Élévation, discipline, poésie

Les Siecles Romantiques LogoLe concert consacré aux Chœurs de Nabucco à la Chapelle de la Trinité de Lyon a été l’occasion de replonger dans l’univers musical de Jean-Philippe Dubor, chef d’orchestre exigeant et poétique, référence incontournable du panorama romantique

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Elevazione, disciplina, poesia
Il concerto dedicato ai Cori del Nabucco nella cappella della Trinità di Lione, è stata l’occasione per rituffarsi nell’universo musicale di Jean-Philippe Dubor, esigente e poetico direttore d’orchestra, figura imprescindibile del panorama romantico

Difficile esprimere con misura e pacatezza il grande piacere che ci conquista ogni qualvolta ci è dato di ritrovare Jean-Philippe Dubor e la sua musica. L’ultima occasione nella quale ci deliziò risale a più di un anno fa, con lo splendido concerto dedicato ai cori verdiani del Macbeth et della Forza del Destino, pochi giorni prima che il mondo intero venisse scombussolato e la vita (non solo quella culturale) subisse improvvisamente un lungo e doloroso arresto. Lo scorso lunedì 14 settembre è stato dunque un triplo ritrovo: quello con le scelte artistiche e la direzione musicale di Dubor, quello con la Cappella della Trinità e quello con i cori di Verdi. Avevamo, dunque, e senza farlo apposta, lasciato l’opera là dove si era interrotta. “Verdi, sempre Verdi, fortissimamente Verdi” potremmo dire parafrasando il grande Vittorio Alfieri. E la lettura di Dubor del genio di Roncole non delude mai.

La scelta è caduta questa volta sui cori di una delle opera più celebri ed amate del primo Verdi, il Nabucco. Un lavoro che incarna, nell’opera del Maestro, una luce insperata che rischiara nel periodo più tragico della sua vita professionale e personale. Infatti, dopo il trionfo scaligero della prima opera, Oberto, Conte di San Bonifacio (su libretto di Temistocle Solera) nel 1839, l’anno successivo Verdi dovette subire il cocente fiasco del melodramma giocoso Un giorno di regno. Nello stesso periodo, dal lato della sua vita privata, egli dovette conoscere la perdita della figlia Virginia nel 1838, del figlio Icilio Romano l’anno successivo e della moglie Margherita nel 1840. Un periodo terribile che avrebbe potuto segnare la fine della sua carriera ma che fu miracolosamente controeffettuato grazie all’insistenza dell’impresario Bartolomeo Merelli che gli consegnò tra le mani il libretto del Nabucodonosor di quel Solera che aveva firmato il suo primo successo. Inizialmente dubitoso, Verdi si convinse e trovò in quel testo una grande innovazione rispetto al testo biblico e un potenziale che necessitava di essere sfruttato. L’intenso lavoro di organizzazione e di orchestrazione lo portò a presentare l’opera il 9 marzo 1842 alla Scala al cui termine della rappresentazione la musica riscosse un’ovazione ben maggiore a quella tributata ai solisti.

La Cappella della Trinità di Lione ha così accolto la rievocazione di questi fasti con un programma completamente consacrato ai cori del Nabucco. Il pianista Landy Chosson ha aperto le danze disegnando, contemporaneamente lievemente e decisamente, l’affascinante Ouverture che contiene in nuce i temi principali dell’opera che seguirà. La riduzione della sinfonia per pianoforte è convincente e si presta assai bene all’acustica della cappella. L’interpretazione del coro degli Ebrei, Leviti e Vergini Gli arredi festivi risulta equilibrata e riuscita. Il sentimento è quello che i primi quindici minuti della serata abbiano il potere di sollevare l’ascoltatore dal tran-tran quotidiano con una splendida evocazione dell’universo verdiano. L’attacco dello Sperate, o figli! Iddio ci rivela il basso Jean Vendassi, ineccepibile come solista e probo come Zaccaria, il sacerdote che predice la sconfitta del re assiro. Vendassi è padrone della propria voce e della scena. L’evento vocale si trascende e s’eleva fino a fare della scena lo spazio della propria realizzazione. È in questo modo che leggiamo il Che sia morte allo stranier, invocazione performativa, punto di intersezione tra l’umano e il divino.

Se il primo atto si chiude su di uno Zaccaria protagonista assoluto, il secondo, con l’Aria Anch’io dischiuso un giorno, lascia emergere la deuteragonista Abigaille, questa sera interpretata dalla splendida Vanessa Bonazzi. Carismatica, potente e sempre attenta all’equilibrio corale, il soprano caratterizza il proprio personaggio con passione ma anche astuzia. Il dialogo che si installa nel Chi s’avanza? con il Gran Sacerdote, è un ottimo esempio dello sfruttamento di voci e ruoli antinomici. La preghiera di Zaccaria è introdotta dal tremore controllato delle note di Landy Chosson. Con il Vieni, o levita! Jean Vendassi ci conquista e sembra declinare nell’opéra l’eleganza di Pinturicchio. Nel coro dei Leviti Che si vuol? appare con clamore il tenore Rémy Poulakis nella disperazione del suo Ismaele, mentre nel Finale del secondo atto, nel dialogo tra Nabucco e Felena, vediamo apparire una bella intese tra il baritono Bardassar Ohanian ed il finissimo mezzosoprano Elena Sommer.

Il terzo atto è il trionfo del collettivo, tanto nella celebrazione del regno della perfida Abigaille, quanto nel celeberrimo coro degli Ebrei sulle sponde dell’Eufrate del Va’ Pensiero. Qui è forse il momento dove la disciplina imposta dal direttore Dubor si esprime al meglio, lavorando al bulino il proprio coro, sorvegliando con rigore e passione. Il risultato è di rara finezza e nella coda finale pare intravedersi la firma maggiormente personale di Dubor: il gesto fisico e il sussurrio fanno tutt’uno.

L’ultimo atto s’apre l’avanzare dell’aria Cadran, cadranno i perfidi seguito dalla bella Marcia funebre carezzata da Chosson. Annunciata da segnali convincenti, ecco che la Felena di Elena Sommer squarcia il cielo grazie alla forza del suo canto celestiale aprendo definitivamente all’élan metafisico: l’aspetto vocale incarna la pura elevazione nel momento maggiormente drammatico, quello della condanna definitiva. L’odioso Nabucco rinsavisce e si volge al fine in una figura positiva e liberatoria, mentre Abigaille spira nel suo canto-confessione finale, all’interno di un coro melanconico e pacificato.

[riduci]

Il est difficile d’exprimer avec mesure le plaisir qui nous envahit à chaque fois que nous retrouvons Jean-Philippe Dubor et sa musique. Il nous avait enchanté pour la dernière fois il y a plus d’un an, avec le splendide concert consacré aux chœurs de Macbeth et de La Forza del Destino, quelques jours avant que le monde entier ne soit ébranlé et que la vie (et pas seulement la vie culturelle) ne s’arrête soudainement et douloureusement. L’occasion créée ce lundi 14 septembre représentait donc des triples retrouvailles : celles avec les choix artistiques et la direction musicale de Dubor, celle avec la Chapelle de la Trinité, et celle avec les chœurs de Verdi. Nous avions laissé l’œuvre là où elle s’est interrompue. « Verdi, toujours Verdi, fortissimamente Verdi » pourrait-on dire, en paraphrasant le grand Vittorio Alfieri. Et les lectures que Dubor propose du génie de Roncole ne déçoivent jamais.

Cette fois, son choix s’est porté sur les chœurs de l’un des opéras les plus célèbres et les plus appréciés de Verdi, le Nabucco. Un travail qui incarne, dans l’œuvre du Maestro, une lumière inattendue qui éclaire la période la plus tragique de sa vie professionnelle et personnelle. En effet, après le triomphe à la Scala de son premier opéra, Oberto, Conte di San Bonifacio (sur livret de Temistocle Solera) en 1839, l’année suivante Verdi dut subir le fiasco du melodramma giocoso Un giorno di regno. Dans la même période, du côté de sa vie privée, il vit la perte de sa fille Virginia en 1838, de son fils Icilio Romano l’année suivante et de sa femme Margherita en 1840. Une période terrible qui aurait pu marquer la fin de sa carrière, mais qui a été miraculeusement contre-effetué grâce à l’insistance de l’impresario Bartolomeo Merelli, qui lui mit entre les mains le livret de Nabucodonosor de Solera, l’écrivain qui avait signé son premier succès. D’abord dubitatif, Verdi s’est laissé convaincre pour enfin trouver dans ce texte une grande innovation par rapport au texte biblique et un potentiel qu’il fallait exploiter. L’intense travail d’organisation et d’orchestration le conduit à présenter l’opéra le 9 mars 1842 à la Scala, à l’issue duquel la musique fut plus ovationnée que les solistes.

La Chapelle de la Trinité à Lyon a donc accueilli la commémoration de ces gloires avec un programme entièrement consacré aux chœurs de Nabucco. La pianiste Landy Chosson a ouvert les danses en dessinant, à la fois avec légèreté et détermination, la fascinante Ouverture qui contient in nuce les principaux thèmes de l’opéra. La réduction pour piano de la symphonie est convaincante et se prête très bien à l’acoustique de la chapelle. L’interprétation du chœur des Juifs, Lévites et Vierges Gli arredi festivi est équilibrée et réussie. Les quinze premières minutes de la soirée ont le pouvoir d’arracher l’auditeur à son quotidien par une splendide évocation de l’univers de Verdi. L’attaque de Sperate, o figli! Iddio nous révèle la basse Jean Vendassi, impeccable en soliste et superbe en Zaccaria, le prêtre qui prédit la défaite du roi assyrien. Vendassi est maître de sa voix et de la scène. L’événement vocal se transcende et s’élève pour faire de la scène l’espace de sa propre réalisation. C’est ainsi que nous lisons Che sia morte allo stranier, une invocation performative, point d’intersection entre l’humain et le divin.

Si le premier acte se termine avec Zaccaria comme protagoniste absolu, le second, avec l’aria Anch’io dischiuso un giorno, laisse émerger la deutéragoniste Abigaille, interprétée ce soir par la splendide Vanessa Bonazzi. Charismatique, puissante et toujours attentive à l’équilibre choral, le soprano caractérise son personnage avec passion mais aussi ruse. Le dialogue qu’elle instaure dans Chi s’avanza ? avec le Grand Sacerdore est un excellent exemple de l’exploitation des voix et des rôles antinomiques. La prière de Zaccaria est introduite par le tremblement contrôlé des notes de Landy Chosson. Avec le Vieni, o levita ! Jean Vendassi nous captive et semble transformer l’élégance de Pinturicchio en chant opératique. Dans le chœur des lévites Che si vuol ? le ténor Rémy Poulakis apparaît avec clameur dans le désespoir de son Ismaele, tandis que dans le Finale de l’acte II, dans le dialogue entre Nabucco et Felena, on assiste à une belle entente entre le baryton Bardassar Ohanian et le très fin mezzo-soprano Elena Sommer.

L’acte III est le triomphe du collectif, tant dans la célébration du règne de la perfide Abigaille que dans le célèbre chœur des Juifs sur les rives de l’Euphrate dans Va’ Pensiero. C’est peut-être le moment où s’exprime le mieux la discipline imposée par le chef Dubor, qui fait travailler son chœur intensément, le surveillant avec rigueur et passion. Le résultat est d’un rare raffinement et, dans la coda finale, nous semblons entrevoir la signature la plus personnelle de Dubor : le geste physique et le murmure de la voix ne font qu’un.

Le dernier acte s’ouvre sur l’aria Cadran, cadranno i perfidi suivie de la belle Marche funèbre caressée par Chosson. Annoncée par des signaux convaincants, la Felena d’Elena Sommer déchire le ciel avec la force de son chant céleste, célébrant une fois pour toutes l’élan métaphysique : l’aspect vocal incarne l’élévation pure dans le moment le plus dramatique, celui de la condamnation finale. Le détestable Nabucco revient à la raison et se transforme finalement en une figure positive et libératrice, tandis qu’Abigaille expire dans sa dernière chanson-confession, dans un refrain mélancolique et apaisé.

Le concert a eu lieu :
Chapelle de la Trinité
29-31 rue de la Bourse – Lyon
lundi 16 septembre 2021 à 20h

Les Siècles Romantiques ont présenté :
Les Chœurs de Verdi
Extraits de Nabucco
chœur, solistes et piano

Landy Chosson piano
Vanessa Bonazzi soprano
Elena Sommer mezzosoprano
Bardassar Ohanian baryton
Rémy Poulakis tenor
Jean Vendassi basse
Jean-Philippe Dubor direction

www.lessieclesromantiques.com

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