Di scena al Carcano la riduzione teatrale del libro di Mario Soldati. Esperimento riuscito in bilico tra narratività e azione.


La nuova produzione della Compagnia del Teatro Carcano, allestita in occasione dei dieci anni dalla morte di Mario Soldati, scrittore, giornalista e cineasta, è la riconferma del felice sodalizio tra Giulio Bosetti, che ne firma la regia, e Tullio Kezich (recentemente scomparso), già autore di altri testi portati in scena da Bosetti, da La coscienza di Zeno – il romanzo di Italo Svevo – a Un amore – opera di Dino Buzzati.

Come nel grande romanzo dell’Ottocento, in questo libero adattamento teatrale ritroviamo la figura del narratore, interpretato da un impeccabile Virginio Gazzolo, che tenta di dirigere azione e personaggi, e quella del protagonista principale, l’attore del titolo, un altrettanto bravo Antonio Salines, che sfugge alle imposizioni e alle interpretazioni del regista.

La trama, a metà strada tra il giallo alla Maigret (dove contano ambienti e personaggi più che il delitto in sé) e il racconto dell’Ottocento (dove un narratore onnisciente ricorda e descrive), si dipana in quadri successivi ed è legata, a livello temporale ed emotivo, dal narratore, che attraverso una serie di monologhi ne ricostruisce l’evolversi e cerca di scoprire il mistero del finale, rimanendo però nell’incertezza, come spesso accade nella vita quotidiana.

La bidimensionalità del testo a livello temporale (presente del racconto, passato delle azioni), la contiguità spaziale (sullo stesso palco, Roma, la Liguria e Cannes, lo studio di registrazione, la cabina dell’aereo, la camera da letto di Giovanna e il salotto di Licia Melchiorri), e il doppio livello strutturale (l’io del narratore che immagina di sapere le ragioni degli altri, i protagonisti della vicenda, e l’io reale dei personaggi che si rifiutano di farsi interpretare dal narratore e dirigere dal regista), è ben esplicitata dalla scenografia.

Il vuoto e il buio circonda Gazzolo, che cerca di farsi strada nella nebbia dei ricordi, mentre i personaggi si muovono su una seconda pedana, illuminata, spesso parzialmente celata da un ulteriore sipario: palco nel palco che rimanda al lavoro dell’attore che non può mai smettere di essere tale, nemmeno nella vita quotidiana.
La recita della vita, la vita di chi recita.

Sullo sfondo, la storia del nostro cinema che, a fine anni 60, chiudeva la sua grande stagione, l’avvento della tv, Cannes e il critico che si addormenta durente i film ma scrive brillanti recensioni, il casinò di Sanremo e gli ultimi ruggiti di Cinecittà prima del collasso.

Nel complesso uno spettacolo pregevole, dotato di più chiavi di lettura, interpretato con classe da alcuni grandi del teatro italiano, con una sola pecca. È mancata infatti la forbice che Pound ha usato con Eliot in Waste Land. Il teatro è da sempre azione e, a volte, alcuni monologhi narrativi, rallentano talmente l’evolversi della vicenda (soprattutto nel primo tempo), che lo spettatore rischia di perdere la concentrazione e addormentarsi, come il critico, in sala.

L’attore

Riduzione di Tullio Kezich e Alessandra Levantesi dal romanzo di Mario Soldati
regia Giulio Bosetti
con Marina Bonfigli, Virginio Gazzolo, Antonio Salines, Elio Aldrighetti, Alice Redini
scene e costumi Guido Fiorato
musiche Giancarlo Chiaramello
regista collaboratore Giuseppe Emiliani

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