L’Elfo si riconferma palcoscenico per la mente con la messa in scena dell’unico testo teatrale di Amélie Nothomb.

Una città in fiamme, i cecchini appostati nei palazzi, la mancanza di elettricità e acqua, un inverno lungo e freddo e una guerra che sembra non finire mai. L’unico appiglio per non rinunciare alla propria umanità: un libro.
Finché sono esistiti l’Urss e l’equilibrio dei due blocchi, l’Europa ha vissuto un lungo periodo di stabilità: gli echi di morte giungevano da lontano, da Paesi che pochi avrebbero individuato sulla cartina geografica.

Gli occidentali si sentivano sicuri grazie a un’ossimoro: nessuno avrebbe più combattuto una guerra sul nostro suolo perché il nucleare, distruggendo vincitori e vinti, proteggeva tutti. Poi è arrivato il 9 novembre 1989, la cosiddetta caduta del Muro di Berlino e i fragili equilibri geo-politici si sono incrinati. Si poteva tornare a vincere una guerra con armi meno distruttive ma altrettanto mortali.

Le divisioni etniche sapientemente rinfocolate per motivi economici potevano essere utilizzate per creare nuovi mercati: piazze vergini dove portare il carrozzone del capitalismo. E le città europee si sono risvegliate con l’odore acre dei corpi carbonizzati nelle narici, hanno rivisto il sangue gelarsi sulle strade, macchiando la neve di un lungo, freddo inverno.

Se si assiste allo spettacolo Libri da Ardere, non si può fare a meno di ripensare a Sarajevo – città cosmopolita, sede universitaria, fiore all’occhiello dell’ex Jugoslavia – dove dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 un’intera popolazione è stata tenuta sotto la minaccia del fuoco dei cecchini, nel più lungo assedio della storia bellica dal dopoguerra a oggi. E come non ricordare Fabrizio De André che cantava: “Così dicevi ed era inverno/e come gli altri verso l’inferno/te ne vai triste come chi deve/il vento ti sputa in faccia la neve/fermati Piero, fermati adesso…” o Francesco Guccini: “E siamo in tanti coperti da neve gelata/ non c’è più razza o divisa, ma solo l’inverno/e quest’estate bastarda dal vento spazzata/e solo noi, solo noi che siam morti in eterno”. Perché il refrain costante è questo: guerra, freddo, morte.

Ma nello spettacolo in scena all’Elfo c’è molto di più. Mentre le bombe cadono su una città – che è un riconoscibile non luogo – distruggendo uomini e sapere, i tre personaggi: il professore, il suo assistente e la studentessa-amante, Marina – interpretati con convinzione da Elio De Capitani, Corrado Accordino ed Elena Russo Arman – cercano disperatamente di conservare un barlume di umanità.

Con una leggerezza di linguaggio e un’ironia rari dato l’argomento, i tre devono decidere se cedere al freddo e alla morte – binomio questo ricorrente nella realtà come nell’arte; oppure opporvisi, ardendo i libri: insieme unico mezzo per scaldarsi e simbolo della cultura e della comunicazione – per antonomasia il carattere distintivo dell’essere umano.

Il tutto si svolge in un ambiente sempre più spoglio, perché a mano a mano che i libri sono bruciati, anche il senso dell’esistenza si spegne e il rifugio si trasforma in bunker. La scelta registica di rendere visivamente la perdita della propria umanità è particolarmente azzeccata.

Le disquisizioni sul valore del libro non sono mai pedanti perché i personaggi si muovono nello spazio armati del linguaggio come di un fioretto: si riconoscono con la punta dell’arma, si osservano e si avvicinano, si confrontano e si allontanano in una danza macabra che è insieme regressione e caduta nell’abisso della perdita di sé. Ma la fascinazione del teatro e la bravura degli interpreti ha il potere di rendere la complessità dei personaggi pur nella progressiva perdita dell’identità.

E anche quando il linguaggio si tinge di citazioni (da notare che, a parte Marivaux, Bradbury e Bernanos, gli altri autori sono pure invenzioni di Amélie Nothomb), le stesse servono a dare spessore ai dubbi e alle incertezze dei protagonisti e mai per mostrare in maniera subliminale una compiaciuta superiorità della scrittrice.

Anzi, Fahrenheit 451, è un rimando oltremodo pregnante visto l’argomento, così come la frase di Bernanos: “L’inferno è il freddo”: l’autore amato dal grande Robert Bresson, che non solamente in Mouchette (film tratto dalle opere di Bernanos) ma anche nel suo capolavoro, Au hasard Balthazar, rimandava a un universo-mondo dove sembra che l’unico gesto che resti all’uomo per adempiere alla propria esistenza sia morire. È a questa scelta ineluttabile – arresa o trionfante ribellione? – che arriva Marina quando anche l’ultimo libro è consegnato alle fiamme.

Libri da Ardere
di Amélie Nothomb © Editions Albin Michel
traduzione di Alessandro Grilli
regia di Cristina Crippa
con Elio De Capitani, Corrado Accordino ed Elena Russo Arman
luci di Nando Frigerio
suono di Jean Christophe Potvin
produzione Teatridithalia/Asti Teatro

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