Un viaggio surrealista ai confini del mondo

La Strada, adattamento teatrale dal romanzo di Cormac McCarthy è andato in scena durante il Festival Flautissimo al Vascello il 4 novembre. Sul palcoscenico il giovane talento Guglielmo Poggi, accompagnato da un affascinante utilizzo e montaggio immagini del regista Stefano Cioffi.

Cosa succede dopo la fine del mondo?
Un pianeta terra desolato, un percorso da intraprendere. La strada della vita e la strada della morte si incrociano più volte in questa rappresentazione di un destino – indotto, infranto, forzato e senza vie di fuga – di un padre e di un figlio con tutto ciò che resta del loro passato. Perché di futuro non se ne vede e il presente, in questa storia fatta di neve e ghiaccio, è schiacciante.

Sembra davvero di sentirlo, questo freddo spietato, nella storia che ci viene raccontata dal giovane attore Guglielmo Poggi, diplomato al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, vincitore del Nastro D’argento 2018 come migliore attore protagonista del film di Castellitto, Il Tuttofare. Ma, ne La Strada, diretto dal regista Stefano Cioffi, non ci sono accademie o premi; piuttosto un attore, libero dalle etichette, che interpreta in modo veritiero e naturale tutti i personaggi, i loro sentimenti, le loro paure e la loro inettitudine in uno scenario apocalittico.
Una scelta di libertà in un mercato dello spettacolo che spesso e volentieri bolla e classifica il lavoro degli attori secondo logiche di profitto.

La Strada è ambientata in uno scenario catastrofico e senza speranze nel quale un padre ed un figlio fanno semplicemente tutto ciò che gli resta: sopravvivere. Lo fanno camminando verso sud, con un carrello, pochi stracci e provviste ed una pistola: vagano verso una meta ignota, verso un mare plumbeo e gelido, trovando resti di umanità e di una natura ormai irriconoscibile.

In una lotta spietata contro la morte, padre e figlio (interpretati da Poggi) legati da un rapporto congenito ed inteso, sembrano essere le due facce della stessa medaglia, azione e riflessione, paura e coraggio, amore e odio. Il bambino (forse troppo intelligente per esserlo) a volte sembra essere quasi più maturo del padre, e ne tiene le redini: lo allerta quando c’è da avere paura e lo interroga in continuazione, come solo i bambini sanno fare, esortandolo ad avere pietà nei confronti delle anime che trova per strada. Ma non c’è pietà in un mondo fatto ormai solo di ghiaccio, e non è questione di essere un uomini maturi e saggi, ma di essere un uomini in lotta per la propria sopravvivenza. Dunque, senza la figura del padre, il figlio non sopravviverebbe e viceversa, ma è interessante notare come i due personaggi non siano tagliati con l’accetta e che abbiano, invece, entrambi delle caratteristiche da bambini e da adulti nel loro modo di agire; come se, nell’elaborazione drammaturgica e nello studio del personaggio, i due caratteri si fossero fusi e influenzati vicendevolmente.

Sono due personaggi o è uno solo? Se il bambino fosse una proiezione del padre?

Non possiamo poi fare a meno di notare che le immagini e le atmosfere evocate ricordano talvolta alcune tele di Salvador Dalì, La capanna del silenzioReminiscenza archeologica dell’Angelus di Millet o l’Enigma di Hitler. Quadri in cui tutto è nebuloso ma tutto è tagliente, angosciante, presente. Quindi, un’altra domanda sorge spontanea: e se tutto fosse solo un’ incubo ambientato in un quadro surrealista?

I due camminano senza tregua, e incontrano, lungo la strada, resti di vita, resti di cibo, resti di mondo passato: un viandante, un bambino, un ladro, dei passanti lontani, un cane, resti di ossa e carcasse. Ognuno lotta per la vita, ognuno è nemico dell’altro, ognuno pensa a se stesso. Gli unici tratti di umanità che rimangono sono quelli del padre e del figlio, ma anch’essi diventano disumani quando devono lottare per la propria sopravvivenza. Nulla è scontato, nulla è gratuito.

Un momento di apparente serenità viene ritrovato dai due protagonisti in un vecchio capannone, quando, poco dopo scene cruente, i due trovano in una botola, scorte di cibo in scatola. Sembra che finalmente si possa avere un po’ di pace, ma subito dopo è di nuovo l’inferno, un inferno ghiacciato, un inferno senza Dio, un inferno bianco.

Le immagini video proiettate sullo sfondo, aiutano il pubblico ad entrare nel mood, e la musica eseguita in scena da Francesco Beretti non ha nulla di quel rituale che si instaura generalmente nell’esecuzione di musica dal vivo e nell’accompagnamento di uno spettacolo e/o reading, in cui si sa, o si intuisce, quando essa finirà per dare spazio alla recitazione: ne La Strada di Stefano Cioffi ambiente sonoro, parola e video sono un tutt’uno.

Guglielmo Poggi, al centro del palco, in un’atmosfera cupa, vestito con dei pantaloncini che sembrano appartenere al ruolo del bambino e ricoperto da un giaccone che sembra appartenere al ruolo del padre, in una fusione recitativa e drammaturgica che, che come anticipato ben gli si addice, legge e interpreta tutto d’un fiato questa riscrittura teatrale dell’omonimo romanzo di McCarthy. La voce di Poggi è una voce di chi ha studiato doppiaggio e di chi sa modulare gli stati d’animo ai personaggi interpretati con maestria ed intelligenza.

Esamini per la crudeltà e per la crudezza della storia, gli spettatori rimangono con gli occhi incollati alle sue parole, che si trasformano, nella loro mente, in immagini concrete. Non si ha, ancora una volta, l’impressione di essere in un racconto narrato da un attore, ma si ha la certezza di essere dentro ad una storia cruenta, dentro ad una di quelle immagini e fotografie che vengono proiettate sullo sfondo, in un clima da horror psicologico.

Il finale, che si può immaginare ma che non vogliamo svelare, apre, forse, uno spiraglio di speranza e di luce ma l’immaginario nel quale il pubblico è stato portato durante lo spettacolo sembra ancora pervaderlo a conclusione dello spettacolo.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Vascello
via Giacinto Carini 78, Roma
4 novembre ore 18.00

La Strada
di Cormac McCarthy
con Guglielmo Poggi
regia e video Stefano Cioffi
musiche eseguite dal vivo da Francesco Berretti

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