Sul naufragio dell’esistenza

Al teatro dell’Orologio la prima romana di uno spettacolo crudo e paradossale sulla monotonia e l’isolamento diretto da Marco Cupellari.

Buio prolungato. Rumori sinistri. Odore acre di terra. Due casse di legno malandate si scoperchiano lentamente lasciando intravedere, sotto una luce fioca, mani e piedi che prima si distendono, poi si piegano come dopo un letargo, forse il letargo di una vita intera.
Questo l’incipit de La tana, terzo tra gli spettacoli in gara per Inventaria, festival di artisti emergenti e indipendenti promosso dalla compagnia DoveComeQuando, di cui Persinsala è mediapartner.
Sul palco, i bravi Lorenzo Torracchi e Laura Belli interpretano – facendosi quasi del male a ogni battuta gridata e movimento trascinato – due personaggi bizzarri, emblematicamente senza nome perché privi di personalità. Relitti del naufragio della realtà contemporanea, sono spettinati, sporchi, allucinati, a esemplificare i prodotti estremi di un mondo che potrebbe condurre all’isolamento e alla follia. Ma questa tana è davvero un rifugio ricreato o forse, invisibile, è già intorno a loro e anche a noi? Appare significativo come scenograficamente la tana in questione non abbia confini verticali. Allora da spettatore ci si chiede se questa trappola non la ergiamo proprio noi tutti i giorni, probabilmente disegnata dai fili dalla wi-fi, che ovunque ci connette con il lontanissimo e ci disconnette dal prossimo. E non ci protegge affatto. Perché non siamo capaci ormai di fare una passeggiata in un parco senza immortalare e condividere quello che vediamo pur non avendolo a pieno goduto, oppure cenare senza prima aver posizionato a mo’ di posata, accanto alla forchetta, l’irrinunciabile smartphone.
Quale tipo di rapporto intercorra tra l’uomo e la donna non è chiaro, eppure sa di qualcosa che ha perso di tenerezza, che è contrassegnato da aridità e lo si legge principalmente nella smorfia quando, guardando oltre la tana, si incontra una coppia di anziani che si tiene per mano.
Siamo diversissimi da loro, pettinati e a modo, eppure a tratti, quasi spaventandoci, possiamo persino riconoscerci in quegli esseri che ogni mattino si chiedono cosa fare. Incertezza.
Quando per pranzo sono costretti a mangiare in scatolette. Velocità.
Quando non si scomodano per andare a scegliere e comprare qualcosa, aspettando che un pacco cada dal cielo. Shopping online.
Quando diventano marionette davanti a telegiornali, cartoni animati, hit tartassanti. Mass Media.
O ancora quando trascorrono tutto il giorno in pigiama e vestaglia per impieghi che necessitano del solo computer o per un lavoro che non c’è. Crisi.
Per quanto di forte impatto, occorre che questa esistenza-limite ricreata da Marco Cupellari ci sbatta in faccia affinché ci graffi e la perdita progressiva del linguaggio di lui, già ridotto a monosillabi raccapriccanti, e l’atrofizzarsi progressivo del corpo di lei, ci faccia più orrore. Non saremmo nessuno senza gli altri, senza scoprire il mondo e lasciarci scoprire da esso.
Alla fine dei 55 minuti, davanti a lei che muore, non a caso, soffocata, ci interroghiamo se non fosse già realmente morta in vita.
Quel rettangolo di terra ricostruito sul palco ci ricorda, che a ognuno è dato un campo da coltivare. Non recintiamolo, né soprattutto lasciamolo incolto.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro dell’Orologio
Via de’ Filippini 17/a – Roma
19 maggio, ore 21.30

La tana
di Laura Belli, Lorenzo Torracchi, Marco Cupellari
con Laura Belli e Lorenzo Torracchi
regia Marco Cupellari
produzione Compagnia ZiBa (Prato)

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