Porte aperte

teatro-stabile-torinoFino all’8 novembre, al Teatro Gobetti va in scena L’avaro per la regia di Jurij Ferrini: una brillante commedia satirica dotata di gustose sfumature autoironiche.

«Le porte sono fatte per stare chiuse!» sentiamo dire subito al protagonista.
Prima ancora che il sipario di apra, troviamo sull’angolo destro del proscenio una vecchia e logorata poltrona. Di chi sarà? Perché lasciarla in vista? A usarla, innanzitutto una coppia di giovani amorosi (come sarebbero stati chiamati all’epoca dell’autore), lei è la figlia del taccagno padrone di casa, lui il trovatello accolto tra i ranghi della servitù in seguito a una tragica serie di eventi. Si amano in segreto, coscenti della volontà contraria del vecchio, ma presto i due saranno costretti alla separazione dall’ingresso in scena proprio di Arpagone.

Lo stesso Arpagone che vedremo non reagire bene nei confronti dell’arrivo di un silenzioso sconosciuto, che si rivelerà essere uno zingaro amico di suo figlio, finendo per cacciarlo in malo modo dall’abitazione a suon di insulti e sprangando anche la porta, in un passaggio drammaturgico fortemente didascalico quanto perfettamente riuscito. Una abitazione-fortezza, quindi, una prigione dell’anima, ma anche un’isola felice in mezzo al mare tempestoso di chi disperatamente chiede aiuto a chi cocciutamente si rifiuta di ascoltare. Una abitazione, ed è ciò che più importa, da cui chiunque, nessuno escluso (compreso il pubblico in sala), deve restarne fuori perché risulterebbe una potenziale minaccia per gli averi raccolti durante una vita di ossessiva parsimonia. L’iniziale e più immediata lettura de L’avaro di Jurij Ferrini è, dunque, quella politico-economica: da una parte il conflitto generazionale come metafora del potere dispotico, dall’altra l’insistita riflessione sulle derive del capitalismo. Naturalmente non sta tutto qui il lavoro del regista/attore piemontese, ma da questa constatazione partiamo.

È un’avidità irrazionale e (almeno finora) impunita – sembra mostrarci la scena – quella che governa col pugno di ferro le cose e le persone della casa, richiamando con convinzione l’allegoria di un malgoverno pigramente dispotico e infantilmente conservatore, come quello che Ferrini stesso – in una nota sullo spettacolo – ha affermato di ritrovare nella nostra contemporaneità politica e sociale.
Riguardo alla questione del dialogo mancato, impossibile non riflettere sui padri e sui figli. Nel testo molieriano, senza dubbio, è presente una notevole battaglia generazionale. Lo spettacolo individua tale potenzialità e la rilancia attraverso momenti scenici ancora forse didascalici ma significativi, quale, per esempio, quello in cui il figlio Cleante inveisce contro il padre accusandolo di avergli rubato il futuro. È tuttavia l’insistenza con cui il ragazzo fa valere le sue ragioni – spesso rivolgendosi direttamente alla platea – che non convince fino in fondo, anche se probabilmente servirebbe pure a ridimensionarne la portata retorica. A ogni modo, in Ferrini questo genere di dialogo è persino centrale, investe il suo operato e la sua poetica, tanto che egli stesso si presenta in veste di capocomico di un gruppo di giovani attori dalla varia formazione e inclinazione, ed è proprio lui che, infatti, focalizzando l’attenzione di tutti sul suo corpo e la sua voce, riesce a illuminare di riflesso l’attività dei già bravi comprimari.
E di corpi vorremmo parlare adesso. Quei corpi attoriali sempre in allerta, pronti a scattare come una molla non appena richiesto dal testo. L’ispirata regia lavora molto sulla fisicità, dimostrando quanto possa essere “vero” il teatro quando un personaggio si siede su di un altro; o quando un terzo entra da una porticina con una goffa capriola. Tutto accade davanti ai nostri occhi, se ne coglie lo sforzo e – concetto non banale, per quanto lo possa sembrare – la soddisfazione della riuscita. La magia del teatro sta proprio qui: nel ricordarci che ogni spettacolo è l’ennesima prova di un evento che non sarà mai fisso né definitivo, non verrà mai chiuso in una scatola e venduto sempre uguale a se stesso. A conferma di ciò, Ferrini e i suoi attori vivono la messa in scena improvvisando con gusto, costantemente e instancabilmente. E col medesimo trasporto si prestano all’interazione col pubblico, lo coinvolgono, ne chiedono il parere sull’intreccio, su quella trama che lo stesso Arpagone ammette di aver «capito a malapena» in un valido (seppure non unico) momento autoironico, che si apprezza per la eleganza e intelligenza. Come anche il forsennato e divertente sketch della cassetta dei soldi rubata dalla botola sotto la poltrona.

Una vera e proprio commedia (degli equivoci) nella commedia che dimostra la rilevanza con cui il regista mescola eredità clowneristica e anche beckettiana con la satira brechtiana attraverso diversi livelli di ironia e di autocritica, all’interno di una notevole scenografia minimale. E ogni cosa, nell’insieme, funziona.

Lo spettacolo continua:
Teatro Gobetti
Via Rossini 12, Torino
dal 7 ottobre all’8 novembre 2015
da mercoledì a venerdì 20.45 – martedì e sabato 19.30 – domenica 16.30

L’avaro
di Molière
regia Jurij Ferrini
con Jurij Ferrini, Matteo Baiardi, Sara Drago, Raffaele Musella, Gloria Restuccia, Fabrizio Careddu, Elena Aimone, Angelo Tronca, Michele Schiano di Cola, Daniele Marmi, Vittorio Camarota, Rebecca Rossetti
scene Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati

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