L’uomo secondo Molière

L’avaro proposto da Cirillo al Teatro India è un meccanismo registico perfetto, capace di cogliere il cuore della sempre attuale commedia seicentesca

Un grande classico si riconosce perché, seppur a distanza di secoli, riesce magicamente a parlare del presente, perché ha di mira quelle caratterizzazioni antropologiche che appartengono all’uomo da sempre, e che lo accompagnano dall’alba dei tempi, o anche perché mette in evidenza limiti e oscenità delle strutture di potere che permangono identiche nel corso della Storia. Quando parliamo di teatro, nella classe degli autori classici più importanti non potremmo non considerare Molière, il maestro del teatro francese ed europeo del Seicento, anima barocca e avanti rispetto ai tempi, già proiettato com’era verso la modernità sia per le tematiche trattate che per lo stile (di vita e artistico).
Portare in scena uno dei capolavori di Molière è perciò una sfida particolare, proprio perché, per quanto detto prima, appare una scelta ovvia. Insomma, rappresentare Tartufo o Il malato immaginario funziona sempre, il rischio è piuttosto quello inverso di presentare un’opera svuotata di creatività, rigida nella sua grandezza, dove l’iniziativa del regista e della compagnia si riduce a ben poca cosa. Questo il rischio che correrebbe la messa in scena di un capolavoro come L’avaro; a questo rischio non cede Arturo Cirillo, regista e interprete di un memorabile allestimento al Teatro India, in scena fino al 18 marzo. Spettacolo magnifico, per il quale non andrebbero sprecati elogi, e per il quale bisogna impegnarsi a rintracciare storture o note dolenti.
La scelta del regista è di restare fedeli al testo originale, già di per sé così moderno e attuale; gli scenografi hanno gioco facile a immergere la commedia in un’atmosfera ottocentesca bohémienne, piuttosto che nel contesto specifico seicentesco (che a sua volta era un’attualizzazione dell’Aulularia di Plauto rispetto all’epoca latina); infatti, l’ambiente di radicale austerità della casa di Arpagone, che costringe a causa della sua avarizia a far vivere i figli tra la miseria e gli stenti, è ideale per una messa in scena espressionista, scarna, severa, anche claustrofobica. I costumi dei protagonisti anche sono in stile ottocentesco, ma caratterizzati da sfumature di colore che rendono ancora meglio l’idea di assistere non a uno spettacolo situato in una determinata epoca, quanto a un racconto che taglia la Storia, sempre attuale perché dedicato all’animo umano.
Ancora in merito di regia, formidabile l’idea delle cornici sempre più piccole che scandiscono i vari piani della scena, oltretutto mobili (sono memorabili alcuni stacchi nei quali le cornici ondeggiano, mentre Arpagone è in primo piano e fino in profondità i personaggi compaiono e scompaiono, quasi fosse tutto un carillon). Dal punto di vista registico, lo spettacolo è impeccabile: l’uso delle luci straordinario, la ritmica e la costruzione della scena tanto dinamica e vitale quanto il testo.
Dicevamo della fedeltà di quest’ultimo all’originale, visto che era inutile tentare di renderlo ancora più frizzante di quanto fosse: infatti, l’elemento più suggestivo è che tutto l’impianto visivo della scenografia e della regia entra in tensione col tono comico e irriverente della commedia. L’avaro d’altronde è il più celebre erede della tradizione della Commedia dell’Arte, ma anche della farsa medievale, della tradizione boccaccesca e della commedia popolare classica. Questa è la sua impressionante attualità, il fatto che faccia ancora ridere di gusto nel 2012, senza mai perdere quel tono malinconico che l’umorismo, nell’accezione pirandelliana, porta sempre con sé. La scena espressionistica esprime quella sottile amarezza sulle sorti dell’uomo, assillato e vittima delle sue manie e vizi. Prima di Marx, prima di Balzac, prima di tutti Molière ha colto il cuore del delirio della modernità occidentale capitalistica, ovvero il denaro non più inteso come mezzo ma come fine, idea che non ha potuto che portare alla nevrosi generalizzata collettiva.
Questa dimensione emerge anche dalle note di regia di Cirillo, che oltre a mettere su una perfetta regia, è interprete di un Arpagone inimitabile, classico e al contempo buffo, arcigno, violento e terribilmente umano (con qualcosa del Riccardo III di Al Pacino), e lo spettacolo coglie e fa cogliere l’imprescindibile relazione che lega tutti i personaggi, una loro reciproca necessità, anche se emerge poco quello spaesamento che lo scioglimento del legame del finale dovrebbe, secondo il regista, essere messo in evidenza. Nota di merito anche per gli ottimi attori, come la straordinaria Sabrina Scuccimarra (Frosina), anche se, dato lo straordinario livello del tutto, è forse proprio nella recitazione che può essere evidenziato qualche passo falso. Ma sono quisquilie: L’avaro di Cirillo si candida a essere uno dei migliori spettacoli teatrali dell’anno.

Lo spettacolo continua:
Teatro India
lungotevere Vittorio Gassman, 1 – Roma
fino a sabato 18 marzo
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 18.00 (lunedì riposo)

Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile delle Marche presentano
L’avaro
di Molière
regia Arturo Cirillo
con Arturo Cirillo, Michelangelo Dalisi, Monica Piseddu, Luciano Saltarelli, Antonella Romano, Salvatore Caruso, Sabrina Scuccimarra, Vincenzo Nemolato, Rosario Giglio

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