Nell’ambiente intimo dello Studio Uno di Roma, su un palco nero che sembra veramente, nel suo piccolo, aprirsi verso un alibi e verso un tempo altro, si mette in scena un dramma che nella cultura occidentale ha ben pochi uguali: le persecuzioni razziali perpetuate dalla Germania hitleriana, persecuzioni che avevano come vittime “preferite” le varie comunità ebraiche disseminate per tutta l’Europa.

La stella sul cappotto… testimonianza dall’Olocausto è scritto e diretto da Sasà Russo ed è interpretato da Eleonora Micali e Valentina D’Amico. Si tratta di una libera trasposizione del celebre romanzo autobiografico della scrittrice polacca Roma Ligocka, scappata/sopravvissuta ai rastrellamenti del ghetto di Cracovia durante l’invasione nazista in Polonia. Il racconto, in prima persona, di una bambina di nemmeno sei anni che venne braccata dalla Gestapo e, aiutata solo dalla madre, soffrì e resistette a un’infanzia piena di privazioni, di divieti, di silenzi, di fantasmi. Un’infanzia che, non c’è quasi bisogno di dirlo, nessuno può effettivamente riuscire a concepire.

Le due attrici che impersonano le “anime” del racconto sono Valentina D’Amico: la voce e il volto della cronaca, portatrice di quella lucidità delle descrizioni tipica di chi, a distanza di tempo (come, infatti, è successo alla Ligocka), tira le fila del suo passato e rimette i tasselli della sua vita nel giusto ordine; ed Eleonora Micali: l’azione – riesumata dal passato – il movimento, il dramma autentico, l’agire “per davvero” – colmo di sensazioni, emozioni, urla, lacrime, passi, cadute, singhiozzi e interminabili attese. Queste due voci, seppure così distanti (da notare anche la differente scelta d’illuminazione per le due interpreti), trattano comunque la stessa materia e, a volte, si incrociano, si riconoscono, mentre i loro corpi si incontrano, si toccano, rompono la barriera invisibile di spazio e tempo che separa le due realtà. E, come segno del contatto avvenuto, le anime del racconto si passano un ciondolo, simbolo di una continuità che dimostra l’indissolubile unione di due stati che potrebbero dirsi estranei l’uno all’altro, ma che sono semplicemente due modi diversi di guardare la stessa storia. O, se preferite, di guardare la Storia – con la maiuscola. Nota di merito alle interpreti che dimostrano una capacità di interazione fra loro molto convincente, quasi navigassero nello “stesso flusso” nonostante i ruoli differenti.

Oltre all’ottimo lavoro di Russo e delle due attrici, il punto vero che emerge è la rappresentazione dell’orrore – inserito nell’universo narrativo/iconografico di oggi. Si potrebbe infatti pensare che mettere in scena gli eterni scheletri nell’armadio della nostra civiltà (civiltà?) – così come ci sono stati raccontati – serva più a produrre un feticcio di coscienza storico-critica, piuttosto che la coscienza stessa. Un simulacro – non per scelta ma per necessità, perché il nostro tempo si rapporta con l’orrore non completamente compreso e assimilato in modo apparentemente schizoide. Non vogliamo però entrare nel merito della disquisizione: non ci spetta e e le implicazioni sarebbero troppo ampie. L’unico, significativo appunto che ci permettiamo di annotare è che sui volti delle due attrici, provate dal dramma, dalla messinscena, dal teatro in quanto pratica, c’erano le lacrime. Quale che sia l’effetto, nel lungo termine, della rappresentazione di storie come queste (e ci spiace per il tono banalizzante) è questione lecita, ma di ampio respiro. Per il qui e ora, per noi, sapere che, nel nostro mondo occidentale, dove il pianto è quasi una vergogna sociale, esistono opere capaci di farci brillare gli occhi, ciò rappresenta, per queste stesse opere, la promozione a pieni voti.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Studio Uno

via Carlo della Rocca 6 – Roma
fino a domenica 30 gennaio
orari: da giovedì a sabato ore 21.00 – domenica ore 18.00

La stella sul cappotto… testimonianza dall’Olocausto
scritto e diretto da Sasà Russo
liberamente ispirato a un romanzo di Roma Ligocka
con Eleonora Micali e Valentina D’Amico

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