Dire ciò che si sente e non ciò che conviene

Nuova produzione per Fondazione Teatro della Toscana di Pontedera che ha presentato al pubblico Lear, spettacolo firmato da Roberto Bacci e Stefano Geraci – libera interpretazione della grande tragedia shakespeariana.

Cercando di mantenere presente che si tratta di una interpretazione del Re Lear e che, quindi, la lettura può discostarsi (anche di molto o discutibilmente) dal testo e dalle tematiche in esso affrontate, per portare alla luce la specifica visione e interpretazione di un dramaturg, ci domandiamo se e in che modo, la lettura di Bacci/Geraci abbia trovato effettivo riscontro nelle scelte registiche e nella messinscena.

Di cosa narra, quindi, questo spettacolo? Quella scelta dai due autori sembra essere un’interpretazione incentrata su: «Cosa succede quando ci si toglie la maschera e si esce dal proprio “personaggio” sociale e familiare. Quando, per ritrovare la propria essenza, si abbandonano i ruoli per i quali siamo riconosciuti». Se questo avviene, il gesto di rinuncia genera uno stato di disorientamento in cui nessuno sembra essere in grado di ritrovare il proprio posto.

Per cercare di comprendere l’operazione di rilettura partiamo dal testo che è stato elaborato. Esso ripercorre, con vuoti temporali ed ellissi, le due storie parallele e gemelle di Lear e Glaucester (con salti nella narrazione che rendono talvolta faticoso l’orientamento all’interno della vicenda, soprattutto dal punto di vista spaziale). Fortemente tagliato e manipolato, il testo vede la scomparsa di alcuni personaggi chiave, in particolare quelli la cui lealtà nei confronti di Lear e Glaucester non vacilla: Kent, in primis, il duca di Albany e il servo che, devoto a Glaucester, vendica il padrone uccidendo il Cornovaglia. Personaggi che dimostrano strenua fedeltà anche a costo della vita – e che però sembra non risultino essenziali alla linea interpretativa scelta. Bacci e Geraci, infatti, vogliono raccontare la storia di un Re che rinuncia al potere per cercare la sua essenza, abbandona il ruolo sociale e familiare creando però disordine e disorientamento nelle vite degli altri, fino ad assistere al crollo del mondo da lui stesso creato.

Nella rinuncia e nella quest (tema medievale sentito anche dal Bardo), l’essenza di questo Lear dimostra di non avere, in realtà, i mezzi per fare i propri desiderata. Egli si diverte ad assistere allo spettacolo allestito dalle due figlie, che si apprestano a recitare il loro monologo come attrici, per decidere in base alla loro eloquenza adulatoria le rispettive doti – e, tuttavia, si dimostra distratto, impegnato in effusioni (alquanto ambigue) con Cordelia – la terza figlia. Quello di Lear è un gioco che si rivela come una sorta di capriccio della vanità.

Il protagonista appare come un essere troppo superficiale e inconsapevole per decidere di abbandonare tutto in cerca dell’essenza, senza considerare che sembra alquanto strano pensare di intraprendere il cammino di ricerca dell’essenza mantenendo un seguito di cento cavalieri: anche se questi fossero soltanto una metafora o un simbolo, la rinuncia al proprio ruolo sociale e di potere verrebbe meno. Parlando per immagini, Lear sembra un attempato signore nostro contemporaneo, che aspira solo al piacere di una agognata e meritata pensione, da godersi nel lusso e le ricchezze di un Country Club.

Viene quindi spontaneo chiedersi di quale essenza stiano parlando i due dramaturg di Pontedera.

Il Lear dello spettacolo sembra davvero un vecchietto bizzoso, come lo descrivono le figlie. La situazione raccontata in scena, nonostante l’apparato imponente, le maschere, il tono generale, sembra piuttosto quotidiana. Prima che la storia si inabissi nel vortice di violenza, Lear potrebbe essere un qualsiasi anziano arteriosclerotico che non accetta che gli si trovi una badante, e le cui figlie – esasperate – sono in preda di una forte crisi esistenziale e di identità.

Per cui se Lear scopre la sua essenza, di vecchio capriccioso, prima; e di essere fragile, ingenuo, bisognoso di affetto (vero, autentico), poi, lo fa suo malgrado.

Passiamo a un secondo, importante, cambiamento rispetto all’originale. Il matto (fool) sopravvive alla tragedia, si incarica del finale e chiude il sipario. Come a volerci ricordare, ricollegandosi all’inizio (mentre il pubblico prende posto, le tre sorelle attendono davanti al sipario: devono indossare delle maschere e se, all’inizio, sono titubanti all’idea di indossarle, una volta indossate sono risucchiate dalla scena), che si è trattato di uno spettacolo, e che forse quello stesso spettacolo lo rappresentiamo anche noi, sempre, ogni giorno (come sembrano suggerirci anche i diversi richiami che il matto, Lear, Edmund, rivolgono a noi spettatori, turbolenti cavalieri del seguito di Lear).

A suggerire il tema del ruolo, la sua assunzione sul palcoscenico del mondo e il suo abbandono, concorre l’uso delle maschere. Queste però, per quanto simbolo immediato e complesso della rappresentazione quotidiana cui tutti noi prendiamo parte, di quella teatrale e infine della tragica, creano tutto sommato confusione. La maschera non funziona tanto quale simbolo riverberante significati molteplici, quanto piuttosto come semplice oggetto di scena che gli attori si passano di mano in mano solo perché è stato deciso così.

La scena, con il suo grande respiro e una sorta di magniloquenza, è formata da sette sipari mobili – metafore del continuo cambiamento del mondo che si muove intorno a noi. Eppure, alla lunga, risulta monotona. Tutto è terra, mezze tinte, quasi polveroso. Dai sipari alle luci ai costumi, fino alla recitazione. Ogni elemento della messinscena restituisce un senso di monotonia. Perfino la prova attorale, a dispetto di alcuni scarti violenti che dovrebbero essere accessi di rabbia. E per finire, persino i gesti appaiono spesso retorici, privi di un’intima necessità.

Sebbene aleggi una specie di energia compressa, sorta di carica tragica, non si comprende bene quale tragedia si stia raccontando. Se quella del re, del padre, del vecchio, dell’usurpato, o del crollo dei valori e dei codici morali e di convivenza civile. Forse tutte, anche se in definitiva nessuna riesce a prendere il sopravvento e a definirsi chiaramente. Viene da chiedersi come mai non manipolare ulteriormente il testo originale per mettere in evidenza il proprio taglio interpretativo, perché non essere davvero eccessivi. Molte, forse troppe scelte non sembrano concorrere alla resa del discorso dei due dramaturg.

Se da un lato si tratta di un Lear piuttosto indipendente da Shakespeare, la messinscena non serve a rendere a pieno le loro intenzioni profonde e dichiarate.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Era
Parco Jerzy Grotowski – Pontedera (PI)
fino a domenica 10 aprile

Lear
di Stefano Geraci e Roberto Bacci
liberamente ispirato a William Shakespeare
regia Roberto Bacci
con Maria Bacci Pasello, Michele Cipriani, Savino Paparella, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Caterina Simonelli, Tazio Torrini e Silvia Tufano
assistente alla regia Francesco Puleo
progetto scene e costumi Márcio Medina
musiche originali Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti e Stefano Franzoni
immagine Cristina Gardumi
foto Roberto Palermo
realizzazione costumi Fondazione Cerratelli in collaborazione con il Laboratorio di Costumi e Scene del Teatro della Pergola
realizzazione scene Scenartek
consulenza musicale Emanuele Le Pera ed Elias Nardi
consulenza storico-musicale Stefano Pogelli
studio registrazione musiche S.A.M. do Mirco Mencacci
allestimento Leonardo Bonechi
sarta Giulia Romolini
amministratrice di compagnia Caterina Botti
si ringrazia Biarnel Liuteria, Carlo Macchi e Chiara Occhini
produzione Fondazione Teatro della Toscana

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