Il palcoscenico comasco ospita l’impeccabile macchina teatrale goldoniana: Toni Servillo, innovativo senza mai strafare, ne rinfresca gli ingranaggi, rispolvera antiche usanze e guida un cast d’eccellenza alla riscoperta della meschinità umana. Funziona, alla perfezione.

il sipario è già aperto. In scena, solo un pesante fondale, bianco e graffiato, un muro di tela scrostato e imponente proprio come quelli di mattoni: semplice, concreto e inequivocabiile.

Carlo Sala, scenografo di questa nuova versione della Trilogia della Villeggiatura, ha voluto così. Sfondi realistici ed evocativi, come ai vecchi tempi, con aperture ad indicare le porte e piccoli arredi a completare l’ambientazione. Durante l’intervallo scenderanno cascate di edera e verranno srotolati tappeti di foglie, per tutta la durata dello spettacolo gli oggetti di scena verranno spostati sul palco, spariranno o si moltiplicheranno, le sedie di legno campagnole prenderanno il posto degli sgabelli imbottiti e delle valige d’epoca, lo spazio cambierà totalmente con pochi netti movimenti e sempre sotto gli occhi degli spettatori. Niente di nuovo insomma, verrebbe da dire: ma l’effetto, nella sua tradizionalità, è spettacolare, difficile spiegare perché.

Le tre commedie, che Goldoni aveva inizialmente pensato come indipendenti e che invece Toni Servillo ci ripropone in un unico spettacolo, scorrono senza intoppi, e la scenografia le accompagna puntuale, chiara, esplicita, senza cadere in inutili estetismi ma neanche in un simbolismo troppo ricercato. Semplicemente, ricrea il luogo ideale in cui le relazioni tra i personaggi possano svilupparsi, li asseconda nei loro cambiamenti e spostamenti, seguendoli o lasciandosi raggiungere, diventando una casa, un’altra, la campagna, di nuovo la città.

Fatta eccezione per un’unica trovata, tra l’altro anch’essa ottimamente riuscita (la rappresentaione del sole nel “capitolo” Avventure della Villeggiatura), le tecniche e lo stile scenici sono tutti antichi, ma l’idea di permettere al pubblico di assistere a tutti i cambi di scena e di vedere il trucco teatrale, di svelare la finzione nella sua versione più classica e quindi in qualche modo più sacra, li rende interessanti, oltre che piacevolissimi. Ogni scena è un quadro, completo e bello, emozionante anche se gli attori sono assenti – o forse proprio per quello, a volte, come quando sul palco deserto restano solo il rosso e il nero delle carte da gioco abbandonate sui tavoli di legno.

Quando poi gli attori sono sul palco, il risultato è assicurato. I corpi, nei costumi pastello di Ortensia De Francesco, si rapportano tra loro, si avvicinano e si allontanano, creando equilibri sempre diversi e immagini sempre convincenti, quasi coreografiche, come nella scena della disposizione in gruppi per cominciare i giochi, o quando Giacinta, rimasta sola, rientra in casa attraverso il fondale ancora in movimento e da un altro ingresso, contemporaneamente, Leonardo esce in proscenio.

Difficile spiegare la magia di questi momenti apparentemente banali; più semplice, forse, lodare le capacità attoriali del cast, che sotto la lucida regia di Servillo riescono a dare alle tre commedie (per altro già molto profonde nella loro stesura nonostante la tipica trama ad intrecci amorosi) un tono e e una ricchezza tematica sorprendenti. L’ottima recitazione, il cui ritmo inizialmente vorticoso rallenta gradualmente durante le tre ore di spettacolo, permette di superare agilmente le farraginosità  che la lingua goldoniana a volte crea, tanto che l’arcaicità delle espressioni passa quasi inosservata. I personaggi, perfettamente costruiti e credibili, si evolvono e cambiano, affrontano problemi e delusioni, e la commedia, una battuta dopo l’altra, una rivelazione dopo l’altra, lentamente si trasforma in dramma. L’ipocrisia, l’importanza dell’apparenza e della reputazione, la miseria, la sensibilità femminile, tutti temi inizialmente affrontati con il sorriso, vengono analizzati con serietà sempre maggiore, fino ad esplodere in un finale cupo e temporalesco.

«I personaggi che via via incontriamo sembrano raccontarci un oggi animato dalla stessa necessità di esserci piuttosto che di essere, da una ricerca ostinata e nevrotica della felicità, dall’incapacità di intravedere, all’orizzonte, novità che sostituiscano le abitudini.». Questa l’idea del regista, perfettamente comunicata nello spettacolo attraverso ogni elemento della macchina teatrale, anche grazie alla complicità che fin dall’inizio si crea con il pubblico, alle convenzioni chiare e nette, univoche. Tutto è immediatamente comprensibile: i cambi di ambientazione indicati solo da un trillare di campanello (la scena resta identica, ma quel semplice suono riesce a trasportare tutto il pubblico nella dimora di un altro personaggio), o il passaggio dal giorno alla notte segnato dal tacere delle cicale che lasciano il posto al canto dei grilli, o le note del pianoforte per riempire l’ellissi temporale tra una commedia e l’altra.

La lunghezza dello spettacolo, forse comunque eccessiva, è alleggerita dalla comicità intrinseca di alcuni personaggi, come quello portato in scena dallo stesso, sempre bravissimo, Servillo, ma soprattutto dalla presenza di alcuni inserti anacronistici, stranianti e proprio per questo ricchi di senso; uno per tutti, nell’ultima parte, la brandina sfatta sotto la forte luce al neon di una completamente decontestualizzata camera novecentesca.

Tra trovate geniali e quadri impeccabili, la Trilogia volge al termine, e all’accendersi delle luci in bocca resta un (piacevole) amaro che raramente si sperimenta alla fine di una commedia.
Convincente, senza riserve.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Sociale

via Bellini, 3 – Como

Trilogia della villeggiatura
con Andrea Renzi, Francesco Paglino, Rocco Giordano, Eva Cambiale, Alessandro Errico, Toni Servillo, Tommaso Ragno, Paolo Graziosi, Anna Della Rosa, Chiara Baffi, Gigio Morra, Betti Pedrazzi, Giulia Pica Marco D’Amore, Mariella Lo Sardo
adattamento e regia: Toni Servillo
scene: Carlo Sala
costumi: Ortensia De Francesco
light designer: Pasquale Mari
realizzazione luci: Lucio Sabatino
suono: Daghi Rondanini
aiuto regista: Costanza Boccardi
produzione Teatri Uniti – Piccolo Teatro di Milano

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