Les Contes D’Hoffmann

teatro-del-giglio-lucca1Al Giglio di Lucca tre donne, tre storie, aspettando l’amore vero. Les Contes D’Hoffmann.

Dio, la suscettibile mente dei poeti.

Il poeta ama: almeno così dicono. E Hoffmann non è da meno: voilà.

Ci hanno parlato a lungo di Amore come di un bimbo impetuoso, maligno il sorriso, errante tra gli uomini come un malanno stagionale tra ragazzi che giocano con la neve. E via, putti ed efebi terribili come se piovesse. Ecco, in Les Contes D’Hoffmann – dall’inventiva di Offenbach – si mostra come sarebbe veramente Amore, in un’improbabile fisicità. Funziona così quest’opera spensierata e al contempo densa, in cui la dimensione naturale dell’essere umano si dilata, erompe dai confini della materia e abbraccia ogni cosa, anche ciò che il corpo non lo ha mai conosciuto su di sé.

Domenica al Giglio, questa bocca di stucco dorato intenta a vomitarci addosso la vita e le allegorie e i miraggi di entrambe.

Distante, pressoché irraggiungibile, quest’opera ha qualcosa in comune con la favola incoerente dello Schiaccianoci, appesantita da un sogno senza intermittenze – tre donne che si susseguono, tre nomi per uno solo: Stella. Hoffmann, poeta sregolato, ama questo mostro a tre volti, Stella: bellezza ambita, artista, dama altera. Come in un gioco di specchi, riflessi di altre donne si sporgono dalla sua persona. Sono Olympia, Antonia, Giulietta. Uomini euforici si affastellano attorno a Hoffmann, che l’amore ha reso un saltimbanco da taverna. Tra di essi Lindorf, il ladro d’amore: «Caro autore dei miei mali», dice Hoffmann guardandolo come si guarda un malato di cancro la testa rasata.

La taverna è angusta, brilla di luci elettriche, predomina il tono freddo. Qui c’è Nicklausse, l’amico ambiguo, che nell’ouverture, prima che altri salgano, è donna. Nicklausse, che Hoffmann bistratta come un servo. Ma basta bere, orsù, è l’ora del primo racconto. Il poeta divide i tendaggi, sporge tra di essi il volto, come la sibilla cumana: «Il nome della prima era Olympia». Fine primo atto.

Incalza il secondo. La ribalta cambia. Il palcoscenico rifulge di finzione. Nello svolgersi delle tre storie nessun elemento dell’artificio è risparmiato: molle meccaniche, strumenti da giocattolaio, dipinti che si animano, giostre veleggianti nel cielo cobalto. Una cornice da carovana errante arranca dall’alto e plana sul pavimento. Gli amori di Hoffmann come una farsa per bambini.

Amò Olympia, senza saperla automa. Macchinario perfetto, le risposte preimpostate, la vita ancorata al girare di una manovella. Vittima di un’illusione, Hoffmann cade ai piedi della bambola meccanica. E così il pubblico, che applaude sonoramente all’esibizione di Claudia Sasso, persa in un vortice di note e molle che cedono, col suo spegnersi a intermittenza e il muoversi nella cecità completa. E dire, Olympia, che morirai per quegli occhi inutili.

Nicklausse proverà a ricondurre il poeta alla ragione. Sforzo inutile. Coppélius («Ma è Lindorf, per gli dèi, è Lindorf!»), mai saldato per il proprio lavoro, immola Olympia alla sua vendetta. Hoffmann: un amore ti affligge. Cala il sipario.

Arriviamo al terzo atto. Il poeta amò Antonia, senza saperla promessa a un requiem. Un fuoco giovane, un fuoco fioco, Antonia può scegliere: vivere senza cantare o cantar morendo. Il dottor Miracle è il suo carnefice («Ancora lui, Lindorf! Qual è il suo intento?!»). Hoffmann, ancora una volta, ne è la vittima. La stessa casa della giovane, elegante e austera, cela la tentazione del palcoscenico, che pende come un pomo tra i ritratti e il pianoforte. Cedevole come le madonne delle poesie prerinascimentali, Antonia è debole; una sola forza, un solo moto e l’ha consacrato alla gloria. E quella corda, Miracle la pizzica fino all’estremo. Tutto è violaceo, tutto è pallido e vorticante: il ritratto si muove, il ritratto le parla – sua madre. Antonia canta: puoi sentire le fibre del suo cuore che si frangono come le midolla delle canne verdi. Nicklausse, avverti invano, stai zitto. Antonia canta. Antonia muore. Ancora un amore, Hoffmann, ti affligge. Cala il sipario.

Ecco il quarto atto. Il poeta amò Giulietta, senza saperla strumento di un demonio. La cortigiana astuta, vezzo di un gioiello che riluce di luccichii fugaci, maligno d’un gioiello. E c’è Dapertutto, forse un demone, forse un mago. Una Venezia sciabordante di luci e canali: il palcoscenico è disseminato di vecchie giostre, vecchi specchi, luci. Non è l’Italia, ma la bottega di un giocattolaio. Il mago è Lindorf. Lindorf è Coppélius. Coppélius è Miracle. Miracle è il mago. Compaiono le donne – Olympia, Antonia, Giulietta – vorticanti tra le sue mani come il pendolo dell’ipnosi. «Stai attento! Il diavolo è maligno!»: le parole di Nicklausse volano al vento. Sarebbe tutto così semplice se nelle opere qualcuno si degnasse di ascoltare i moniti. Ma ecco nuovamente Hoffmann: di fronte a lui appare il rivale. Scoppia il duello. Hoffmann uccide. Si guarda attorno, angosciato. Hoffmann è sporco. E Giulietta? Se la inghiotte la luna, una luna come nei libri di astrologia. Hoffmann è beffato. Ancora un amore, Hoffmann, ancora uno ti affligge. Nicklausse scuote la testa. Si torna al tempo presente, alla taverna,

Oh, non due, non tre. Uno è l’amore di Hoffmann, solo uno. Stella. Stella la bambola insensibile, la debole anelante alla gloria, la cortigiana beffarda. E arriva la divina amata. Lindorf si alza. Lei lo segue. Spariscono.

Il poeta ama, così ci raccontano. Ma sempre poeta è, mentre la realtà è meschina. L’amor di poeta non si contenta del piano immanente. L’amore stesso, per lui, è immanenza eccessiva. E Nicklausse si spoglia. Tu… una donna, Nicklausse? «Ti amo, Hoffmann! Appartieni a me!»

Bistrattata, ridotta a una mera ombra, è proprio lei, Hoffmann. Tu l’hai quasi uccisa, Lei viene a salvarti. L’amante gelosa, la divoratrice della sofferenza. Puoi vivere, Hoffmann, senza l’Arte?

Domenica 22 febbraio, ore 20.30. Fine della partita, Amore contro Arte. Pareggio.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio – Lucca
sabato 22 febbraio, ore 20.30 e domenica 23 febbraio, ore 16.00

Les Contes D’Hoffmann
di Jacques Offenbach
personaggi e interpreti:
Hoffmann: Max Jota (22 feb) / Giovanni Coletta (23 feb)
Lindorf/Coppelius/Miracle/Dapertutto: Federico Cavarzan (22 feb) / Carlo Torriani (23 feb)
Antonia: Madina Serebryakova-Karbeli (22 feb) / Erminie Blondel (23 feb)
Olympia: Claudia Sasso (22 feb) / Anna Delfino (23 feb)
Giulietta: Alice Molinari (22 feb) / Anna Consolaro (23 feb)
Nicklausse: Marta Leung Kwing Chung (22 feb) / Arianna Rinaldi (23 feb)
Spalanzani/Nathaniel: Fabio Mario La Mattina (22 feb) / Murat Can Guvem (23 feb)
Madre: Sofio Janelidze (22 feb) / Mia Waniw (23 feb)
Crespel/Luther: Eugenji Gunko (22 feb) / Lukas Zeman (23 feb)
Andres/Cochenille/Frantz/Pittichinaccio: Andrea Schifaudo (22 feb) / Qing Xu (23 feb)
Hermann/Schlemil: Veio Torcigliani (22 feb) / Juan Josè Navarro (23 feb)
maestro e direttore Guy Condette
regia Nicola Zorzi
scene Mauro Tinti
costumi Elena Cicorella
luci Michele Della Mea
Orchestra Arché
ensemble vocale del progetto LTL OperaStudio 2013
maestro del coro Marco Bargagna

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