Identità incerte tra specchi e deformazioni

Allo Spazio Tertulliano di Milano, apparenza e realtà si fondono ne Le Serve – il celebre testo di Jean Genet.

«Le Serve è senza dubbio uno straordinario esempio di continuo ribaltamento fra l’essere e l’apparire, fra l’immaginario e la realtà». Così Francesco Leschiera – al debutto come regista teatrale – presenta lo spettacolo messo in scena allo Spazio Tertulliano, centrando alla perfezione l’elemento cardine della rappresentazione: l’ambiguità tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra sogno (o incubo) e realtà, tra desideri e frustrazioni.

Leschiera sceglie di far interpretare i tre ruoli femminili a due attori maschili, seguendo le indicazioni dello stesso Jean Genet – drammaturgo francese del Novecento e autore de Le Serve nel ’47 – e sfruttando l’espediente per «evidenziare un ulteriore falso», come lui stesso rivela.

Claire e Solange sono due sorelle che lavorano come domestiche al servizio di una ricca signora. Il loro rapporto con la donna è, però, segnato da un marcato contrasto tra amore e odio. La ammirano in quanto simbolo di un mondo al quale aspirano, ma del quale sono costrette a vivere ai margini. La signora rappresenta, quindi, il desiderio irrealizzabile delle serve di far parte dell’alta società. Da questo presupposto derivano l’odio e il disprezzo. La situazione sfocerà in una serie di tentati omicidi. Ma nei confronti di chi? Di loro stesse o della donna?

La volontà delle due domestiche di prendere il posto della ricca signora si manifesta simbolicamente nella veste che Claire indossa nel finale, nel quale il confine tra apparenza e realtà diventa quasi indistinguibile. I personaggi, infatti, si sovrappongono e si sostituiscono, tanto da rendere complicata l’individuazione delle differenti identità.

Paolo Bosisio – noto regista ed ex docente universitario – scrive: “Genet fa del teatro lo specchio deformante della società“. E non a caso la recitazione della prima parte dello spettacolo si svolge, appunto, allo specchio e lo spettatore vede il viso degli attori solo tramite l’immagine riflessa, illuminata da due candele nel buio della sala. La deformazione è, invece, simboleggiata dai lineamenti distorti delle cameriere che – come afferma ancora Leschiera – rimandano ai quadri di Francis Bacon. Il buio della sala, del resto, si alterna a scene dall’intensa illuminazione – in grado di esaltare il biancore che caratterizza la scenografia. In altri casi, al contrario, l’oscurità è rotta da flash di luce. Il sonoro diventa protagonista nei lunghi momenti in cui risuona un veloce ticchettio di fondo (che ricorda il movimento delle lancette di un orologio) e nelle note di una fisarmonica, suonata direttamente in scena da Walter Bagnato. Convince meno, purtroppo, la gestualità degli attori, i cui movimenti sembrano talvolta poco fluidi se non addirittura rigidi – anche se bisogna ammettere che camminare in scena con i tacchi alti non agevola certo l’interprete.

Lo sguardo fisso verso il pubblico delle due serve, col quale si conclude lo spettacolo, riesce a toccare lo spettatore e a chiamarlo in causa, concedendogli qualche attimo per fermarsi, tentare di ricomporre i pezzi del mosaico e rimettere a posto le carte mescolate.

Nel finale, dunque, calma e frenesia, realtà e apparenza, aspirazione e rifiuto si ricompongono in quello sguardo fisso che simboleggia i dubbi, le incertezze e la crisi di un momento storico – forse non ancora superato.

Lo spettacolo continua:
Spazio Tertulliano
via Tertulliano, 68 – Milano
fino a domenica 28 ottobre
orari: da mercoledì a sabato, ore 21.00 – domenica, ore 16.30

Le serve
di Jean Genet
traduzione di Giorgio Caproni
regia Francesco Leschiera
con Alessandro Macchi, Patrizio Belloli e Walter Bagnato
assistente alla regia Sara di Matteo
scene Luna Mariotti

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