Evgenij Onegin – Your Gogol. The last Monologue

Il Piccolo Teatro di Milano ospita quattro spettacoli in lingua russa di Valerij Fokin, Rimas Tuminas, Andriy Zholdak, e Anton Okoneshnikov.

Il Piccolo di Milano ha dedicato una settimana al teatro russo. Quattro spettacoli di grande complessità, prodotti dal teatro Evgeniy Vachtangov di Mosca (Your Gogol. The last Monologue) e dal teatro Aleksandrinskij di San Pietroburgo (Evgenij Onegin, On the other Side of the Curtain, The Twelve) e poi incontri, workshop e proiezioni. Insomma un’occasione unica per confrontarci con una tradizione che ha scritto quello che oggi sappiamo del teatro: non solo per i grandi drammaturghi, ma perché nei primi anni del secolo passato Stanislavkij, Mejerchol’d e Vachtangov hanno rivoluzionato il linguaggio della scena. È ovviamente un pacchetto ufficiale, promosso dal Ministero russo della Cultura, i cui protagonisti si fregiano spesso dell’attestato di artisti del popolo, ma non per questo ingessato in unico stile. Anzi si sono scelti registi che possano dare una visione articolata della situazione: Valerij Fokin (1946), Rimas Tuminas, lituano (1952), Andriy Zholdak, ucraino (1962) e il giovanissimo Anton Okoneshnikov.
Evgenij Onegin è una selezione di capitoli dal capolavoro in versi di Alexander Pushkin, ideato scritto e diretto da Rimas Tuminas per il Vachtangov, di cui è anche direttore. II poema, scritto tra il 1823 e il 1831, è una sorta di incunabolo dell’anima russa: Dostoevskij, Tolstoj, Cechov sono nati proprio da questi bellissimi versi, che ancora oggi gli studenti imparano a memoria. Paradigmatica anche la storia romantica del giovane Evgenij Onegin e della sua incapacità di vivere e di amare: Evgenij, un Werther dell’Est, si ritira a vivere in campagna e fa amicizia con il poeta Lenskij. Pur essendo refrattario alle mondanità, si reca in casa Larin dove conosce Olga, la fidanzata dell’amico, e la giovane Tatiana. Prevedibilmente si innamora di Olga e rifiuta Tatiana, che invece si era invaghita di lui. Poi tutto precipita: è costretto a sfidare proprio l’amico tradito e il duello si conclude con la morte di Lenskij. Anni dopo incontra Tatiana, sposata, e il fatto stesso che la donna sia diventata irraggiungibile genera ora in lui un desiderio incoercibile. La giovane donna però prende le distanze da Evgenij, che non ha saputo cogliere il momento giusto.

Se l’opera di Puskin è stata definita da Belinskij «un’enciclopedia della vita russa» lo spettacolo di Rimas Tuminas, che è già stato presentato nel 2016 al Festival di Spoleto, è un compendio di cultura teatrale. C’è tutto: teatro di parola, mimo, danza, canto.

Si comincia come se fossimo in una sala prove di un ipotetico balletto: sul fondo una parete specchiante mobile, con variabile inclinazione, la barra per gli esercizi di riscaldamento, a destra e sinistra alcuni elementi architettonici con colonne. Entrano otto danzatrici, la maestra, l’assistente, uno strano folletto musicante che potrebbe essere uno jurodivyj o un fool shakespeariano. A poco a poco si entra nel testo, talvolta detto al pubblico, talvolta recitato in terza persona. Lo spettacolo è costruito partendo da improvvisazioni e si articola in numeri chiusi, come un melodramma ottocentesco, con la complicità dell’esuberante colonna sonora di Faustas Latenas, senza però essere discontinuo.
Tuminas moltiplica gli interpreti: ecco che il personaggio di Onegin si sdoppia in un giovane e vecchio Onegin, così come l’amico Lenskij. Poi entra in scena un ussaro pensionato, un invalido di guerra che racconta i fatti con l’aggressività di chi ha vissuto le tragedie della storia. Sliding doors: non solo una riflessione sul tempo che passa e trasforma il nostro giudizio sulle cose, ma anche una riflessione sulla nostra identità, su quello che potevamo essere e che non siamo stati, tradendo le nostre potenzialità. Evgenij Onegin è un’epica nazional popolare, bellissima e trascinante, che non arretra neppure davanti al kitsch, grazie soprattutto alla bravura straordinaria degli attori: non potendo segnalarli tutti, come meriterebbero, citiamo la sensibile e profonda Tatiana di Evgeniya Kregzhde.

Your Gogol. The last monologue di Valerij Fokin è dedicato agli scritti e agli ultimi giorni della vita di Nikolaj Vasil’evič Gogol, quando l’autore del Revisore, attraversa una crisi religiosa che lo porta a bruciare la seconda parte delle Anime Morte e lasciarsi morire, martoriando il suo corpo con digiuni e astinenze rigidissimi.
All’interno del Teatro Studio Melato Fokin fa costruire una sorta di aula anatomica (potrebbe essere anche un obitorio) di forma circolare, sulle cui panche prendono posto solo sessanta spettatori. Quando il pubblico entra in sala il corpo malato e agonizzante di Gogol si trova al centro dello spazio scenico. Alle sue spalle un arcoscenico a botte dove si materializzeranno i sogni, i ricordi, gli incubi dello scrittore
Così appare un campo di enormi spighe di grano su cui si poggiano insetti mostruosi, poi un’immagine della Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo (ricostruita con modellini lignei che riproducono alla perfezione i palazzi originali) in cui passeggiano cittadini nerovestiti con ombrello, una Venezia di gondole e lugubri gondolieri, che si trasformano in bianchi infermieri. Ed ecco un dies irae grottesco in cui i fedeli della processione portano in giro un vaso da notte con le urine dello scrittore; poi è il momento del catalogo: una sfilza di piatti della cucina italiana di cui Gogol andava ghiotto e che ora rifiuta, aggravando con questo digiuno forzato le sue condizioni di salute. Un vero e proprio teatro delle meraviglie che potrebbe ricordarci il teatro da camera dei fratelli Lievi (il Barbablu di Trakl), orchestrato, nella prima parte, da un bravo presentatore, Aleksandr Polamishev. Si colloca nella seconda parte l’ultimo monologo, quello che dà il titolo alla pièce, in cui Gogol riflette sulla sua produzione giovanile, sui limiti del comico, sul senso della bellezza, ora che è stato illuminato dalla parola del Cristo, rievocando il drammatico momento in cui aveva deciso di bruciare il manoscritto della seconda parte delle Anime morte: Igor Volkov lo interpreta con indimenticabile intensità e autentica commozione (reviviscenza?), rivolto direttamente al pubblico, a pochi centimetri dalla prima fila.
Your Gogol è uno spettacolo fragile e bellissimo, che si avvale di un cast numeroso: nove attori, due coristi, cinque musicisti. Le musiche di Aleksandr Bakshi si servono di strumenti preparati o di oggetti defunzionalizzati per creare impreviste sonorità dell’animo. Suggestive le luci di Damir Ismagilov, che variano improvvisamente su tonalità rosse o blu. Numerosi gli effetti teatrali a vista: Gogol, ad esempio, è ringiovanito in scena con una parrucca e dei baffetti da una truccatrice. Nel finale lo scrittore entra nel teatro dei suoi sogni, si confronta con immagini enormi che lo raffigurano, si perde tra nuvole di fumo. Il sipario si chiude. Gli attori non si espongono al rito degli applausi, sentito qui come un disturbo rispetto al mistero sacro della fine.

(continua con la seconda parte)

Lo spettacolo è andato in scena
Piccolo Teatro Strehler
28 e 29 novembre 2018

Evgenij Onegin
selezione di capitoli dal romanzo in versi di Alexander Pushkin
ideato scritto e diretto da Rimas Tuminas
scene Adomas Jacovskis
musica Faustas Latenas
coreografia Angelica Cholina
con Sergey Makovetskij, Aleksei Guskov, Lijudmila Maksakova, Irina Kupchenko, Victor Dobronravov, Eugenij Pilugin, Vladimir Simonov, Yury Shlykov, Aleksei Kuznetsov, Artur Ivanov, Eugenia Kregzhde, Olga Ierman, Maria Volkova, Oleg Makarov and others
produzione Vachtangov State Academic Theatre

Lo spettacolo è andato in scena
Piccolo Teatro Studio Melato
dal 27 al 29 novembre 2018

Your Gogol. The last Monologue
scritto e diretto da Valery Fokin
scene e costumi Maria Tregubova
musica Aleksander Bakshi
luci Damir Ismagilov
sculture Igor Kachaev
direttore musicale della performance e regista assistente Ivan Blagoder
con Igor Volkov, Aleksander Polamishev, Anna Blinova, Lyubov Butyrskaija, Galina Guk, Yurij Guk, Pijotr Kovalev, Daria Klimenko, Ekaterina Shumakova, Olga Kalmijkova, Tatiana Knijazeva, Filipp Baijandin, Andrei Ogorodnikov, Aleksander Shcherbakov, Anton Popov, Iakovlev Maksim
produzione Aleksandrinskij Theatre, San Pietroburgo

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