Quando raccontare ti salva la vita

Nel giorno della manifestazione contro il femminicidio a Roma, la nuova Stagione di Palc8 si inaugura con Silvia Frasson e Le mille e una notte. Sui lidi versiliesi il teatro si sposa con l’impegno civile.

A volte accade. In teatro, spesso. La società si interroga su se stessa e il palco la riflette. L’attore e lo spettatore s’incontrano e si confrontano: dal complesso edipico al diritto alla pace (Lisistrata) alla fine della violenza di genere, ieri come oggi, il teatro può aprire gli occhi, sollecitare domande, sollevare dubbi, incrinare false certezze. Come insegna Shahrazād ne Le mille e una notte, e ripete Silvia Frasson dal palco casalingo, o le duecentomila donne in piazza a Roma: «Raccontare può salvarti la vita».
Con piglio felice e grande comunicativa, la Frasson (che avevamo già applaudito in Brendulo) ci conduce nell’universo del dispotico Shahrīyār che, come un qualunque maschio possessivo, decide di uccidere la moglie per averlo tradito (e non tanto per una falsa idea dell’amore, quanto per vendicarsi dell’oltraggio subito da una donna, ossia un essere inferiore che dovrebbe essergli fedele come un cane). La Frasson interpreta, però, con mano lieve e il racconto sembra particolarmente adatto per gli adolescenti, come parte di quell’educazione all’affettività che potrebbe essere un primo tassello per prevenire la violenza, piuttosto che intervenire sempre a posteriori.
E qui occorre un inciso che va anche aldilà dello spettacolo. Palc8, la Stagione di teatro in casa, organizzata in territorio versiliese da quattro operatrici culturali – Mariacristina (IF Prana), Marica (Coquelìcot Teatro), Nausikaa e Sara – oltre a essere un piacevole modo per evadere dai paludati teatri borghesi sempre più autereferenziali e stantii, è anche un modo un po’ anarchico di riportare il teatro in mezzo alle persone, permettendo agli spettatori di conoscersi, confrontarsi e rimettere immediatamente in circolo gli spunti delle performance (con il dopo-spettacolo conviviale, gestito dai vari padroni di casa che ospitano la manifestazione nel corso dell’inverno).
E, in questa occasione, è anche un modo per riflettere sulle scelte da fare per dire fine alla guerra contro le donne (perché, dati alla mano, di questo si tratta – un insignificante 3% in più o in meno). Sempre di più emerge la necessità di prevenire: riaprendo i vituperati consultori e le case di accoglienza protette per le donne maltrattate, inserendo l’educazione all’affettività nei curriculum scolastici, cambiando i titoli dei programmi televisivi (cosa c’entra il sostantivo amore con l’aggettivo criminale?), contestando l’idea del matrimonio indissolubile (“quello che dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” e a seguire), ricostruendo quella rete di rapporti amicali, professionali e politici tra donne che ci avevano portato a scardinare il vecchio diritto di famiglia e ad affermare le nostre scelte di donne e di individui. In breve, in una società che si dibatte tra demagogici Family Day e una rampante voglia di autoaffermazione che non consente il fallimento, né accetta il lutto dell’abbandono, occorre fare propria l’idea laica che tutto è mutamento e all’universo statico del monoteismo, opporre quel fluire connaturato al nostro stesso essere, che ci permette di accettare il dolore, oggi, perché domani, la ruota – girando su stessa – riporterà gioia.
Perché io sono mia.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno di Palc8:
sabato 26 novembre, ore 21.30

Le mille e una notte
adattato e raccontato da Silvia Frasson

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