La sovversione dei vincoli della ritualità mitica

Nel teatro delle Tese dei soppalchi, il 29 e il 30 giugno è andata in scena la versione del coreografo Xavier Le Roy de Le sacre du printemps di Stravinskij, un classico del XX secolo affrontato con rigorosa tenacia vitalistica.

In coincidenza con la sedicesima edizione della Biennale di Architettura di Venezia, dal 22 giugno al 1 luglio si è svolto il 12° Festival Internazionale di Danza Contemporanea. Eventi, spettacoli e performance live hanno animato in diverse aree l’inizio estate 2018 nella laguna veneta; il tema del Festival di quest’anno, Respirare, strategia e sovversione, integra all’interno di tre vocaboli tutta l’ampiezza dell’immaginario artistico-performativo degli ultimi decenni: la danza come, nel medesimo tempo e paradossalmente, attività rigorosamente controllata razionalmente e strategicamente e atto ribellistico in grado di mettere in questione e sovvertire l’ordine costituito, aprendo lo spazio dell’immaginazione e della rottura. In questa dialettica di strategia e sovversione, la danza è anche respiro, ovvero attività spontanea e naturale per eccellenza, che fa dell’uomo un’emanazione della natura, una sua prosecuzione cosciente e attiva.

All’interno di luoghi privilegiati del Festival, l’Arsenale di Venezia e il teatro delle Tese dei Soppalchi, è andato in scena uno degli spettacoli più attesi è potenti della kermesse: Le sacre du printemps stravinskiano rivisitato e coreografato da Xavier Le Roy nel 2007, riproposto in questa occasione con l’interpretazione seducente e vigorosa di Salka Ardal Rosengren, Eleanor Bauer e Scarlet Yu. Partendo dall’opera del celebre compositore russo e dalla storica coreografia di Nijinsky del 1913, Le Roy ha compiuto un’operazione di destrutturazione volta a cogliere l’essenza sfuggente dell’opera. Le interpreti si danno il cambio sul palco esprimendo fisicamente alcuni dei momenti più indicativi della musica, dal fragore virulento all’elegia bucolica, per restituire la dimensione ritualistica e tribalistica propria della musica di Stravinskij; se un interprete celebre della musica stravinskiana come il filosofo Theodor W. Adorno vedeva in quest’opera una palese manifestazione dell’indole reazionaria di una musica condannata alle forze mitiche della natura, perché tesa alla desoggettivazione e all’annullamento della coscienza che si consegna alla dimensione naturale, Le Roy sembra voler restituire la connotazione vitalistica attraverso la funzione essenziale della mimetica facciale delle interpreti, della loro ironica rivendicazione umana che passa dalla simulazione della direzione di un’orchestra immaginaria. Piuttosto che coordinare rigidamente e simmetricamente le tre performer, molto è lasciato alla spontaneità dei movimenti e perciò alla libera iniziativa di corpi che si riscoprono liberi e attivi: dell’ipnotico meccanismo originario resta ben poco, perché il senso dello spettacolo è proprio quello di partire dalla meccanica per liberare i corpi e farne autentici protagonisti. D’altronde, come sapeva sempre Adorno riprendendo Walter Benjamin, le forze mitiche del destino sono tanto quelle del ciclo naturale (soffocante e sempre identico a se stesso) quanto quelle dell’odierno ordine sociale capitalistico (le azioni alla catena di montaggio così come la prassi abitudinaria della vita di ciascuno): sovvertire questa imposizione mitica significa sfidare gli dèi ma al contempo anche le costrizioni sociali, economiche e politiche alle quali soccombiamo.

Per queste ragioni la musica di Stravinskij diventa sussidiaria, funzionale a questo messaggio di liberazione: essa può interrompersi repentinamente, riprendere e ricominciare, senza seguire pedissequamente il suo corso strutturale. La musica invade i corpi ma senza ridurli a marionette o a entità invasate sciamanicamente: essi restano vigili e instaurano, appunto come per i direttori di orchestra, un dialogo con la musica, come a volerla controllare e direzionare. In questa maniera Le Roy riesce a liberare la danza dal destino alla quale pareva destinata dal ritualismo pagano di Stravinskij: non più una condanna ma una sovversione, che passa attraverso un metodo che è controllo razionale, perché non si dà mai rivoluzione senza strategia.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno della Biennale Danza 2018:
Teatro Tese dei Soppalchi
Arsenale di Venezia, Fondamenta di Fronte – Castello
29 giugno, ore 21.30
30 giugno, ore 19.00
durata 60′

Kwatt (F) and illusion & macadam (F) e La Biennale di Venezia presentano
Le sacre du printemps
ideazione Xavier Le Roy
interpreti Salka Ardal Rosengren, Eleanor Bauer, Scarlet Yu
musica Igor Stravinskij

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