Andare, camminare, lavorare

Al Teatro Elfo Puccini un’interpretazione iperrealistica e toccante sulle derive della marginalità ai tempi del precariato.

Si entra in sala nella nebbia, poca luce, in scena scheletri metallici di una banchina suburbana dimenticata da Dio. Alle quattro meno dieci del mattino, in una borgata romana che somiglia più a uno scenario postatomico, la presenza silenziosa dei tre attori in scena è un polo di umanità a cui verrebbe da attaccarsi come a uno scoglio in mezzo all’oceano.

Un tempo che è un non-tempo, un luogo che è un non-luogo. Rumori di strada, luci accecanti e mostruose dell’autobus che ogni mattina li divora per risputarli a tarda sera. Tre personaggi che sono tre vittime, incolti e impreparati: una sorta di prospettiva a grado zero da cui osservare le regole del vivere sociale e rivelarne ipocrisie e assurdità.

Per chi nasce nella periferia dell’esistenza, diviso tra madri “che non ci stanno tanto con la testa” e legano i propri figli alla sedia mentre collezionano vasetti di cibi avariati, padri adulteri e fratelli in carcere, sopravvivere in tempi di crisi significa armarsi di una leggerezza e di una vitalità non comuni.

Le vite di questi personaggi non hanno niente di surreale, dopotutto: sappiamo bene che situazioni del genere brulicano alle periferie di ogni luogo, che più volte nella nostra vita ci è capitato di sfiorarle, più o meno intensamente.

L’ottima scenografia di Francesco Ghisu è atmosferica ed efficace; con un espediente semplice e geniale ricrea il passaggio dell’autobus puntandone i fari sulla quarta parete, scandendo il ritmo alienante del tempo e facendo da collante ai quadri scenici.

I tre ragazzi aspettano l’autobus ogni mattina. In quei dieci minuti concentrano praticamente tutta la loro vita sociale, perché il resto lo passano al lavoro – rigorosamente in nero, massacrante, precario, rischioso – ed è allora naturale che sia sotto a una banchina avvilita e scalcinata, a cavallo tra la notte e il giorno, che nascano amicizie, che si rielaborino traumi e si alimentino speranze. Si adattano alle inesorabili sfortune della vita con un’ironia spiazzante, purissima, con la speranza infantile di conquistare il proprio minuscolo angolo di felicità. Tutti poco più che ventenni, perseguitati da un passato che non può che tornare a riaprire ferite, privi di qualsiasi sovrastruttura e di una cultura che non sia quella – destinata ad essere beffardamente sottovalutata – dell’esperienza.

Non c’è cinismo nel testo di De Bei; i tre attori perfettamente in parte – Federica Bern, Riccardo Bocci e Alessandro Casula – rendono con straordinaria verità tutte le pieghe emotive dei personaggi mettendone a nudo sentimenti e ricordi, tanto che non ci si sente poi così lontani dal meccanismo del melodramma che calza perfettamente col tema scelto.

C’è persino margine per innamorarsi, nella nebbia di quelle mattine di occhiaie e sigarette a digiuno, per sognare una consolazione d’affetto a quella vita che vita non è.

Lo spettacolo, più volte premiato (Le Maschere del Teatro 2011), è inserito nella rassegna Al lavoro! – organizzata al Teatro Elfo Puccini dal 2 al 27 maggio – e centrata proprio sul tema, oggi più che mai spinoso.

Lo spettacolo continua:
Teatro Elfo Puccini
corso Buenos Aires, 33 – Milano
fino a domenica 20 maggio
orari: da martedì a sabato ore 19.30, domenica ore 19:00

Per la rassegna: Al lavoro! Nuove Storie:
Le mattine dieci alle quattro
testo e regia Luca De Bei
scene Francesco Ghisu
costumi Sandra Cardini
con Federica Bern, Riccardo Bocci e Alessandro Casula
luci Alessandro Carletti
suono Marco Schiavoni
produzione I Magi

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