Tempesta (im)perfetta

Sul palco del Metastasio di Prato, un classico shakespeariano, La Tempesta, nella nuova produzione – anima in fieri – della Popular Shakespeare Kompany di Valerio Binasco.

Un regista affermato e una nuova compagnia permanente, nata all’interno dell’Estate Teatrale Veronese con Giulietta e Romeo e “costituita anche da attori non giovani, ma spinti da quella voglia di rivalsa che in Italia aveva caratterizzato il dopoguerra”; un progetto interessante (produrre ogni anno uno spettacolo teatrale tratto da un testo classico) e sicuramente valido; la produzione di una realtà stabile consolidata come quella di Prato di un testo originario esemplare. Sono queste le solide basi progettuali dalle quali nasce la seconda produzione della PSK di Valerio Binasco, che tuttavia – nonostante il buon riscontro in termini di pubblico – non raggiunge, a nostro parere, risultati pienamente convincenti.

La Tempesta portata in scena dalla Popular Shakespeare Kompany è uno spettacolo a cui non mancano certo i “prerequisiti” – poco sopra citati – che solitamente caratterizzano un’esperienza drammaturgica di valore. Tuttavia, l’opera prima di questa nuova compagnia teatrale, per quanto guidata da un regista esperto come Binasco, mostra – di fronte a una delle opere più sfaccettate e di complessa decifrazione del bardo inglese – più d’un peccato di gioventù.
La pièce shakespeariana è magnifica nel (non)definire i contorni tra la misura del sogno e quella del reale, come anche nel restituire una contrastante caratterizzazione dei personaggi, oscillante tra i desideri di ambiziosa perfidia, crudele vendetta e ricerca di una nuova innocenza, sentimenti provati progressivamente da tutti i numerosi protagonisti che la popolano.
Una tale ambiguità (sinonimo positivo di “ampiezza”) artistica rende il giudizio tentennante di fronte alla possibilità di raggiungere un punto di arrivo stabile e – al cospetto di tanta ricchezza – la regia di Binasco (dopo un inizio che effettivamente incuriosisce, annunciando tutta la propria novità attraverso i costumi e la “povertà” delle scene) risponde senza assumersi fino in fondo la responsabilità di individuare una linea narrativa almeno, se non principale, fondamentale.
Fin dal primo atto (che riduce la tempesta a una semplice introduzione sonora) si intuisce come la scenografia – forse troppo spoglia e costituita a mo’ di labirinto da tre pannelli rossi e alcuni legni utilizzati dai personaggi come “strumenti” – risulti incapace di sostenere fino in fondo il “peso” della molteplicità dei piani prospettici su cui si svolge (unitariamente) l’azione all’interno dell’isola.
La tanto attesa dimensione visionaria della pièce non riesce a imporsi, inficiata dalla staticità dei personaggi e dall’utilizzo di soluzioni acustiche non adeguatamente evocative dal punto di vista della costruzione di immagini oniriche. A questo quadro di demolizione del “magico” e del “misterico” contribuiscono la nuova traduzione di Binasco (per il susseguirsi prolisso dei dialoghi, colpevolmente piegati a una esigenza di modernizzazione che, comunque, non giustifica completamente l’uso ostentato delle inflessioni dialettali, campane, siciliane e pugliesi) e le lacunose (per credibilità e coerenza) prove degli attori, dalla Miranda di Deniz Ozdogan (che, dopo un buon inizio, perde intensità) al Ferdinando (dalla improponibile erre moscia) di Roberto Turchetta; dal Gollum-Calibano di Gianmaria Martini (che pur ha lasciato intravedere spunti di talento) al Prospero di Binasco, stranamente disomogeneo nella propria recitazione.
A “salvarsi” solamente Fabrizio Contri nei panni di un innovativo spirito Ariel, unico elemento in grado di dettare il ritmo dell’incedere e di provocare “attesa” e curiosità in sala.
Il tentativo di affidare “tutta la scena all’abilità mimica ed evocativa degli attori che trasmetteranno emozioni soprattutto attraverso la recitazione” per “mostrarci la sua modernità” non raggiunge, dunque, gli esiti sperati.
Una rappresentazione probabilmente acerba, che esperisce in prima persona quello che era l’augurio dello stesso Binasco (“tutti gli attori e i registi dovrebbero, prima o poi, condividere l’esperienza di un naufragio come questo”) e il cui linguaggio drammaturgico – declinato al comico fino ai limiti di una verbosità “molesta” – deve ancora, lungo le circa tre ore (forse troppe) di messa in scena, costruire una propria personalità, un’isola, un approdo di senso, all’interno di quel mare magnum incontrollabile (e, nel caso specifico, non ancora controllato) di potenzialità sceniche offerte dal testo di Shakespeare.

Un allestimento che, per la le premesse di una rivisitazione radicale dei classici shakespeariani e le imperfezioni che le accompagnano, è sicuramente da rivedere, in fiduciosa attesa della sua piena maturità.

Leggi la recensione de La Tempesta di Mariacristina Bertacca

Leggi la recensione de La Tempesta di Alfredo Agostini

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Metastasio

via B. Cairoli, 59 – Prato
dal 14 al 18 novembre 2012

La Tempesta
di William Shakespeare
spettacolo della Popular Shakespeare Kompany
regia e traduzione Valerio Binasco
con (in ordine alfabetico) Valerio Binasco, Fortunato Cerlino, Fabrizio Contri, Andrea Di Casa, Simone Luglio, Gianmaria Martini, Deniz Ozdogan, Fulvio Pepe, Giampiero Rappa, Sergio Romano, Roberto Turchetta, Ivan Zerbinati
costumi Sandra Cardini
scene Carlo De Marino
musiche originali Arturo Annecchino
luci Fabio Bozzetta
direzione allestimento Ronni Bernardi
produzione Oblomov Films/Teatro Metastasio Stabile della Toscana con il contributo di Estate teatrale veronese

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