Il mercante di Venezia è non solo un testo ambiguo (come, a guardar bene, lo sono tante fra le opere di Shakespeare), ma addirittura contraddittorio. Una contraddittorietà che, peraltro, si direbbe consapevolmente voluta ed orchestrata da Shakespeare.

L’edizione vista al Teatro Libero cavalca fino in fondo questo aspetto, esaltandolo con una manipolazione drammaturgica che si direbbe scandagli le crepe nascoste, le fessure segrete del testo.
Rinunciando alla banale, abusata accentuazione del possibile rapporto omosessuale fra Antonio e Bassanio, Alberto Oliva, responsabile della regia dell’adattamento, compie un’operazione drammaturgica ben più ardita. Dopo aver sfoltito il testo delle molte figure secondarie, dilata il personaggio di Lancillotto Gobbo (un duttile, scatenatissimo Davide Lorenzo Palla) facendogli assumere, con l’ausilio di maschere e in un caleidoscopico turbinio di registri espressivi e gestuali, ruoli diversi: Graziano, l’ebreo Tubal, Nerissa, i pretendenti di Porzia). Non solo ma, con un sapiente patchwork di frammenti dell’opera stessa, ne fa un Fool, figura non presente nel Mercante, ma tipico personaggio coro del teatro elisabettiano.
Infine, lasciando in sospeso il multiplo matrimonio fra le coppie dei buoni cristiani (o cristianizzati), la regia sposta il fuoco della vicenda su temi diversamente inquietanti ed attuali, sotterranei, ma non estranei al testo shakespeariano: l’identità; la diffidenza e la prevaricazione nei confronti del diverso e dello straniero (straniero, infatti, viene definito Shylock, malgrado la presenza a Venezia di ebrei ashkenaziti prestatori di denaro sia documentata fin dal XIV secolo).
In questo modo cade l’ipotesi di un presunto antisemitismo di Shakespeare, e il monologo famoso: “… ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni…”, risuona come il punto di non ritorno di un messaggio etico. La condanna inflitta a Shylock ci rimanda all’abominio delle conversioni forzate seguite all’editto di Isabella d’Aragona, del 1492 (e sarà solo un caso che il più vanesio dei pretendenti di Porzia sia un principe d’Aragona?).
Ma il valore dell’operazione sta nella sobrietà che connota l’intero spettacolo, fin dalla semplice, acquatica scenografia, spoglia di qualsiasi tentazione oleografica, che suggerisce una Venezia senza tempo. Pressoché nulla è stato aggiunto al testo, e i molti tagli non compromettono il senso profondo dell’opera, semmai ne propongono una lettura più suggestiva, e probabilmente più autentica, inducendo nello spettatore riflessioni etiche che il crudele, illusorio happy end – dettato più dalle convenzioni del tempo che dalle convinzioni di Shakespeare – lascerebbe in ombra.
Con questo lavoro Alberto Oliva (classe ’84), si riconferma uno dei più promettenti registi italiani della sua generazione. Un’operazione simile l’aveva già compiuta nella godibile messinscena del Ventaglio (vincitore del “Premio Sipario 2012 / Associazione Nazionale Critici di Teatro”), secondo una lettura che, se sotto certi aspetti sembrava guardare a Feydeau, suggeriva atmosfere e modelli figurativi dell’espressionismo tedesco.
Un approccio ai classici, quello di Oliva, che rifiuta una pura fedeltà testuale (che spesso si risolve in un improbabile, piatto tentativo restituzione realistica), ma è altrettanto lontano da certe cervellotiche, gratuite trasposizioni spaziali o temporali, e rivela invece (pensiamo alla lezione di Jan Kott) inattese risonanze col mondo contemporaneo.
Nell’attuale dibattito sul rapporto fra il regista e l’autore, vivente o classico che sia (vedasi, al riguardo, lo stimolante convegno L’autore non abita più qui? organizzato dal Centro Nazionale Drammaturgia Italiana Contemporanea), questo Mercante sembra indicare una strada praticabile e suggestiva.
Lumpatius Vagabundus

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