Da Szondi a Latella, passando per Kazan

Di fronte al romanzo fiume di John Steinbeck, East of Eden, e allo spettacolo in 4 atti in scena al Metastasio, firmato Antonio Latella, la recensione non potrà che essere… sintetica.

Anni fa Péter Szondi, in Teoria del dramma moderno, analizzava i limiti della forma drammatica classica a fronte di un contenuto sempre più storicizzato (Lukács docet) e sempre meno assoluto. Questa crisi di identificazione tra forma e contenuto ha portato allo sviluppo di nuove forme, fermo restando che, come in ogni altra espressione artistica coeva (da tradurre in novecentesca), qualsiasi contenuto dovrebbe comunque trovare la forma più adeguata a rappresentarlo. In parole povere non basta più, nell’arte contemporanea, ritrarre un fiore nella maniera più aderente possibile al vero per dipingere un capolavoro.

Il primo punto – dei tre che analizzeremo brevemente – che non convince nello spettacolo di Latella è proprio l’incoerenza tra una forma (scenotecnica, luci, prossemica) di chiara matrice brechtiana – tesa a provocare lo straniamento dello spettatore, la sua distanziazione dai personaggi e, quindi, al posto della compartecipazione emotiva un’analisi intellettuale degli enunciati (visto anche il portato filosofico dei primi tre atti) – e una recitazione dichiaratamente naturalistica e, quindi, tesa, al contrario, all’immedesimazione del pubblico con i personaggi per indurre la catarsi tragica – negata, però, nel finale dalla lettura dell’ultima pagina del libro dal quale è tratto lo spettacolo, ossia il romanzo East of Eden di Steinbeck.

Il secondo punto che non convince è costituito dal raffronto tra i vari segni (oggetti, scenotecnica) utilizzati quale forma non verbale di comunicazione del messaggio. In parole povere, prendiamo ad esempio l’uso eccessivo e naturalistico (quasi filmico) del bere (caffè, tè, alcolici) contrapposto a gesti privi di significato intrinseco come togliersi e mettersi le scarpe, mimare l’atto sessuale in maniera espressionista, continuare a girare intorno al tavolo anche senza una necessità narrativa, o il voltare le spalle al pubblico di Adam per ben tre atti – che sono al contrario tutti di matrice brechtiana. Oppure, i continui rimandi iconografici a James Dean (che interpretò Cal nel film East of Eden, uno tra i capolavori di Elia Kazan) che, nei primi due atti, hanno un effetto decisamente straniante contrapposti alla superflua costruzione a vista della casa, nel IV atto dello spettacolo – d’altro canto, il grumo narrativo più realistico in assoluto (con predominanza dell’azione e del dialogo utile a farla procedere, di chiara matrice classica, sull’elucubrazione filosofica). La costruzione a vista della casa, in particolare, assume sfumature ridicole quando Cal non riesce a montare la porta e deve intervenire un macchinista; così come nel finale, in cui il fissaggio delle assi superiori deve essere fatto da due tecnici su trabattello mentre l’azione è sospesa e il pubblico – dopo ore di spettacolo – deve guardare, per alcuni minuti, i macchinisti lavorare e Adam, seduto, nuovamente girato di spalle. Ora, qui non siamo di fronte alla costruzione del Moby Dick del Teatro dei Venti. Non siamo di fronte alla messa in pratica delle teorie di Edward Gordon Craig, a un superamento dell’attore o a un’adesione etico-estetica tra il mestiere dell’attore e quello del marinaio con conseguente perfetta aderenza tra forma e contenuto (come nel lavoro di Stefano Tè); e nemmeno davanti a un’impostazione brechtiana (come già dimostrato); qui ci troviamo di fronte alla decisione di costruire un segno a scena aperta (di dimensioni gigantesche come d’uso con il regista Antonio Latella) che non apporta né si sposa con il contenuto, peraltro naturalistico.

Terzo e ultimo punto che non convince è lo squilibrio intrinseco allo spettacolo. Per tre atti assistiamo a elucubrazioni filosofico-socio-religiose (alcune desuete come il doversi conformare di un cinese all’idea che il wasp – l’angloamericano bianco protestante – avrebbe di lui) alle quali un buon taglio – in un testo prolisso, che a volte insiste ripetutamente sullo stesso concetto – gioverebbe. Less is more è sempre valido ma soprattutto quando si consideri la scena tragica, ove ogni parola dovrebbe cadere come macigno. E a un quarto atto nel quale si tenta di concentrare tutta l’azione senza riuscire, però, a restituire la complessità dei personaggi. Laddove Cal e Aaron, in carne e sangue, dovrebbero restituire il senso delle elucubrazioni dei tre atti precedenti, mancano forse le necessarie doti attorali o gli interpreti dovrebbero potersi concentrare sulla parte invece di perdere tempo a montare la succitata casa.

Uno spettacolo che fa venir voglia di rivedere James Dean quando affronta Jo Van Fleet: un Cal più sottile nella presa di coscienza della propria natura e una Kate il cui suicidio appare più comprensibile in quanto lei stessa non personificazione del male assoluto (come appare in Latella) bensì di una sorta di rivendicazione proto-femminista (e, in questo, Kazan nel lontano ‘55 appariva già il più attuale).

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Metastasio
via Benedetto Cairoli, 59 – Prato
domenica 24 novembre 2019, ore 16.30

La valle dell’Eden
di John Steinbeck
traduzione Maria Baiocchi e Anna Tagliavini
adattamento Linda Dalisi e Antonio Latella
regia Antonio Latella
con (in ordine alfabetico) Michele Di Mauro (Samuel Hamilton), Christian La Rosa (Charles Trask, Caleb Trask), Emiliano Masala (Cyrus Trask, Dottore, Sceriffo, Dottor Tilson, Aaron Trask), Candida Nieri (Voce dell’Autore, Faye, Eva), Annibale Pavone (Adam Trask), Massimiliano Speziani (Lee), Elisabetta Valgoi (Cathy/Kate, Abra)
scene Giuseppe Stellato
costumi Simona D’Amico
luci Simone De Angelis
musiche e suono Franco Visioli
assistente al progetto artistico Brunella Giolivo
assistente alla regia volontario Paolo Costantini
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio di Prato, Teatro Stabile dell’Umbria

Foto di Brunella Giolivo

 

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