Dal Padule allo Yemen: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»

PaciniIeri come oggi l’orrore della guerra non risparmia i civili, ormai diventati danni collaterali. A 75 anni da una tra le molte stragi nazi-fasciste, va in scena L’eccidio

Il 23 agosto 1944, intorno alle 5 del mattino, inizia il rastrellamento di alcuni reparti nazisti (che si stavano ritirando verso quella che sarebbe diventata la Linea Gotica) dell’area del Padule, la più estesa palude interna italiana che copre le provincie di Firenze, Prato, Pistoia, Lucca e Pisa. Prima di mezzogiorno un numero di civili che, a seconda delle fonti, varia tra 174 e 178, sarà trucidato a colpi di mortaio, a cannonate, falcidiato con le mitragliatrici e fatto esplodere da bombe a mano. La vittima più anziana, una sordocieca di 92 anni; la più piccola, una neonata di 4 mesi.

Questo il fatto, scarnificato a dati e cifre. Ma perché oggi, a 75 anni di distanza, ha ancora un valore ricordare quella strage? Per una semplice ragione: per non ripetere gli stessi errori. Perché chi non ha memoria, non ha futuro. Perché non sottoscriveremo mai il gattopardismo di politici e società civile. Martin Niemöller scriveva: “Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”. Ieri, come oggi, siamo sordi di fronte alla barbarie. Che siano i corpi dei migranti che fertilizzano il Mare Nostrum, o i bambini yemeniti fatti saltare con le bombe che produciamo negli stabilimenti sardi della RWM (azienda tedesca che non potrebbe venderle direttamente all’Arabia Saudita a causa dell’embargo ma che, ipocritamente, come altre società teutoniche, produce le armi all’estero o ne vende i componenti a Paesi che poi li rivendono allo Stato arabo). Così come siamo complici degli israeliani che, primi loro immemori dell’Olocausto, stanno perpetrando un genocidio nei confronti del popolo palestinese. La banalità del male, della quale scriveva Hannah Arendt – scientifica eliminazione burocratica o selvaggia distruzione armata – si accompagna sempre con il nostro pusillanime disinteresse, con la codardia della nostra pochezza quotidiana che dobbiamo difendere dal dubbio; mentre i mass media addomesticano l’orrore falsificando il senso delle parole, ammantando con un’asettica politically correctness l’indicibile.

L’eccidio, tratto dal libro L’estate del ’44 di Riccardo Cardellicchio, per la regia di Enrico Falaschi, ha l’indubbio merito di dire no a chi vorrebbe dimenticare, o peggio, riscrivere la storia. A chi vorrebbe inventarsi una narrazione diversa. A chi aspira a giustificare, oggi, qualsiasi nefandezza in nome dell’economia, della ragion di Stato o di una presunta, pretestuosa e inumana superiorità dei pochi (di cui noi facciamo sempre parte) sui molti (ovvero tutti gli altri). Il teatro, ancora una volta, si dimostra luogo libero e liberato in tempi di omologazione e superficialità.

Per lo spettacolo in sé, un quid in più è dato dai disegni dal vivo di Alessio Trillini che riescono a ricreare contesti reali ed emotivi di grande impatto visivo, soprattutto quando inscrive le canne e i riflessi del Padule sulla scena minimale e il fondale nero, a inizio spettacolo; e quando fa esplodere, con la forza coloristica di un Van Gogh, il fienile che sarà insanguinato dalla ferocia nazista.
Qualche dubbio suscita, al contrario, il testo – che non riesce a trovare la via maestra tra narrazione e straniamento. Ci spieghiamo meglio. Se si opta per un teatro di narrazione (come Paolini/Vacis, per intendersi) occorre interporre alla disamina dei fatti, aneddoti/incisi e la costruzione a tutto tondo di alcuni personaggi, così da creare una serie di climax e anticlimax, unendo alla commozione la nota ironica o distensiva – il che permette al pubblico la compartecipazione che porta alla catarsi finale. Se, al contrario, si vuole imporre una recitazione straniata, brechtiana, che induca lo spettatore a riflettere e a prendere posizione, ecco che il testo deve piegare la lingua a una serie di passi e contrappassi, cori, sovrapposizioni di voci e frasi, stacco tra le parole, sottolineature e canti, che rendano lo stesso testo – proprio per il modo in cui è porto – talmente diverso da ciò a cui siamo abituati da metterci, come spettatori, nella posizione dell’ascolto (come insegnava, ad esempio, Jean-Marie Straub con le sue partiture vocali).

Plauso finale molto caloroso e sentito anche nei confronti di una tra le poche testimoni dell’eccidio, presente in sala.

Con la collaborazione di Emilio Nigro

Lo spettacolo è andato in scena:
Nuovo Teatro Pacini

piazza Montanelli s.n.c. – Fucecchio (FI)
sabato 13 aprile, ore 21.15

Teatrino dei Fondi presenta:
L’eccidio
di Riccardo Cardellicchio
adattamento teatrale di Andrea Mancini
regia Enrico Falaschi
con Alberto Ierardi, Marta Paganelli e Giorgio Vierda
disegno dal vivo Alessio Trillini
scenografie Angelo Italiano e Marco Sacchetti
luce Nicolas Baggi
costumi Chiara Fontanella
una produzione Teatrino dei Fondi, con il sostegno di Regione Toscana, Mibac, Città Metropolitana di Firenze, Comune di Fucecchio, con il supporto di Fondazione CR Firenze, UnicoopFirenze
(prima nazionale)

 

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