Quell’immenso patrimonio che si chiama musica italiana

Nicky Nicolai rivisita il patrimonio della canzone italiana degli anni ’60 e ’70 accompagnata da un’orchestra di tredici elementi che esegue degli eleganti arrangiamenti tra il jazz e il pop.

Non lasciatevi ingannare dal suo sottotitolo, «Viaggio nei migliori anni della nostra canzone»: Le mille bolle blu non ha niente dell’operazione nostalgia.
Al contrario, mostra come certe canzoni italiane siano ancora oggi vive e presenti nella nostra memoria musicale, e come basti cantarle per farle tornare in vita con la stessa emozione di allora.
Non delle canzoni che “ci parlano del passato”, ma un passato musicale ancora attualissimo per il nostro presente.
Certo per dimostrare l’assunto il compito è facilitato dalla voce duttile e dalla tecnica invidiabile di Nicky Nicolai, dall’orchestra di tredici elementi di Mario Corvino e da Stefano Di Battista – tra i più acclamati sassofonisti jazz della scena europea nonché consorte di Nicolai – che ci presentano uno spettacolo semplice, elegante e impeccabile.
Uno schermo campeggia sopra il palco, incorniciato da una sagoma che riproduce il design delle tv in bianco e nero di una volta. Su quello schermo compaiono immagini, prevalentemente televisive, di una tv diversa da quella di oggi, che ci ha educati ed educate alla “musica leggera” italiana e non solo. Immagini che ci ricordano la provenienza storica dei brani eseguiti mentre l’esecuzione dal vivo ne (di)mostra la radicata presenza nell’immaginario pop(olare) contemporaneo.
Si spazia da Io che amo solo te a Se stasera sono qui, da La banda a Vorrei che fosse amore, da Non gioco più a Una carezza in un pugno, da Sono stanco a Vorrei che fosse amore senza dimenticare la scena internazionale con la beatlesiana All My Loving, My Baby Just Cares for Me di Nina Simone, These Boots Are Made for Walking di Nancy Sinatra e Che sarà di José Feliciano.
Nicky le canta allungando le note, tiene alcune vocali improbabili, anticipa, ritarda, con una naturalezza funambolica che sorprende per tutto il concerto.
A scongiurare qualunque ulteriore rischio di operazione nostalgia ci sono gli interventi “di disturbo” di Max Paiella che chiacchiera al cellulare, commenta sardonicamente il testo di Una carezza in un pugno, duetta con Nicolai, chiede al pubblico di continuare le parole di alcune canzoni “tristi” cui accenna, che, a suo dire, sono quelle più ricordate.
Poi, osservando come la vera musica di quegli anni non sia quella “leggera” ma quella rock, intona le inconfondibili note di Smoke on the Water dei Deep Purple (e l’orchestra jazz si trasforma in una invidiabile macchina rock).
Nicky Nicolai interviene inserendosi in quel tappeto armonico con le note di Se telefonando, in un’opposizione musicale che diventa subito connubio.
Nicky introduce ogni singola canzone, “libera dalle gabbie” alcuni brani – come Ancora di Edoardo de Crescenzo, che esegue con una potenza e una precisione da brivido -, omaggia Gabriella Ferri (della quale proprio la sera del debutto, il 18 settembre, ricorre il compleanno) cantando Se tu ragazzo mio, un suo brano meno ricordato, dalla intensa caratura musicale, muovendosi sul palco come dimessa padrona di casa, tra un assolo dell’orchestra e uno di suo marito, e diversi cambi d’abito.
Non c’è nostalgia in questa scelta di repertorio ma la ferma convinzione che la musica, quando è buona, rimane tale per sempre.
E se quasi metà del repertorio è preso da quello di Mina la cosa non deve sorprendere. D’altronde lo spettacolo è un omaggio alla Tigre sin dal titolo, quelle Mille bolle blu del grande Carlo Alberto Rossi che Nicky accenna nel finale di Se telefonando.
Poi, dopo i ringraziamenti, per rifarsi su Paiella anche Nicky chiede al pubblico di continuare il testo di una canzone da lei accennata, una allegra stavolta, intonando le note di Nel blu dipinto di blu e il pubblico le risponde in un coro solo.
Nicky, soddisfatta, invita a ritornare.
Un invito non interessato come potrebbe sembrare, ma intelligente e sentito.
Come ogni concerto-spettacolo infatti, anche questo vive delle serate, in cui cresce, si roda, si alimenta, si mette alla prova.
La serata cui abbiamo avuto l’onore di assistere infatti è la prima nazionale, la prima volta in assoluto, e lo spettacolo-concerto parte già da altezze notevoli.
Chissà quanto sarà cresciuto, fra qualche replica, in intensità emotiva, in agilità e spigliatezza, doti che, si sa, alla prima nazionale posso anche mancare.
E poi bisogna tornare per sostenere la buona musica, quella di cui spesso lamentiamo la mancanza.
Ecco, stavolta che abbiamo l’occasione, dimostriamo quanto sappiamo apprezzarla.

Lo spettacolo continua:
Teatro Sala Umberto
via della Mercede, 50 – Roma
fino a domenica 30 settembre, ore 21.15

Jando Music e AB Management presentano
Le mille bolle blu – Un viaggio nei migliori anni della nostra canzone
da un’idea di Gino Castaldo
regia Elisabetta Rizzo
con Nicky Nicolai, Stefano Di Battista, Max Paiella
Big Band di Mario Corvini: Sergio Vitale (tromba), Settimio Savioli (tromba), Claudio Corvini (tromba), Luigi Di Marco (sax alto), Alessandro Tomei (sax tenore), Marco Guidolotti (sax baritono), Massimo Pirone (trombone), Mario Corvini (trombone), Andrea Rea (piano), Alessandro Castiglione (chitarra), Daniele Sorrentino (contrabbasso), Fabrizio Aiello (percussioni), Roberto Pistolesi (batteria)

4 Commenti

  1. Nonostante le proteste di allora in questo articolo con la mia frima è stato aggiunto proditoriamente un sessista “la” al cognome Nicolai che nel testo da me inviato alla redazione ovviamente non c’era.

    Proprio per queste “correzioni d’autore” che intervenivano sulla forma dei miei pezzi e imponevano a me che da anni faccio della battaglia contro il sessismo la mia prima bandiera una lezione che mi si spiegava che in italiano quel la prima del ocgnome di Bicolai è “grammaticalmente corretto” ho deciso di smettere di collaborare con questo sito.

    Mi dispiace che un mio pezzo porti ancora quel maledetto articolo da me tanto vituperato e mai usato.

  2. Ciao Alessandro, sono andato a controllare. La tua legittima protesta non era relativa a quel “la”, ma a un “della”, che se noti non appare nella pubblicazione.
    Darò mandato di sistemare questo “la”, considerandolo una “svista” rispetto a una tua richiesta precedente la pubblicazione, quindi passibile di revisione (cosa che non accade a un pezzo andato online).
    Mi spiace constatare che tu ci consideri disonesti e, almeno dal punto di vista grammaticale, sessisti. Spero che la tua battaglia contro gli articoli determinativi ti porti dove speri di e far arrivare chi ti legge.
    Buona fortuna.
    Daniele

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