Sovvertire l’ordine

teatro-sala-fontana-milano1La vertigine del drago, a un anno di distanza dal debutto al Festival dei Due Mondi di Spoleto, approda al Teatro Sala Fontana di Milano.

Lo spettacolo è un connubio di giovani energie, dal testo scritto da Alessandra Mortelliti (il suo secondo lavoro, dopo Famosa del 2010), alla regia in cui si cimenta per la prima volta Michele Riondino, noto per le sue collaborazioni teatrali (con Emma Dante, Marco Bellocchio e Marco Baliani) e cinematografiche (protagonista de Il giovane Montalbano e di Acciaio).
Decisamente affezionato a ruoli un po’ borderline lui, e acuta osservatrice delle realtà contemporanee meno in vista lei, l’accoppiata Mortelliti-Riondino dà vita ad un indagine dei cliché, anche e soprattutto attraverso una loro ironica reiterazione.
Francesco – interpretato, in modo significativamente caricaturale, da Riondino – è un giovane naziskin, dotato di tutte quelle caratteristiche che popolano il nostro immaginario collettivo: dall’immagine (testa rasata, stivali, tatuaggi), alla suoneria del cellulare (Faccetta Nera) e all’ideologia violenta e xenofoba. Mariana – i cui panni sono vestiti da Alessandra Mortelliti – è una zingara zoppa ed epilettica che viene presa in ostaggio dal neonazista, ferito durante un agguato nel campo rom della ragazza.
Il testo della Mortelliti – supervisionato niente meno che da Andrea Camilleri – rinchiude i due infelici protagonisti in uno squallido garage, separati dal mondo esterno da una saracinesca che ne sottolinea la comune, seppur diversa, condizione di reietti e di emarginati. Nell’attesa della chiamata dell’Ordine (dal sapore quasi divino, tipico delle ideologie) che decida cosa fare della giovane rom, i due sono costretti a una convivenza forzata, che mostra la loro comune vertigine, la rabbia di lui e l’accettazione di lei, fusi in un’implosione nichilista.

La situazione, inizialmente tragica e dai toni più violenti e drammatici, scivola via via nella farsa, in un’ironia un po’ grottesca che rende i due personaggi, così apparentemente antitetici, sempre più vicini. Mariana, al principio timida e silenziosa, svela al suo carceriere che a sparargli è stato il suo anziano marito, con la volontà di ferire lei, che stava tentando la fuga dal proprio soffocante matrimonio combinato. Nessun eroico proiettile politico, dunque, quello conficcato nell’addome del drago, nessuna onorevole ferita di guerra, ma un colpo casuale, destinato altrove, a una zingara ribelle da un marito possessivo. Lo skinhead perde sempre più la sua scorza da duro, il che è sarcasticamente sottolineato anche da un’immagine dal sapore onirico – scandita al ritmo ossessivo dell’elettronica dei Moderat, messi a tutto volume – che mostra Riondino dietro una finestra, intento in robotiche movenze apparentemente sanguinarie, che invece risultano poi essere finalizzate alla preparazione di una torta.

L’eccellente utilizzo di luci e musiche, oltre a una scenografia originale e visionaria, crea un focus ulteriore sugli animi ribelli dei due giovani infelici, chiusi in sovrastrutture familiari o ideologiche che ingabbiano le loro esistenze.
Ecco allora che, in modo tacito, i due iniziano forse a riconoscere i propri vuoti e le proprie paure in quelle dell’altro, che da nemico diventa aiutante. Mariana estrae il proiettile dall’addome di Francesco, mentre lui, pur continuando a bofonchiare insulti che mantengano formalmente il suo ruolo, compie verso di lei piccoli gesti di attenzione (le porta del cibo, le presta dei pantaloni, le permette di guardare delle videocassette).
Il lieto fine, in cui si può dire che in qualche modo i due si salvino a vicenda, lancia un messaggio di speranza, in cui l’umanità e le emozioni vincono sulle ideologie, sulla paura del diverso.
Il potente, duro e invincibile Francesco svela il proprio lato umano, fragile, impaurito, mentre l’apparente debolezza iniziale di Mariana rivela man mano tutta la propria ironica forza.
Due umanità agli antipodi si ritrovano a leccarsi le ferite, a sviscerare i propri sogni e i propri incubi, tra errori e scelte sbagliate, tra pulsioni di morte e desiderio di rinascita.
Un lavoro, quello dei due giovani attori e registi, fresco e originale, che dimostra, al contempo, uno sguardo critico e profondo sulle paure e sulle derive della precarietà esistenziale contemporanea.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Sala Fontana
via Boltraffio 21 – Milano
dal 18 al 23 febbraio
ore

La vertigine del drago
di Alessandra Mortelliti
regia Michele Riondino
con Michele Riondino e Alessandra Mortelliti
assistente alla regia Diego Sepe
scenografia e costumi Biagio Fersini
disegno luci Luigi Biondi
trucco Eva Nestori
assistente ai costumi Sandra Astorino
tecnico Francesco Traverso
organizzazione Annalisa Gariglio
foto di scena Giacomo Cannata – Windmill Digital Design
produzione esecutiva per Artisti Riuniti Paolo Broglio Montani
produzione ARTISTI RIUNITI in associazione con PALOMAR e in collaborazione con 15 Lune Produzioni

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