Umberto Orsini va in scena a Como diretto da Andrea De Rosa, in un’interpretazione solo metateatrale del capolavoro shakespeariano. Tanti concetti, trovate ad effetto, onirici richiami a Lynch, estetismi, incomprensibili velocità e davvero poco della bella tragedia.

Gli ingredienti, quelli giusti, ci sono tutti.
Un testo classico, importante, drammaturgicamente perfetto, con cui si sono cimentati registi di ogni nazione e periodo, e del quale restano nella storia mirabili interpretazioni, teatrali e cinematografiche, una per tutte quella, indimenticabile, di Giorgio Strehler del 1978. Uno spettacolo co-prodotto da alcuni tra i più rinomati teatri stabili d’Italia, quelli di Napoli, Modena, Roma; un attore famoso, maturo e di riconosciuta bravura come Umberto Orsini nel ruolo di Prospero, e un altro, Rino Cassano, noto al grande pubblico per la sua collaborazione come insegnante nella trasmissione televisiva Amici, nei panni di Ariel. Le scene e i costumi sono affidate ad Alessandro Ciammarughi, che dello spazio scenico de La Tempesta si è già occupato nel 2006, per la messinscena dell’omonimo dramma giocoso musicato da Henry Purcell e Carlo Galante; le musiche sono originali, e la regia del suono è affidata a Hubert Westkemper, uno dei maggiori sound designer in Europa.
Malgrado tutto ciò, purtroppo, lo spettacolo è deludente, insipido.

Le magnifiche sfumature insite nell’opera sheakspeariana, le ambiguità dei personaggi e delle situazioni, l’impossibilità di un giudizio definitivo sulla crudeltà o la magnanimità dell’animo dei personaggi, tutto questo nella regia di Andrea De Rosa si perde, si appiattisce. Di Prospero, eliminati il mago, il tiranno schiavista e il padre geloso, cancellato l’animo tormentato tra il desiderio di vendetta e la speranza di un futuro sereno per lui e sua figlia, combattuto tra il piacere di creare illusioni magiche – e teatrali – e la voglia di riposarsi in pace tra gli uomini come un normale anziano, resta solo un teatrante; di Ariel nient’altro che un servo fedele, senza aneliti di libertà o aloni di mistero; Caliban è ridotto a essere umano penoso e stupido, quasi un ritardato mentale, e le sue parole, seppur minacciose, non vengono mai prese sul serio.

La scena è spoglia: solo un letto, un sipario e delle rocce sabbiose. Nient’altro. Di tutte le visioni evocate da Prospero e ricreate da Ariel, della natura selvaggia dell’isola, della grotta di Prospero, delel paure dei personaggi non resta nient’altro che una, seppur bella, minimale immagine metateatrale. Questa l’unica chiave di lettura scelta dal regista: il teatro nel teatro, la rappresentazione nella rappresentazione, l’arte attoriale, la finzione. Interessante, certo: ma insufficiente rispetto alla ricchezza del testo originale, che, proprio per assecondare questa scelta interpretativa, è stato mutilato di masque, dialoghi, intere scene e addirittura del primo atto, quello della tempesta, ridotta a puro suono nell’immaginazione onirica di Miranda – idea tra l’altro già approfondita da Derek Jarman nela sua versione cinematografica del1979 con esiti decisamente più interessanti e senza il bisogno di privare per questo il testo del suo inizio.

Alcuni quadri sono incantevoli (quello d’apertura è addirittura agghiacciante, e anche la comparsa della tavola imbandita è qualcosa di completo, sacro, che ricorda allo stesso tempo la fotografia di Kubrik e l’esoterismo di Jodorwsky), gli esiti sonori sono a tratti emozionanti, come lo scrosciare della tempesta sognata o il tenerio sussurrare dei due giovanissimi innamorati, ma tutto risulta svuotato del significato che avrebbe potuto avere se la ricchezza del testo fosse stata esplorata, e rappresentata, nella sua completezza. Gli attori sono statici, come del resto lo sono anche i cambi di scena e le luci; Ariel si muove solo verticalmente, con un effetto che se la prima volta stupisce e la seconda si lascia ammirare, poi perde intensità, comunicatività e senso, gli altri si muovono cauti, scordinati e partecipano alla distruzione di tutto ciò che ne La Tempesta c’è di piacevolmente – per la vista e per l’intelletto – incantato, di magico, lasciando una visione totalmente piatta, e creando, nel tentativo di rappresentare qualcosa di moderno, un susseguirsi di significanti che hanno perso il significato, di simboli ciechi, solo estetici. In tutta questa lentezza e fissità, una sola cosa corre disperatamente: la voce di Umberto Orsini, che trascina le parole ad una velocità tale da rendere il discorso i inafferrabile e a tratti decisamente monotono.

Tra tagli, citazioni impensabili (perché tra Miranda e Ferdinando, Ariel conficca una spada come re Artù tra Lancillotto e Ginevra?), complicazioni inutili (il letto che, diventato ingombrante, ascende al cielo) ed ermetici simbologie, la trama finisce per confondersi e diventa totalmente oscura per chi non conosca già approfonditamente il testo. Certo, disseminati nell’ora e mezza di spettacolo ci sono effetti che catturano l’attenzione e toccano le corde dell’emozione e dello stupore, e il finale a sorpresa giocato sull’istrionismo di Orsini lascia addirittura a bocca aperta; ma non basta, e la bella tragedia finisce ridotta a pretesto per sperimentare ed esplorare trovate e immagini.

«La Tempesta somiglia a un labirinto» dichiara Andrea De Rosa. «Come in una casa di specchi, ogni volta che intravedi una via d’uscita, questa uscita si rivela essere dalla parte opposta a quella che avevi immaginato. […] Finché capisci che ciò che conta non è l’uscita e che non c’è nulla da afferrare. Stare ad ascoltare le domande che il testo ti pone e restarci dentro (restare dentro alle domande, al labirinto) è l’unica via». Bello, e vero. Ma per realizzare un labirinto di specchi per lo spettatore, il Dedalo-regista deve aver ben chiara l’architettura di ciò che crea, altrimenti si precipita tutti, pubblico e attori, in una caotica e imprecisa dimensione in cui persino il piacere di perdersi finisce perduto.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Sociale

via Bellini, 3 – Como

La tempesta
di William Shakespeare
con Umberto Orsini (Prospero), Flavio Bonacci (Antonio), Nino Bruno (Ferdinando), Rino Cassano (Ariel), Francesca Feletti (Sebastiano), Carmine Paternoster (Trinculo), Rolando Ravello (Calibano), Enzo Salomone (Gonzalo), Federica Sandrini (Miranda), Francesco Silvestri (Alonzo) e Salvatore Striano (Stefano)
traduzione Andrea De Rosa, Claudio Longhi e Umberto Osini
adattamento e regia Andrea De Rosa
spazio scenico Alessandro Ciammarughi, Andrea De Rosa e Pasquale Mari
scene e costumi Alessandro Ciammarughi
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
musica Giorgio Mellone
coproduzione Teatro Stabile di Napoli, ERT Fondazione Modena Teatro, Teatro Eliseo Roma

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