Al teatro Verga, la tragedia di Euripide incentrata su un Dioniso estremamente ambiguo e accattivante.

«Perché nell’ira gli dei sono così simili ai mortali?», si domanda disperato Cadmo, padre di Agave e nonno del re Penteo, una volta presa coscienza della tragedia consumata. La somiglianza tra le divinità e gli uomini è il nocciolo centrale della vicenda e, più in generale, della religione greca – la quale onora divinità sì potenti e capaci di cambiare la realtà degli umani, ma tutt’altro che onniscienti, giuste e salvifiche. Divinità, soprattutto, mosse dagli stessi sentimenti dei mortali.

È quanto succede anche a Dioniso, dio del vino, dell’ebbrezza e della trasgressione, il quale, giunto a Tebe per instaurare il suo culto, non viene riconosciuto dal re Penteo e viene imprigionato. Dopo la fuga, punisce l’uomo infondendogli la curiosità di recarsi sul Citerone – dove le baccanti, in preda alla follia, celebrano riti in onore del dio. Tra queste vi è anche Agave, madre di Penteo. Su quella cima si consumerà la tragedia.

Lo spettacolo inizia nell’oscurità completa, e più volte vi ricade nel corso della rappresentazione. L’illuminazione è l’elemento sul quale poggia la messinscena con frequenti contrasti tra luce e buio, illuminazione piena e attenuata. Interessante il gioco con le luci intermittenti – focalizzate sul personaggio o su un angolo della scena – e coi riflessi, che colpiscono gli attori e creano suggestive e ampie zone d’ombra sul fondo della scena.

In compenso, la scenografia è praticamente assente, ma non se ne sente la mancanza – in quanto l’attenzione è totalmente rivolta ai personaggi. Dioniso su tutti, interpretato da tre attori diversi a dimostrazione dell’immagine multiforme e inafferrabile del dio – e infatti Penteo non riesce a catturarlo né a sfuggire alla sua vendetta – e della sua capacità di impossessarsi delle persone e di assumerne le sembianze. Un dio dell’ebbrezza in veste di lino rossa, foltissima chioma di riccioli azzurri e maschera – come da tradizione nel teatro greco antico.

Nella massa dei personaggi poco complessi e molto stereotipati – Penteo viene presentato solamente nella sua ira e nel suo astio – si erge la figura di Dioniso, vero motore della vicenda, centro di interesse dello spettacolo e personaggio estremamente coinvolgente, intrigante e perfino divertente. Sì, perché alcuni tratti appaiono addirittura comici: la voce nasale – che poi diventerà cavernosa – i balli grotteschi e la mancanza di tratti inquietanti, che pure rappresentano un aspetto della divinità.

I momenti tragici sono ridotti al minimo: la scena dell’uccisione di Penteo, che è solo accennata visivamente e poi descritta nel dettaglio da due donne; e il riconoscimento di quanto accaduto, da parte di Agave, che rappresenta il momento più tragico e suggestivo – oltreché “catartico”, come avrebbe detto Euripide – dello spettacolo.

Una rappresentazione, quindi, che riesce a unire commedia e tragedia, divertimento e sofferenza, umano e divino. Caratteri ambivalenti, proprio come la figura di Dioniso: bonario ma vendicativo, gioioso ma intransigente, semplice ma orgoglioso. Sicuramente trasgressivo e fuori dagli schemi. Contraddittorio quanto noi umani.

Cadmo lo aveva detto: mortali e divinità non sono poi così diversi.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Verga

via Giovanni Verga, 5 – Milano

Le Baccanti
di Euripide
regia di Filippo Usellini ed Enrica Barel
Teatro Anime Antiche
con Alice Arioli, Anna Penati, Barbara Galli, Cesare Musi, Davide Candelli, Elisa Cavallo, Francesco Segoni, Giovanna Mariotti, Giovanni Casalucci, Lorena Gaiara, Maria Gemiti, Nazzareno Patruno, Rossella Toti e Sergio Cantinazzi

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