Il fantasma di Susy

Caryl Churchill torna a essere rappresentata in Italia, al Teatro Vascello di Roma, dopo alcuni anni di immotivata assenza. Un’occasione di più – e di gran pregio – per conoscere meglio un’autrice sofisticata e politicamente scorretta, in una pièce sull’amore familiare, sul fallimento della comunicazione e sugli ineludibili rancori che lo affliggono.

Anche il Vascello, dopo mesi di chiusura al pubblico, ha riaperto i battenti. Per chi ama il teatro, e ne ha patito così tanto la mancanza, è stato come ritornare a casa, dopo un lungo viaggio all’estero, in un paese lontano. Ad accoglierci, in una sala purtroppo ancora riempita a metà, la storia di una famiglia qualunque, ideata da Caryl Churchill, drammaturga britannica ancora vivente e poco rappresentata in Italia, ma assai celebre in patria.

In prima nazionale, L’amore del cuore ci regala cinquanta minuti, o poco più, di autentica destrezza attoriale: un testa a testa con un copione tortuoso, pieno di trappole narrative, e decisamente “spettrale”, da cui Alice e Brian, i genitori di Susy (rispettivamente impersonati da Tania Garribba e Francesco Villano), suo fratello Lewis (Fortunato Leccese) e la zia Maisie (Alice Palazzi) escono vincitori. La scenografia è disadorna, in sintonia con gli allestimenti tipici del teatro dell’assurdo: un tavolo di ferro, un servizio da tè, dei cucchiaini e delle zollette di zucchero, delle sedie, un attaccapanni e quattro microfoni, che amplificano suoni e rumori. L’indiscusso protagonista del dramma è il testo drammatico stesso, che viene smontato e rimontato reiteratamente, fastidiosamente, davanti ai nostri occhi e soprattutto dentro alle nostre orecchie, determinando la rottura della tradizionale unità di tempo e di azione.

I dialoghi vengono spezzati, frantumati, riportati indietro, accelerati quasi fossero degli scioglilingua; le stesse battute ripetute più volte dagli attori, costretti a variare con grande maestria ora l’intonazione della voce, ora il registro emotivo, ora il peso di un lemma piuttosto che di un altro. Ci troviamo immersi in una nube tossica di parole ridotte a significanti: i significati evaporano e, con essi, la possibilità di comprendere ciò che “realmente” succede.

I corpi e le voci dei personaggi si prestano al traffico occulto dei segni e dei gesti, dando così origine allo spazio sospeso in cui è chiamato a collocarsi il pubblico: lo spazio di un’empatia proibita, di una catarsi impossibile, di un’impotenza certa. Le confessioni sulle loro relazioni adulterine, sulle tensioni tra genitori e figli, sulle proprie esistenze sbagliate non consentono né l’identificazione né la proiezione.

La distaccata Alice (abbigliata e interpretata in modo persuasivo), il rabbioso Brian (eccellente Villano nel suo delirio auto-cannibalico), la naif Maisie (fino alla fine ci si chiede se ci è o ci fa…), il reietto Lewis: sono quattro monadi senza porte né finestre. Ognuna si rappresenta il mondo, chiusa nel suo punto di vista, senza comunicare davvero con le altre.

E Susy? La grande assente, il vuoto centrale attorno a cui ruota il dramma: tutti ne aspettano – o ne temono – il ritorno dall’Australia, dove presumibilmente è fuggita per trovare requie dalle discrasie familiari. A comparire sulla scena soltanto l’amica che – stando a quanto ipotizzano i genitori – avrebbe dovuto viaggiare assieme alla figlia e che, invece, si è presentata per chiedere ospitalità, quasi a volerla rimpiazzare. Pare un’emanazione fugace di Susy, venuta ad annunciare che la loro legittima figlia non aveva mai neppure manifestato l’intenzione di partire. Eppure lei si aggira come uno spettro nella sala da pranzo: è un ricordo? Una fissazione? Un’invenzione della mente? Non è dato saperlo.

Quel che è certo è che costituisce l’oggetto di un’attesa priva di compimento, sebbene non si chiami Godot. L’impostazione drammaturgica di Caryl Churchil deve molto al teatro di Beckett, e forse ancor di più allo scavamento del linguaggio operato dallo scrittore irlandese nell’ultimo romanzo della sua trilogia, L’Innominabile. Arrendersi al silenzio equivarrebbe ad ammettere l’irrimediabile inautenticità dell’esistenza umana, che è invece capace di trovarsi solo a patto di fuggire (da) se stessa. L’importante è ricominciare sempre daccapo, ricominciare a parlare, non importa a partire da dove. In fin dei conti, le nostre sono parole in cerca di un pensatore, di più pensatori, che attendono di essere detti. Così, infatti, L’Innominabile si congeda dal lettore: “Bisogna continuare, non posso continuare, bisogna continuare, e allora continuo, bisogna dire delle parole, intanto che ci sono, bisogna dirle, fino a quando esse non mi trovino, fino a quando non mi dicano, strana pena, strana colpa, bisogna continuare, forse è già avvenuto, forse mi hanno già detto, forse m’hanno portato fino alla soglia della mia storia, davanti alla porta che si apre sulla mia storia, ciò mi stupirebbe, se si apre, sarò io, sarà il silenzio, là dove sono, non so, non lo saprò mai, dentro il silenzio non si sa, bisogna continuare, e io continuerò”.

L’amore del cuore è la prima opera di una dilogia, Cuore blu (1997): i temi da essa affrontati – gli inganni familiari, le aporie della comunicazione, l’inconsistenza del soggetto – sono comuni alla seconda, Caffettiera blu, dove il linguaggio viene infettato da un virus che lo porta ai confini del nonsense. Sulla scena, Lewis ha il duplice ruolo di fratello ubriacone di Suzy, ma anche di “regista” che detta le didascalie agli attori e dirige la loro recitazione. Esercizi di teatro o di metateatro, dunque? Stiamo assistendo allo spettacolo o alle prove dello spettacolo? A ben vedere, ogni rappresentazione è una prova scenica, così come ognuno di noi è un malato terminale, anche se gode di ottima salute.

Dal canto loro, gli attori, pur mostrando una certa insofferenza verso le esorbitanti richieste del regista, non si ribellano apertamente, come nel pirandelliano Stasera si recita a soggetto, né tradiscono il patto della rappresentazione. Il Reale irrompe nell’Immaginario, ma non lo fa saltare del tutto, anche se mette a nudo le insuperabili difficoltà di una traduzione simbolica che non riesce ad attuarsi, lasciando aperte ferite e lacune che solo parzialmente si lasciano ritrascrivere. Il teatro è rito, e ci difende dall’angoscia, solo se rispetta una liturgia dotata di un inizio e di una fine, se articola una sequenza ordinata di discorsi e di azioni, se promette una redenzione possibile.

Altrimenti è nevrosi ossessiva, parafrenia fantastica, lotta per il riconoscimento che conduce alla disfatta dei contendenti e, quindi, all’impossibilità di attribuire la vittoria a qualcuno, servo o padrone che sia. Quando la pièce è terminata e le luci si riaccendono, ci sentiamo frastornati: la macchina affabulatoria ordita dalla Churchill e abilmente orchestrata dalla regista Lisa Ferlazzo Natoli ci aveva catturati. Per un po’ siamo stati loro complici e ci chiediamo se il “vero” teatro debba ancora cominciare. Fino all’ultimo abbiamo sperato di vedere Susy, anche se sapevamo dall’inizio che non avremmo mai potuto incontrala.

Lo spettacolo continua
Teatro Vascello
Via Giacinto Carini 78, Roma
fino al 23 maggio (dal martedì al sabato ore 20.30; domenica alle ore 18.00)

L’amore del mio cuore
di Caryl Churchill
un progetto de lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli
con Tania Garribba, Fortunato Leccese, Alice Palazzi, Francesco Villano
e con Angelica Azzellini
suoni, ambienti e spazio scenico Alessandro Ferroni
luci Omar Scala
immagini Maddalena Parise
costumi Camilla Carè
aiuto regia Flavio Murialdi
una produzione Teatro Vascello La Fabbrica dell’attore e lacasadargilla
con il supporto di Theatron Produzioni
con il sostegno di Bluemotion

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