Sulle orme dei figli

In prima nazionale al Teatro Arena del Sole di Bologna il nuovo lavoro del Teatro del Pratello, diretto da Paolo Billi, che porta in scena minori e giovani in carico ai servizi di giustizia minorile della città.

Un mondo parallelo, di cui raramente si sente parlare e prevalentemente in negativo per pregiudizi comuni, vive e si muove negli istituti e negli spazi destinati ad accogliere minori autori di reato, fino alla conclusione dei loro percorsi giudiziari. Un universo che accoglie circa 13.000 ragazzi e ragazze – rei di una criminalità minorile con prevalenza di illeciti contro il patrimonio (furto e rapina), reati connessi a sostanze stupefacenti e lesioni personali volontarie – dove queste ultime rappresentano solo il 10% del totale. Esistenze obnubilate, spesso alternate a periodi di libertà, che tentano di reagire e iniziare nuovi percorsi – sostenute con differenti programmi pubblici di reinserimento – nel tentativo di lasciare dietro di sé orme differenti che nasconderanno un passato di tendenze, o condizioni personali, disapprovate dal comune modo di concepire la civile convivenza.

Citando dalle note del Ministero della Giustizia: “L’utenza dei Servizi minorili è prevalentemente maschile; le ragazze sono soprattutto di nazionalità straniera e provengono dai Paesi dell’area dell’ex Jugoslavia e dalla Romania. La presenza degli stranieri è maggiormente evidente nei Servizi residenziali; i dati sulle provenienze evidenziano che negli ultimi anni alle nazionalità più ricorrenti nell’ambito della devianza, quali il Marocco, la Romania, l’Albania e i Paesi dell’ex Jugoslavia, tutt’ora prevalenti, si sono affiancate altre nazionalità, singolarmente poco rilevanti in termini numerici, ma che hanno contribuito a rendere multietnico e più complesso il quadro complessivo dell’utenza”.

Tra le attività didattico-ludiche proposte dai percorsi di “lucidatura del proprio specchio”, nei progetti riabilitativi di numerose regioni italiane sono inseriti i laboratori teatrali che, attraverso la riflessione sui personaggi interpretati, gli argomenti trattati e le interazioni con soggetti della società civile, quali studenti o altri giovani attori, fungono da terapia psicologica di se stessi per la specifica, intrinseca funzione pedagogica dell’arte teatrale. Ecco, quindi, che nel piccolo anfiteatro dell’Arena del Sole di Bologna, stipato di spettatori e, supponiamo, con la presenza di qualche genitore degli interpreti sul palco, si mette in scena il lavoro svolto durante l’ultimo laboratorio di teatro/carcere – ambito nel quale la cooperativa Teatro del Pratello di Bologna lavora da 18 anni – basato su una drammaturgia curata dal regista Paolo Billi, liberamente tratta dalla fiaba di Charles Perrault, Pollicino, e da alcuni film di François Truffaut. Sul palco, l’ensamble attoriale sostenuto da Botteghe Molière.

Siccome, supponiamo, non tutti gli adulti rammentano la favola, ricordiamo che la stessa narra le vicende di una povera famiglia con sette bambini i cui genitori, non avendo abbastanza per sfamarli, tentano più volte di abbandonarli nel bosco, come se, questa, fosse l’unica chance di salvezza e, soprattutto, un criterio ragionevole. Dopo varie traversie, tutti avranno garantita la sopravvivenza – e la storia si concluderà con l’happy end canonico grazie all’intelligenza dimostrata da Pollicino, il più piccolo dei fratelli. La vicenda – dove non mancano un fratello e una sorella orchi benestanti – cannibale sterminatore il primo, pseudo-compassionevole la seconda – che tanto rimandano alle diatribe odierne tra i cosiddetti buonisti e i loro oppositori, che si ergerebbero a salvaguardia dei sovranismi nazionali (traslato politico di cui ci assumiamo la paternità e che non vogliamo attribuire alla volontà della regia ma che sorge spontaneo riferito all’estrazione sociale dei fratelli della narrazione favolistica e, in parallelo, alle classi disagiate della società attuale) – offre notevoli spunti di riflessione di cui, per importanza, potremmo citarne almeno un paio.

In primis, i figli, spesso, sono più consapevoli dei padri, nonostante la limitata esperienza biografica, e la maggiore responsabilità circa il percorso di vita da loro intrapreso è imputabile proprio ai genitori, sempre più distratti e insufficienti nel trasmettere valori autentici e che, talvolta, anticipano cronologicamente lo stesso agire dei figli. In secondo luogo, ci appare evidente che la società sia per buona parte indifferente rispetto a ciò che succede al prossimo, vicino o lontano – geograficamente o anche in senso affettivo – tutta dedita ai propri bisogni essenziali o effimeri che siano.

Sulle orme dei figli affronta proprio alcune tra queste tematiche attraverso una moltitudine di orme, di impronte lasciate sul percorso di vita – sovente invisibili ai più – che danno la percezione del cammino, del solco esistenziale di un essere umano, in special modo con un passato o un contesto di marginalità o di violenza alle spalle: immagine che sorge spontanea nella mente degli spettatori, suggestionati dalla provenienza degli attori in scena. Impronte che vagano da sole, avanti e indietro, verso un orizzonte lontano, talvolta indecise; tracce di viandanti dai confini soggettivi sfumati, proiettate su un telo semitrasparente che separa il palcoscenico dal pubblico. Una proiezione in bianco e nero, davvero interessante per il messaggio che trasmette e anche per l’editing, che prosegue lungo l’intera rappresentazione e che forse vuole affermare che non ci sono vie di mezzo, toni grigi o sfumature: per cambiare strada è obbligatorio fare una scelta precisa. I giovani interpreti hanno differenti provenienze ma recitano tutti in italiano, anche se possiamo riconoscere due ragazzi africani, dai tratti somatici, e uno proveniente da un Paese dell’Europa dell’Est per la dizione.

Gli interpreti maschili si avvicendano, sulla scena, ad alcune giovani donne – estranee ai percorsi giudiziari – e ognuno/a racconta delle verisimili condizioni personali, emotive e materiali dalle quali vorrebbe sfuggire. Un continuo flusso di gesti e movimenti su un palco in forte pendenza con radi punti di appoggio, sempre in forzato e precario equilibrio, sul quale si arrampicano o scivolano – quasi metafora iconica della vita.
Paolo Billi, che gentilmente ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande dopo lo spettacolo, racconta come il suo lavoro con il teatro in carcere e i servizi di giustizia minorile sia iniziato per caso quasi due decadi fa e che la scelta di proseguire in questo ambito sia arrivata un po’ dopo, con le prime esperienze e la presa di coscienza della funzione pedagogica sulla quale intervenire, assumendo indirettamente un ruolo di educatori. Sulle orme dei figli ci è sembrato, nel complesso, un lavoro degno di nota, nonostante il regista ci riferisca che gli attori più preparati del percorso teatrale abbiano deciso improvvisamente di disertare il laboratorio, solamente qualche giorno prima del debutto: «Non mi faccio più domande sulle situazioni che potrebbero sembrare anomale», spiega Billi e aggiunge in merito: «Non è mio compito professionale e, come essere umano, l’unico rimedio possibile ai comportamenti che non capiamo è l’accettazione della realtà e l’esclusione di ogni giudizio. Una lezione che ho imparato strada facendo».

Alla domanda se qualcuno tra i ragazzi o le ragazze che ha incontrato in questi anni di lavoro nell’ambito del teatro/carcere abbia lasciato alle spalle una vita che pareva impossibile cambiare e abbia, al contrario, imboccato un percorso migliore, la risposta è positiva. Ad esempio, una ragazza di origine rom ha lasciato il campo nomadi dove risiedeva con la famiglia per tentare un’esistenza altra. Ripudiata dai parenti, sola nella sua battaglia – senza voler esprimere giudizi o preconcetti – si spera che, come il laboratorio teatrale è riuscito a far nascere in lei il desiderio e la possibilità di un’alternativa a una presumibile esistenza fatta di elemosine e/o piccoli furti, la nuova vita le permetta di realizzare tutti gli obiettivi che si è prefissa.

La considerazione finale è, in realtà, una domanda. Può il teatro sviluppare nuove prospettive e alternative, almeno a livello di immaginazione, attraverso l’interpretazione di qualcuno, altro da sé? Se la risposta è positiva, a nostro modo di vedere, la questione trova persino maggiore fondamento laddove la libertà sia limitata per legge. L’esperienza bolognese, e il suo fare teatro, lo dimostrano.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Arena del Sole
via Indipendenza, 44 – Bologna
sabato 11 gennaio 2020, ore 20.00

Sulle orme dei figli
di e con la regia di Paolo Billi
aiuto regia Elvio Pereira De Assunçào
con la Compagnia del Pratello formata da minori e giovani adulti in carico ai Servizi di Giustizia Minorile
e Botteghe Molière
lo spettacolo si inserisce nell’ambito del programma Stanze di Teatro Carcere del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna
sostenuto da Regione Emilia-Romagna, Comune di Bologna, Ministero di Giustizia, Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

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