Le città invisibili – Domani i giornali non usciranno / D.O.I.T FESTIVAL

Domani I Giornali Non Usciranno

La letteratura e il tempo sono protagonisti della terza settimana del D.O.I.T Festival con il capolavoro combinatorio di Italo Calvino, Le città invisibili, e la creatura nata dalla collaborazione tra Veronica Raimo e la Compagnia Barone Chieli Ferrari, Domani i giornali non usciranno.

Iniziamo con una doverosa premessa, perché a noi di Persinsala piace giocare a carte scoperte, consapevoli di come millantare una qualsiasi forma di oggettività dello sguardo critico sia pura ipocrisia, se non colpevole strumentalizzazione. Evitiamo, dunque, di partecipare alle reunion e al familismo che tanto caratterizzano la scena italiana (non solo artistica) e dichiariamo da subito che (gran) parte di questo articolo sarà dedicato a un allestimento nel quale siamo stati, pur con discreta marginalità, coinvolti.

Domani i giornali non usciranno, il breve dramma per aeroporti scritto da Veronica Raimo, alla sua prima drammaturgia, per la Compagnia Barone Chieli Ferrari è, infatti, un progetto in residenza al Teatro Studio Uno di Roma del quale abbiamo intimamente seguito il processo creativo all’interno del Dialogo critico che Persinsala condivide con lo spazio di Torpignattara. Per questo motivo, dopo aver alzato la penna in occasione del suo debutto dello scorso anno, riteniamo sia essenziale avvisare chi si appresta a continuare la lettura per evitare che qualcuno possa interpretare questo articolo come un conflitto di interessi, data la trasparenza con cui, da sempre, Persinsala scrive su artisti con i quali ha un diretto coinvolgimento (amicale o professionale).

Quattro porte aperte. Una donna. Una coincidenza persa, ma «se è una coincidenza dovrebbe coincidere, se non coincide cos’è?». Voci registrate. Una proiezione. Infine, il volo di una coscienza finalmente desta, che ha ripreso il controllo e può fare la propria richiesta all’atteso interlocutore: «promettimi di non sfamarmi mai». In itinere, l’abisso interiore dei ricordi, il vuoto tutt’attorno a sé, sguardi e pause che evocano la scoperta della propria estraneità al mondo, a un mondo di fredda tecnologia, in cui gli orari non ammettono scadenze e il tempo scorre inesorabile nell’abbandonarci a quello che scopriremo essere un paradossale flusso dei rimpianti e dei rimorsi.

La sua psiche, nell’attesa indefinita della partenza rinviata, ha cancellato i confini di spazio e tempo e, nel necessario tentativo di dover ricostituire le coordinate del mondo e ricomporre l’ordine delle cose, si è consumata cercando di indovinare la posizione esistenziale delle proprie situazioni vissute, al di là di una bellezza cadente sotto luci al neon e aria senza fumo.

Il suo splendido corpo ha perduto perfezione, si specchia in un limbo, ondeggia come in uno stato fluido; è, allora, attraversato dalla corrente del tempo. La sua attesa in aeroporto è un labirintico viaggio tra pareti invisibili che, edificate attraverso la composizione e scomposizione delle quattro porte a seconda della forma del locale immaginato, preparano il riconoscimento del luogo in cui la protagonista si trova, check-in, ufficio oggetto smarriti, stanza per fumatori, sale.

Nei suoi ricordi affiorano casuali scintille miste di ironia e sarcasmo, di mestizia e nostalgia. È un presente logorato dal contrasto emozionale tra due dimensioni temporali, da un conflitto inaudito per come presenta i propri contendenti compartecipi l’uno dell’altro e rende impossibile una scelta definitiva. Il primo, quello cronologico, unico e lineare, omologa, è imposto dall’esterno, ma allo stesso tempo è democratico nel rendere tutto e tutti uguali. Il secondo, quello creativo, intimo e privo di un unico ritmo, salva dalla vorace distruttività di una società che preferisce il proprio corretto funzionamento alla disordinata felicità individuale. Rappresenta l’enigma stesso della vita.

Le sue parole ci presentano una piccola, nitida e consueta immagine delle piccole cose. Dalla sua solitudine riaffiorano i vari io, alcuni giacenti in profondità nel passato, sepolti e abbandonati dalle convenzioni sociali e familiari (l’insostenibile attesa del caffè, il gelato da girare, l’amorevole invadenza della genitrice), mentre per lasciare emergere gli altri, romanticamente più importanti, sarà necessario sgretolare la resistenza del presente.

La scelta, tra passato e futuro, tra tempo cronologico e tempo creativo, se vista da fuori potrà sembrare scontata, ma il personaggio la mostra in tutta la sua dilaniante sofferenza. Se il secondo (lo slancio vitale) rivendica l’indipendenza dagli oggetti e dal loro possesso e invoca il sorgere di una spontaneità che possa arginare la dissipazione dell’io in una diretta subordinazione a spersonalizzanti esigenze sociali, rispetto al primo (la meccanica) rischia di inficiare un mondo organizzato di bisogni e necessità collettive, del lavoro, della famiglia, della prassi.

Pur chinato sul presente, non è però il passato – rispetto al quale, la protagonista sembra avere i conti in ordine, «sono mesi che si sta preparando a questa partenza» – a bussare alla porta della coscienza; le sue attenzioni rispetto alla fase preparatoria del viaggio della vita (dal passaporto al «quanto abbronzarsi» per non apparire fanatica) non costituiscono motivo di recriminazione. È l’aspettativa del futuro a inseguirla perché esso è un fantasma che proietta la propria ombra sul momento hic et nunc. L’accento, dunque, cade più che sul recupero del perduto, sulla proiezione verso il domani, sulle possibili ramificazioni di una personalità che, tra scelte e abbandoni, potrebbe ancora diventare incessantemente molte cose. La strada percorsa da chi «si sente frivola […] ma pesantissima» è colma delle macerie preventive di ciò sarà, perché dinnanzi a questa possibilità «non serve a niente essere previdenti». La conseguenza di chi è abituato alla terra ferma è la vertigine che se tutto è passato, qualcosa è diventato, ma niente resterà.

La regia di Emilio Barone e Massimiliano Ferrari e l’eccellente tappeto musicale di Virgillito affidano con discrezione i tempi scenici ad Alessandra Chieli, la quale, potendo interpretare privatamente sia il pathos della protagonista, sia la relazione con il palco, riesce a declinarne diversamente il carattere a seconda di ogni replica.

La sua interpretazione è, di conseguenza, poliedrica, il personaggio alterna nevrosi e isterismi, confessioni e riflessioni, momenti paralizzanti e sagace ironia, sfruttando le potenzialità di un testo capace di disegnare i margini indispensabili, necessari e sufficienti per un processo di individuazione in cui in ogni cosa si rifrange in un alone di alterità. Veronica Raimo sussume, infatti, le diverse psicologie nell’individualità di una donna intima ma familiare, fragile ma consapevole, mentre l’apparente semplicità dell’allestimento restituisce la complicata intenzione drammaturgica di un continuo gioco di variazioni (cromatiche, tonali e sonore) con la densità di un’ecologia immateriale.

Di fronte alla propria ambiziosissima impalcatura ideologica, lo spettacolo patisce solo in parte il rischio di un concepimento virtuosamente anarchico, in cui ogni parte viene chiamata a concorrere al componimento complessivo con la propria dose di co-responsabilità artistica e, tra le pieghe delle proprie sbavature esecutive e tecniche, mostra – anche per la superbe doti della sua interprete – più le condizioni di potenziali sviluppi che reali criticità.

Un breve appunto anche per Le città invisibili, tratto dall’omonimo romanzo di Italo Calvino, spettacolo in tutto e per tutto antitetico a Domani i giornali non usciranno. Nonostante l’indubbio lirismo del testo e l’interesse per il concepimento combinatorio del maestro Calvino, non convince minimamente la sua messa in scena, a partire dalla scomposizione del protagonista Marco Polo in «tre donne che rappresentano tre età, tre fasi della vita, tre provenienze, a loro volta mescolate dalle tappe dei loro viaggi interiori e fisici», scelta che nulla ha aggiunto in termini estetici o teatrali, se non un’impressione di ulteriore confusione e superficialità.

Argillateatri realizza un allestimento iperstrutturato in cui nulla viene lasciato all’immaginazione dello spettatore. La dubbia contestualizzazione tanto dei pesanti costumi, quanto delle stucchevoli musiche, l’eccessiva e monocorde enfasi della recitazione, l’incomprensibile simbolismo di precari movimenti coreografici, l’inessenziale supporto scenografico sono soluzioni che, purtroppo, smontano una drammaturgia già di per sé positiva solo finché aderente all’originale, meno quando se ne allontana. Davvero troppo o troppo poco.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno del Festival D.O.I.T Drammaturgie Oltre Il Teatro
Ar.Ma Teatro
via Ruggero di Lauria 22 (metro Cipro)

3-4 aprile 2018, ore 20:45
Le città invisibili
regia Ivan Vincenzo Cozzi
drammaturgia Isabella Moroni
con Alessandro Vantini, Roberta Lionetti, Brunella Petrini, Mariachiara Vigoriti
musiche originali Tito Rinesi
scenografie Cristiano Cascelli
costumi Marco Berrettoni Carrara con il supporto dell’atelier di Marina Sciarelli
disegno luci suono Nino Mallia
produzione Argillateatri

5-6 aprile, ore 20:45
Domani i giornali non usciranno
breve dramma per aeroporti
drammaturgia Veronica Raimo
regia Emilio Barone, Massimiliano Ferrari
con Alessandra Chieli
visuals Elisabeth Mladenov
musiche originali Toni Virgillito
coproduzione Compagnia Barone Chieli Ferrari, Teatro Studio Uno

Autore: Daniele Rizzo

Fondatore e Direttore responsabile.

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