Il bosco sacro di Hermann Hesse

Naïf e delicato, La voce degli alberi è lo spettacolo che Abraxa Teatro dedica a Hesse e alla sua ricerca di un’armonia superiore nella natura. Il debutto, in prima nazionale, il 13 dicembre al Teatro Furio Camillo di Roma, all’interno della rassegna Exit.

Una coreografia panica. Un rituale soave. Attraverso quadri scenici, simili a luminosi dipinti di Hiroshige, La voce degli alberi. Ecologia, arte e vita di Hermann Hesse rivela un Hesse poco frequentato: cosmico e devoto ai boschi e alla natura come tempio di rivelazione, e balsamo per le ferite patite fin dall’infanzia. Un tributo va perciò a Emilio Genazzini di Abraxa Teatro, per aver scritto e diretto questa biografia poetica (dopo quella su Cesare Pavese), destinata a messinscene al chiuso e all’aperto. Presentato in prima nazionale il 13 dicembre al Teatro Furio Camillo, all’interno della rassegna Exit – Emergenze per identità teatrali, lo spettacolo celebra i trent’anni di vita e attività di questa compagnia romana, avanguardista del “teatro urbano” ed erede ideale di Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba.
«Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità… Le loro radici affondano nell’infinito», scriveva, già nel 1919, Hesse. E lo ripetono in scena i tre attori-alberi (Massimo Grippa, Paolo Grippa e Martina Verdi), che si presentano con maschere di fronde e bacche. Sullo sfondo, quattro acquerelli di alberi nelle quattro stagioni, che alludono anche allo Hesse pittore. «Gli alberi sono gli esseri più persuasivi», citano le tre creature, «e li venero quando se ne stanno come uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche…».
Dopo i lavori ispirati a Il gioco delle perle di vetro e a Il lupo della steppa, Genazzini ha esplorato alcuni testi che il Nobel per la letteratura ha dedicato alla natura. Brani delle Lettere scelte, di Pellegrinaggio in Oriente, della raccolta Farfalle, del libello Alberi diventano un humus su cui sboccia un unico giardino scenico, con frammenti di vita e della musica prediletta da Hesse – il Mozart de Il flauto magico, il Beethoven de L’inno alla gioia – misti a sonorità sperimentali al sapore d’Oriente.
Pochi, anche tra chi ama Siddharta e Narciso e Boccadoro, conoscono le sofferenze dello scrittore tedesco, la sua giovinezza disperata, tra la rigida educazione pietista dei genitori, la fuga dal seminario evangelico di Maulbronn, un tentativo di suicidio e i mesi in una clinica per disagi mentali. E poi, nella maturità, l’esaurimento nervoso, la psichiatria, gli elettroshock. Lo spettacolo è un omaggio all’unico approdo che placa il suo tormento, la natura: grembo cosmico, immagine di una pace universale che si sostituisce al concetto di patria, frontiera dell’arte come ecologia suprema. I tre interpreti, in costumi orientali, si muovono in coreografie circolari che, spiega Genazzini, «nascono da improvvisazioni a occhi chiusi, che elaboriamo insieme, nella fase della scrittura scenica del collettivo», tipica di questa compagnia figlia dell’Odin Teatret. Questa giostra lieve si ferma più volte, per fissarsi in sculture astratte di corpi, e per fare emergere Hesse e tutte le figure importanti della sua esistenza. Massimo Grippa e Paolo Grippa sono a turno Hermann trentenne, Hermann adolescente, e Hermann ragazzino, lo stesso che ammira i libri del nonno sull’India; lo stesso che si rifugia nelle radure per «annusare ogni soffio d’aria» e «trovare un nido». Poi il padre Johannes, da cui Hermann invoca la morte («dammi sette marchi per un revolver!») e la madre Marie, che del figlio urla «deve essere esorcizzato!»; il suo ridicolo psichiatra junghiano, il dottor Lang; un immaginario Dostoevskij, che invita Hermann a incontrarsi a Berlino. Martina Verdi incarna anche la prima moglie di Hesse, la fotografa Maria Bernoulli, con cui l’utopia di serenità si interrompe per i problemi mentali di lei; ed è poi la terza moglie, la storica dell’arte Ninon Dolbin Ausländer, forte e bella, che gli è accanto fino alla fine («io sono il tuo fiore, invisibile ma c’è») nella casa svizzera di Montagnola, dove Hesse si dedica alla pittura, al giardinaggio, alla scrittura. Quanti sanno che un combattuto Hesse si era presentato volontario al fronte della prima guerra mondiale? Nello spettacolo lo vediamo scegliere di curare i prigionieri di guerra a Berna, rifiutare i totalitarismi e l’omicidio di altri esseri umani, abbandonare l’Accademia Prussiana, presagendo che formerà i mostri della seconda guerra mondiale. Assistiamo al suo lamento sulle guerre, alla sua enumerazione dei milioni di morti, paragonati a un pesco spezzato: «Perché gli uomini fanno la guerra? Perché hanno paura di morire…».
Nella natura – si riscopre con La voce degli alberi – Hesse trova la risposta alla sua ricerca spirituale, passata per l’ascetismo, la teosofia, il buddismo, il mito dell’India. L’unico suo credo apolitico diventano l’umanità, la natura, la libertà. La natura è la porta aperta, per cui non sono mai servite chiavi. È «il mondo dell’unità» in cui rifluire dopo avere abbandonato la separatezza. Ispirata a versi originali di Hesse, una nenia accompagnata dalla chitarra celebra in scena la fusione con l’universo: «Il mio corpo è pulviscolo di stelle. L’acqua, la terra sono il mio nutrimento».

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Furio Camillo
via Camilla, 44 – Roma
martedì 13 dicembre, ore 21.00
biglietti: intero 12 euro, ridotto 2 biglietti 16 euro

Abraxa Teatro presenta
La voce degli alberi. Ecologia, arte e vita di Hermann Hesse
di Emilio Genazzini
regia Emilio Genazzini
con Massimo Grippa, Paolo Grippa, Martina Verdi

 

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