegato, come quel Cristo al quale Moro per tutta la vita si era ispirato e aveva continuato a pregare, nonostante, come gli ricordava Giulio Andreotti, non gli rispondesse.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Millelire
via Ruggero di Lauria, 22 – Roma
lunedì 13 maggio, ore 21.00
(durata 1 ora circa)

La solitudine del Re. I 55 giorni di Aldo Moro nella prigione del popolo
da un’idea di Giacomo Andrico
ccritto, diretto e interpretato da Mauro Monni

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