Una lucida follia

imagesAl Teatro dell’Arte di Milano, dopo il debutto estivo al Festival di Spoleto, Mikhail Baryshnikov interpreta Vaslav Nijinsky in uno spettacolo di Bob Wilson: la danza e la pazzia, la guerra e l’amore in uno spettacolo di rara bellezza.

Letter to a man è qualcosa di più di un omaggio a Vaslav Nijinsky, il celebre ballerino russo che sotto la guida di Diaghilev inventò la danza moderna scandalizzando l’Europa del primo Novecento. Bob Wilson e Mikhail Baryshnikov, nel raccontarci gli anni della follia (Nijinsky soffrì di una grave forma di schizofrenia), costruiscono uno specchio in cui riflettono contemporaneamente se stessi, interrogandosi. Lo spettacolo prende spunto dai Diari di Nijinsky (in Italia pubblicati da Adelphi), una sorta di zibaldone del celebre danzatore che trascorse in manicomio la parte finale della propria vita: la prima immagine ci dà Nijinsky imprigionato in una camicia di forza, seduto su una sedia di forma geometrica sospesa nel vuoto. Un movimento improvviso e la camicia di forza sparisce per non riapparire più. Siamo nel 1945, a Budapest, dove il ballerino è ospite dei parenti della moglie, la contessa ungherese Romola de Pulszky. Sono gli ultimi giorni della guerra, quelli più tragici e terribili. Nijinsky era scivolato progressivamente nella follia già durante il primo conflitto mondiale, ma a partire dal 1919 la schizofrenia si era aggravata costringendolo a ripetuti soggiorni in manicomio.
Il testo dei Diari è di fatto ridotto dallo scrittore Christian Dumais-Lvowski e dal drammaturgo Darryl Pinckney a poche frasi, ossessivamente ripetute, selezionate alla ricerca del paradosso, della contraddizione, della tautologia, alla maniera di Gertrude Stein: la voce di Baryshnikov si alterna a quella registrata della coreografa Lucinda Childs, rappresentando la scissione schizoide della mente di Nijinsky, e passa dal russo all’inglese. Suggestioni religiose (una croce prende fuoco) e deliri teologici si alternano a gelosie e a ossessioni sessuali, il ricordo di Diaghlilev, con cui il ballerino ebbe una tempestosa relazione, si contrappone alla presenza quotidiana della moglie, la passione alla castità.
Questi pensieri ricordano alcune illuminazioni di Antonin Artaud o i biglietti della follia di Nietzsche. E se il grande filosofo tedesco si firmava il Crocefisso, il danzatore a distanza gli ribatte ironicamente: “Io non sono Cristo. Io sono Nijinsky”.
Letter to a man accosta genialmente l’ottenebramento della mente del protagonista alla violenza delle due guerre mondiali. E in un teatro formale, freddo, antinaturalistico, qual è quello di Bob Wilson, gli spari delle mitragliatrici e l’immagine di un ferito di guerra hanno un’inaspettata forza espressiva. Il regista, che in passato si è spesso ripetuto dando saggi di manierato calligrafismo, in questa piccola (solo per la durata insolitamente breve: poco più di un’ora) operetta morale ci racconta principalmente la dolorosa esistenza di un uomo di spettacolo con uno sguardo contemporaneamente vicino e lontano: quello di un artista texano che si interroga sulle avanguardie europee e sul rapporto che hanno con la propria poetica. Il regista sceglie come interprete Mikhail Baryshnikov (con cui, dopo un video portrait del 2004, ha già firmato lo spettacolo The Old Woman nel 2013), cioè un altro dei grandi danseur del secolo, che dopo il ritiro si è reinventato un’altra carriera come attore teatrale e cinematografico (ma già nel 1977 aveva ottenuto una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista per il film Due vite, una svolta). Bob Wilson osserva Mikhail Baryshnikov che rappresenta Nijinsky quando è ormai giunto agli orli della vita: non abbiamo un attore che volenterosamente accenna qualche passo, ma uno straordinario ballerino che si confronta con un archetipo irraggiungibile e in ogni passo si rende conto di ritrovare contemporaneamente la memoria fisica del proprio passato: Baryshnikov diventa un clown, un Pierrot bloccato in una smorfia di infinita tristezza.
I limpidi panorami degli spettacoli di Wilson (che, come ha più volte dichiarato, nascono da certe luci strehleriane e anche dalla pittura di Magritte), i tagli di luce, il continuo cambio di diaframma, secondo un’ottica tipicamente cinematografica, le contrapposizioni cromatiche, non sono un gratuito apparato scenografico, buono per qualsiasi spettacolo, ma gli strumenti pittorici e architettonici con cui il regista si interroga sul significato della sua stessa arte.
Immagini, musiche (curate da Hal Willner), movimento contribuiscono a creare questa complessa opera d’arte totale, questa spericolata mise en abîme che si spinge sul crinale che separa la lucidità dalla follia, la vita dalla morte.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro dell’Arte
Viale Alemagna, 6 – Milano
Dall’11 al 20 settembre 2015

Letter to a man
Robert Wilson – Mikhail Baryshnikov
ideato e diretto da Robert Wilson
con Mikhail Baryshnikov
tratto dai Diari di Vaslav Nijinsky
testo Christian Dumais-Lvowski
drammaturgia Darryl Pinckney
musiche Hal Willner
costumi e trucco Jaques Reynaud
collaborazione ai movimenti e voce recitante Lucinda Childs
light designer A. J. Weissbard
progetto di Baryshnikov Productions e Change Performing Arts
commissionato da CRT Milano e Spoleto Festival dei 2Mondi

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