Artigianalità epica

La Compagnia del Carretto arriva, con la nuova produzione shakespeariana, al Teatro del Giglio di Lucca.

Corre. Non è stata, e non sarà poi, questa tempesta. È adesso.
Shakespeare ci scaraventa così nel cuore della sua burrasca, ché forse ha avvertito il tempo fuggirgli dalle mani e conseguentemente ha trovato impossibile attendere ancora. Ecco dunque l’inversione della prassi: dal viluppo all’appianamento, con disarmante semplicità, quasi che ciascun personaggio collabori al processo in autonomia dagli altri. Stanchi magari, o magari ottimisti. Quest’opera inizia sotto i peggiori presagi per poi ridersela e sbrogliarsi da sé. Lo fa giocando, esibendo, cantando, beandosi dell’intrigo man mano che lo scompone. Lo fa Peter Greenaway con Prospero’s Book, con l’opulenza, il barocco e gli spartiti di Michael Nyman.

E lo fa la Compagnia Teatro del Carretto, in scena al Giglio da venerdì 14 a domenica 16 febbraio. Il debutto lo scorso 27 agosto in area vicentina.
«L’ho voluto sfilacciare ancora di più. Le trame si concludono per magia»: nel foyer del teatro il cast ha incontrato il pubblico. Teodoro Giuliani, Elsa Bossi e Fabio Pappacena, un trio per una moltitudine; e Giacomo Vezzani, regista e adattatore del testo del Bardo. All’ipotesi di un William Shakespeare contemporaneo risponde che scriverebbe serie tv, votato come si presenta all’attualità, a cogliere il pubblico nel minimo comune multiplo dell’umanità che ci tocca condividere; e soprattutto all’interrelazione delle sue trame, fatte di cicli storici, di protagonisti morti che ritroviamo vivi e secondari in altre opere. Finalmente La Tempesta, “antologia di tutta la sua opera”, come la definisce Vezzani. Si specula sulla possibilità o meno che Shakespeare abbia celato se stesso dietro il personaggio di Prospero, il mago che non compie in concreto neppure una magia, ma il cui potere permea l’intera opera. Di fatto Prospero è il Demiurgo dell’isola, sue creazioni gli spiriti che ne eseguono i comandi.

“This thing of darkness acknowledge mine”, recita il sottotitolo in locandina, estrapolato dal testo d’opera. È da questa frase che scaturisce il lightspot dell’adattamento di Vezzani, che collima con la storica poetica della Compagnia: l’indagine sul mito e l’epopea per cavarne le radici dell’essere umano, in un dualismo continuo tra artificio e spoliazione, risalendo alla foce dell’animo come fa il Marlow di Cuore di tenebra. L’abbiamo visto ne L’Iliade, con l’emergere di Andromaca, persona e non solamente personaggio, unica nella proliferazione delle macchine: la voce del dolore nella sua essenzialità. Allo stesso modo, dichiara Vezzani, la Compagnia sta gradualmente lasciando cadere le maschere e i pupazzi che l’hanno sempre connotata, tanto che il questo lavoro si hanno soltanto in due occasioni. Quel tratto di artigianalità che vediamo riflettersi nella navicella di legno sballottata da una Bossi/Ariel che pare un bambino che gioca – e che forse è citazione della scena analoga di Greenaway. È d’altronde la stessa attrice ad accomunare la recitazione al gioco, dal momento che esercitare il teatro porta necessariamente a cercare collegamenti e nuovi significati a ogni replica, seguendo l’attitudine a complicare che già il Da Vinci esprimeva nell’arzigogolo dei suoi taccuini. E se, da un lato, “basterebbe il solo Prospero” (Pappacena) – essendo Ariel, Calibano e gli altri poco più che proiezioni – dall’altro, c’è il compiacimento dell’attore che passa da un personaggio all’altro, dal pianto di Miranda al riso di Ariel, dalla discreta lamentazione di Ferdinando ai gemiti ferali di Calibano. Sono voci che si prolungano e cangiano di natura, in quella struttura “a scatole cinesi” che è propria della Compagnia lucchese, che ha superato i venticinque anni di attività.

Su questo spettacolo incide poi la musica. L’apporto sonoro ha sempre avuto un peso, così come la corporeità e la sinergia di più medium; tuttavia, e già lo abbiamo visto con Blake Eternal Life, la canzone è un’entità indipendente. Il suo rapporto con la commedia è paritario, in dialogo senza catene. Così canta Calibano in Caliban’s Blues, servendosi del genere musicale degli schiavi per declamare la fine del proprio servaggio a Prospero. L’utilizzo dell’inglese e la conseguente alterazione linguistica e sonora catapultano la trama dalla dimensione narrativa a quella emozionale, generando uno stacco estetico. Si può pensare alla canzonetta di Bertolt Brecht? Forse sì, forse no. Il regista tedesco si serve dei brani per allontanare il pubblico dalla finzione della scena; di conseguenza, per negargli l’immedesimazione con i personaggi grazie a una tecnica di straniamento. Qui percepiamo questi stacchi cantati quali enfasi, più accenti che punti di sospensione. Il cambio di registro e idioma comporta un’atmosfera più densa, come se una colata di melassa inglobasse la scena rallentandone la corsa. L’artificio sonoro rende onore ad Ariel nel suo rievocare la tempesta che ha provocato: talmente entusiasta della propria narrazione che il monologo si fa simultaneo, si ripete e svolge su due binari sovrapposti.

Veniamo al teatro nel teatro. Prospero, un Teodoro Giuliani già Odisseo, si rivolge al pubblico sporgendo il volto dai lembi del sipario. Esordisce così, accomunando la vita al sogno e anticipando i concetti del quarto atto. E altrettanto fa Greenaway, ma dopo la sequenza delle nozze. D’altronde già nel testo shakespeariano il Duca di Milano rompe deliberatamente la quarta parete e si rivolge al pubblico in quel che in più occasioni è stato definito un testamento artistico del Bardo; questi parla al lettore per bocca del protagonista, mago senza più magia che si appella a chi sosta al capo opposto della pagina o del sipario affinché lo liberi dal carcere della trama. E siamo ancora noi, il pubblico, a sostare alle spalle dei naufraghi a cui Prospero declama l’ultimo monologo; naufraghi esemplificati in un semicerchio di pupazzetti infilzati a morire attorno a un fuoco come marshmellow. L’ultimo ansito di artificio, l’ultimo strascico di un teatro artigianale che procede a essenzializzarsi, a volare su ali di suono, anelando come Ariel alla leggerezza.
Sempre equilibrista, sempre sul crinale tra l’abisso e il gioco, il Teatro del Carretto continua a decostruire e ricostruire i classici dell’umanità, a trasformarli, a estrarne il cuore ancora pulsante, ancora armonico con noi.

«Se potessi vorrei rifare un’altra Tempesta», così dice Vezzani.
E noi l’aspettiamo, questa tempesta che scompagina e rimesta la vita. Quella del Carretto, una volta ancora. E stavolta su quale epopea?

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio
piazza del Giglio, 13/15 – Lucca
domenica 16 febbraio 2020, ore 16.00

La Tempesta
da William Shakespeare
adattamento e regia Giacomo Vezzani
supervisione artistica Maria Grazia Cipriani
con Teodoro Giuliani, Elsa Bossi e Fabio Pappacena
disegno luci Fabio Giommarelli
suoni Luca Contini
voce fuori scena Elena Nené Barini
elementi scenografici Giacomo Pecchia e Giacomo Dominici
elaborazione grafica Manuela Giusto
produzione Teatro Del Carretto

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