Doppia recensione dello spettacolo La sposta del diavolo, in scena allo Spazio Tertulliano di Milano.

L’arte, il male, la città
di Francesca Brancaccio

Attualità e storia privata, giallo e simbolismo, tarocchi e gallerie d’arte, inquietudine e cinismo: la giovane Compagnia delle Furie torna allo Spazio Tertulliano con la storia di una donna, della sua città, della sua arte, dei suoi incubi. E la speranza che il teatro italiano possa avere un futuro torna a brillare.

Se si dovesse definire La sposa del diavolo con un solo aggettivo, sicuramente sarebbe avvincente. I dialoghi serrati, il sapiente uso della bella e densa musica e dei rumori, la frenetica danza rossa e bianca dei cuscini in scena, il movimento degli attori, la trama e l’intreccio, l’avvicendarsi di stili e linguaggi diversi precipitano lo spettatore in un viaggio vorticoso verso il centro di qualcosa di cui ancora non si sa il nome, in una corsa nel buio con la speranza che alla fine, all’arrivo, ci sia la luce.

Una storia comune, normale, che però comincia con un dubbio insolito e una telefonata terribile. “Chi è Eva?”
Una risposta immediata e completa in una voce calma e onnisciente che ricorda i narratori dei film di Jean-Pierre Jeunet e che conduce il pubblico per mano alla scoperta delle identità e dei caratteri, dei passati, dei desideri e delle paure. Gli attori e i personaggi si vestono in scena, appropriandosi contemporaneamente di indumenti e personalità, e nei loro colori neutri si affrontano, si conoscono, si innamorano, convivono, all’interno di una città che è, allo stesso tempo, cuore pulsante e mano strangolatrice, amica e assassina.

La città. Forse vera protagonista dello spettacolo, con le sue strade e i suoi passanti, le sue ombre e le fonti d’ispirazione, i suoi mille lavori frustranti e le rare, insperate, occasioni. La città instaura con Eva un rapporto di dipendenza malato, inquietante, fatale. Cosa significa, concretamente, vivere in città, vivere la città, per un artista? Per Eva, personaggio concreto e individuale ma allo stesso tempo simbolo ed emblema di una reale e attualissima situazione, significa prima di tutto non avere tempo per esprimersi. Il crudele circolo vizioso – essere costretti a lavori poco qualificati e del tutto insoddisfacenti per mantenersi e potersi così dedicare al mestiere che davvero si vuole fare, all’arte, per poi ritrovarsi a osservare impotenti queste occupazioni che, giorno dopo giorno, mangiano le ore e l’energia, così che la vita vera, quella artistica, si ritrova sepolta sotto cumuli di stanchezza e impegni inutili a cui è impossibile dire no – è rappresentato con una forza e una verità dolorose.

«Se tanto il fallimento è insito nello stesso volere far teatro, allora a che pro?» si chiede Fulvio Vanacore, a cui si deve il soggetto e la lucida regia dello spettacolo: «Allora forse volevo parlare di questo. Di una generazione di possibili eroi disillusi dalla realtà. Uomini e donne nati sotto una cattiva stella, in un periodo storico che gli eroi tende a deriderli se non addirittura ad ammazzarli, per poi santificare i loro assassini. Uomini. E donne. Donne. Donne prese in giro dalla società che dice di volerle proteggere. Donne che vorrebbero cambiare il mondo ma che, per provare a farlo (e solo per provare), devono rinunciare a molto».

Così nasce La sposa del diavolo. Con un problema che sembra un ostacolo insormontabile e l’esigenza di parlarne. Cresce con una brava drammaturga, Irene Petra Zani, che al soggetto dà una struttura robusta ed efficace e colora lo spettacolo di un’atmosfera inquietante e, a tratti, addirittura angosciante che funziona, senza mai lasciarsi sfuggire l’occasione di un’amara e cinica risata né mai cadere nella banalità di uno sterile stereotipo. E si compie lo spettacolo sulla scena, con i corpi, la voce e l’azione dei bravi attori, con i bei costumi (la complessa figura del martire, personificazione forse del rimorso, non avrebbe potuto essere più efficace di come l’hanno resa le bende, il nylon e il corpo e i rantoli della sorprendente Valeria Sara Costantin), e con la salda regia di Vanacore. Ogni scena è completa, equilibrata, la tensione resta sempre alta e il calo dell’attenzione è scongiurato dall’inserimento di stili, registri e linguaggi teatrali anche profondamente contrastanti, senza che per questo si perda di vista l’unitarietà e la cura dei dettagli, sempre contemporaneamente estetici e comunicativi.

Bello come il rito quotidiano del bere un caffè quando si trasforma in coreografico specchio dell’animo umano.
Eva, Lucille, André, il martire, una visione. La realtà diventa pazzia, la pazzia sogno e il sogno incubo, e quando sembra che tutto, finalmente, sia svelato, o almeno trovi una conclusione, il caos ha il sopravvento. Il testo e l’azione diventano sempre più ostici, fin troppo ermetici, e i minuti finali, seppur decisamente estetici, lasciano purtroppo perplessi. Sono gli stessi attori, sui saluti, a dichiarare che lo spettacolo è ancora in divenire, che la parola fine non può ancora essere scritta e che la ricerca continua. Tanto meglio: La sposa del diavolo non ha ancora finito di stupire.

Il male che è in noi
di Claudia SchirripaLa sposa del diavolo, una nuova drammaturgia densa di angoscia ma, a tratti, non sempre facilmente comprensibile.

Un telefono che squilla nel cuore della notte e a cui si ha paura di rispondere. Dall’altra parte del filo una voce anonima e poco rassicurante mette in luce il lato maligno della vita.

Questo è il leitmotiv dello spettacolo di Fulvio Vanacore, un elemento ricorrente e a effetto che aggiunge ansia alla già angosciosa trama in cui vengono mostrate e contrapposte due relazioni sentimentali: quella tra André ed Eva e quella tra André e Lucille. A far da sfondo, un’anonima Città che divora vite e speranze e rappresenta un punto irrinunciabile per tutti e tre i personaggi, contrapposta all’Oceano dove André va a pescare e dove si ricongiunge alla natura; dove promette sempre di portare le sue amanti, senza però mantenere mai la promessa, affidata a un indeterminato “domani”.

Le esistenze di questi giovani sono il fulcro attorno al quale ruota tutta la messinscena. Colpisce molto come sia rappresentata in modo perfetto la realtà contemporanea, con l’impossibile conciliazione tra società e affermazione giovanile. Esemplare è il caso di Eva: ha venticinque anni, vorrebbe fare l’artista ed è appena uscita dall’Accademia. Ha studiato, è preparata; purtroppo, però, per portare avanti questa passione – sperando che possa un giorno diventare il suo lavoro – è costretta a svolgere più impieghi contemporaneamente – che hanno ben poco di artistico e non le lasciano quasi il tempo e le energie per ciò che sa fare veramente: dipingere. Ritratto fedele della nostra contemporaneità: viene rappresentata l’incertezza per il futuro, l’assenza di una collocazione precisa nella società, l’arabattarsi in tante attività mal pagate per arrivare a fine mese, tralasciando sogni e felicità.

L’idea romantica che sia solo questione di tempo e che l’importante è non mollare tiene unito il tutto: nel momento in cui – a seguito di una proposta telefonica economicamente allettante – Eva decide di cambiare strada e abbandonare lavori e pittura per dedicarsi a tempo pieno a un progetto fotografico in cui forse non crede più di tanto, è la fine. Si sgretola la relazione con André e si insinua una nuova entità: è il male, il diavolo che si mostra prima nella sua veste più esuberante e accattivante, per poi presenziare come un essere ferito e lamentoso, quasi fosse il doppio di ogni personaggio, seguendone le azioni da un angolo. La catarsi finale si ha con la liberazione dalle bende e dalle ferite di questa entità – che si congeda da André, andando via per sempre.

La struttura delle pièce è piuttosto simmetrica: dopo un flashback iniziale, le due vicende sono proposte in ordine cronologico, ma con la costante ripresa di frasi e situazioni che creano un significativo collegamento tra il “prima” e il “dopo” – che contribuisce a limitare lo spazio psico-emotivo dello spettatore, a tratti al limite della claustrofobia. Inoltre, il racconto della storia è spesso affidato a una voce narrante che guida le azioni degli attori, per i quali spesso le battute sono solo un breve intermezzo.

Purtroppo la seconda parte dello spettacolo risulta spesso frammentaria e, a tratti, poco comprensibile: alcune scene non si riescono a collegare immediatamente con ciò che è accaduto precedentemente sul palcoscenico e talvolta la lettura non è immediata. Forse anche a causa dei giovanissimi attori che non sempre riescono a essere in parte con disinvoltura, fatta eccezione per Valeria Sara Costantin che, nel suo sfigurante costume, ha un’eccellente mobilità, di sicuro non facile da rendere – la sua interpretazione ricorda molto da vicino alcuni tra i migliori Caliban shakespeariani visti nella storia del teatro.

Nel complesso lo spettacolo è piacevole, ha una giusta durata – poco più di un’ora – e le tematiche e le atmosfere sono coinvolgenti. Peccato davvero per la frammentarietà che, a volte, disturba e per le piccole sbavature già segnalate che smorzano non poco le ottime potenzialità di questa drammaturgia che ha il suo culmine nella lotta tra André e il martire: adrenalina pura.

Lo spettacolo continua:
Spazio Tertulliano

via Tertulliano, 68 – Milano
fino a domenica 23 gennaio
orari: dal mercoledì al sabato ore 21.00 – domenica ore 16.00
La sposa del diavolo
regia e soggetto Fulvio Vanacore
con Valeria Sara Costantin, Irina Lorandi, Sandro Pivotti, Irene Timpanaro
drammaturgia Irene Petra Zani & Compagnia delle Furie
musiche originali Joao Pedro Xebb Beltrami
sound design Giacomo Martelletti Priorelli & Fulvio Vanacore
produzione Compagnia delle Furie in collaborazione con La Corte Ospitale

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