Voyage au bord de la mèr(e)

A quattro anni dalla prima rappresentazione dello spettacolo Le Camion, la Compagnie Glapion ripropone, nell’intimo Théâtre Coté Cour di Parigi, la sua brillante lettura del testo di Marguerite Duras.

In un interno, un uomo e una donna (Gerard Depardieu e Marguerite Duras) leggono il copione di un ipotetico film e raccontano così la storia di un viaggio: è il viaggio di una donna che, facendo l’autostop, sale su un camion e parla al guidatore di sé, di un nipote appena nato che deve andare a trovare e dell’unica cosa che li accomuna – il paesaggio, la strada che il camion percorre in riva al mare («Lei avrebbe mostrato il mare. Lei dice: guardi: la fine del mondo»). Sarebbe una «storia d’amore». Questa la sceneggiatura del lungometraggio girato da Marguerite Duras nel ’77. Un film su un film, una semplice ipotesi, un progetto che sembra sufficiente evocare. Parole ovattate, non recitate, semplicemente lette, da lontano.
Carole André sceglie invece di immergersi nella profondità del testo, dandogli una direzione precisa e un tono incisivo, rendendolo denso e toccante. Così il nostro viaggio non sarà in riva al mare (au bord de la mer), ma alla madre (la mère). Costeggeremo una donna che è in riva all’essere madre, sul punto di esserlo: sul punto di, quasi, al limite. E infatti in questo spettacolo ci si interroga su un limite: tra l’essere madre e il non esserlo più – o non esserlo mai stata; fra il trattenere (un dolore, o un segreto) e il lasciarsi andare; tra l’essere sano e l’essere folle.
Già la piccola sala del teatro Coté Cour sembra un ventre materno: il soffitto basso e nero, le poltrone e la luce rosse. Sul palco vediamo un tavolo ricoperto da un lenzuolo bianco, con sopra un vaso di fiori e un orso di peluche; due sedie; a terra, disegni di volti e paesaggi sembrano lo storyboard di un film.
Le luci si spengono, entra una donna tremante di freddo e di pianto, le braccia intorno alla vita sembrano volerla proteggere – ma ci accorgiamo che sono legate. Porta un vestito bianco e sporco degli stessi colori dei disegni; quando ci darà le spalle capiremo, dai lacci sulla schiena, che si tratta di una camicia di forza. Musica e rumori di sottofondo sembrano grida di ricordi e di dolore nella sua testa. Si siede in mezzo ai fogli, entra un uomo con addosso un impermeabile – da sotto spunta un camice bianco: è un dottore. Lei inizia a parlare. Racconta un ipotetico film: parla di una donna che, facendo l’autostop, sale su un camion e parla al guidatore. Il guidatore l’ascolta ma tace. Tra loro un’incomunicabilità, una distanza – rappresentata all’inizio dal silenzio, poi dal monologo di lei. La donna narra con l’entusiasmo e la voce di una bambina, utilizzando infatti il condizionale – che in francese viene usato dai bambini nei giochi, come in italiano l’imperfetto («facciamo che ero…»). Sembra voler chiedere al medico di ascoltarla e stare al gioco; lui si limita a liberarle le braccia, ma non gioca con lei, anzi, resta distante e legato al suo ruolo, prende appunti. Lei invece racconta con enfasi e pare vedere i due protagonisti, la strada percorsa dal camion, i silenzi di lui e le parole di lei. Attraverso quest’ipotetico film, descrive il rapporto tra sé stessa e il medico: il medico che non la può vedere perché è troppo lontano, non si lascia trasportare nel mondo di lei, non può capirla e non può aiutarla – o non abbastanza: anche lui è sul limite, tra il proprio ruolo e il vero ascolto, che è mescolarsi, che è lasciarsi andare. La guarda condiscendete, le chiede di continuare la storia: dove va il camion? Cosa dice la donna? Man mano capiamo che lei, la malata, la pazza, è in ospedale perché ha perso un figlio, forse in un incidente d’auto (forse su un camion?) e racconta questa storia per allontanarsi dalla responsabilità di questa morte, per vederla come in un film, come attraverso uno schermo. Quando descrive il paesaggio fuori dai finestrini del camion, parla di colline, di dolci pendenze, e si accarezza il ventre. Accenna a questo figlio, senza specificare se sia mai nato, mai morto, mai esistito, soltanto pensato o sognato. Il viaggio, nostro e del medico, costeggia il suo essere madre, i suoi pensieri, la sua pazzia, il limite sottile tra vero e non vero, immaginato e vissuto, folle e non folle (come, nel lungometraggio della Duras, tra film e progetto del film). Alla fine anche il medico cede, riesce a guardarla, a mescolarsi, per poi andarsene e lasciarla sola: non c’è bisogno di alcun dottore, il limite tra i ruoli si è spezzato, e lei sola può evocare ad alta voce l’incidente (forse) avvenuto, quello in cui (forse) è morto suo figlio.
Prisca Demarez resta in scena finché non si spengono le luci: lei è il nostro viaggio e resta lì. La sua interpretazione estremamente intensa aderisce perfettamente al personaggio. Non vale lo stesso per Jean-Marie Rollin, che mantiene sempre un’eccessiva distanza e non si macchia del testo nemmeno in quanto attore, lasciandosi scivolare addosso l’intero spettacolo.
La regia di Carole André, intima ed eloquente, sembra scuotere il testo fino a farlo parlare, riempirlo di dubbi, spingerlo a mostrare le ferite tra le parole. È interessante scoprire, in effetti, che Marguerite Duras aveva dato alla luce un figlio nato morto e questo trauma si nasconde forse tra le parole frammentate della sua laconica sceneggiatura. Del resto, questo bambino nato morto è forse anche simbolo del suo rapporto con la politica: alcuni riferimenti al comunismo, a Marx, alla lotta di classe, sono disseminati tra i discorsi sconnessi della donna; si tratta di una lotta senza senso, che non vale la pena combattere – ma per sapere che non ne valeva la pena, dice, bisogna passarci in mezzo: partorirla per trovarla morta.
Così, se da una parte la Duras suggerisce che non “vale più la pena” di parlare di nulla, Carole André risponde parlando dell’essere madre, dove la madre è colei che ama, addirittura oltre la morte, e il suo amore è il limite, la fine del mondo. C’è ancora qualcosa di cui parlare.

Quatre années sont passés depuis la première représentation du spectacle Le Camion, de La Compagnie Glapion. La metteuse en scène Carole André propose à nouveau sa brillante lecture du texte de Marguerite Duras, et le met en scène, cette fois, dans l’intime salle du Théâtre Coté Cour à Paris.

Lo spettacolo continua:
Théâtre Coté Court
12, rue Edouard Lockroy – Parigi
fino a sabato 15 marzo, ore 21.00

La compagnie Glapion presenta
Le Camion
di Marguerite Duras
regia Carole André
con Prisca Demarez, Jean-Marie Rollin
assistente alla regia Chloé Leonil
scenografia e costumi Eymeric François
musiche Sigur Rôs, B.I Silent Hill

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