Il Mad World di Eric

Al Teatro dei Rassicurati di Montecarlo, va in scena una produzione che descrive un mondo malato che vuole e non vuole guarire.

«Sciare è ok», dice un personaggio dello spettacolo L’incubo di Eric, andato in scena lunedì 25 aprile per mano della compagnia stabile VIII LABORATORIO di Lucca.
Non è altrettanto ok riempire la testa dello spettatore con monologhi lunghi, con un concentrato di frasi che tendono a indottrinare su temi sociali scottanti (quali, integrazione etnica, unioni civili, razzismo, ecc.). Le intenzioni sono buone e intelligenti, e un’operazione simile è attuata spesso nel teatro professionale, ma con altri mezzi e un altro linguaggio, più istintivi e fugaci e, forse, più brucianti ed efficaci. Se si va a teatro – come luogo fisico – per svuotare la mente, e se ne esce con la testa bombardata di notizie, si rischia di non vivere appieno l’esperienza di rispecchiamento propria del teatro. Notizie, oltretutto, molto, forse troppo eterogenee, e che vanno dal tormentone sul bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto; a certe “molecoline” che restano vive, loro sole, dopo che l’organismo è stato spappolato dalla droga e dal sesso; ad altre pittoresche affermazioni su un’eventuale divisione tra chi ha la piscina e chi non ce l’ha, tra chi accetta il sistema e chi resta fintamente ai margini.

Il regista Andrea Berti sfiora talvolta il pensiero che siamo tutti nel sistema – solare, biologico, umano. E che non ne usciremo mai. Purtroppo, accenna solo a questo pensiero profondamente filosofico e interessante, per indugiare poi su un dualismo accentuato – o almeno così ci è parso. Chi vive una vita ordinaria e chi cerca di evadere e si illude di poter stare ai margini dell’acquitrino, un po’ come recita la scritta della maglietta dell’attore nel finale: “non mi avrete mai come volete voi”. Parole e segni che vogliono lanciare un messaggio, ma non sempre lo spettacolo deve mandare messaggi, in una società fin troppo travolta e stravolta da un bombardamento di sms inutili, di notizie usa e getta (che, come afferma Noam Chomsky, alla fine si annullano a vicenda, appiattendo e manipolando la vera informazione).
Il pubblico si lascia coinvolgere soprattutto dal lessico calcato e scurrile, e da immagini che rievocano una certa filmografia – ad esempio, quella di Quentin Tarantino, o di Terry Gilliam con uno strafatto Johnny Depp in Paura e delirio a Las Vegas; ma che rimandano anche a riferimenti teatrali, come Thanks for Vaseline di Carrozzeria Orfeo. Si sentono nell’atmosfera le note della beat generation (Kerouac e John Fante), e forse di un certo teatro dell’assurdo. Risuonano l’annientamento di bene e male, la valutazione dell’Io come carcassa in cerca di una resurrezione. Chissà se davvero la drammaturgia de L’incubo di Eric ha pescato nel mare magnum della letteratura.

Che non ci siano nessi logici tra le scene è chiaro, e va bene così; che Eric non compaia mai e venga solo nominato dalle tante figure che si alternano sul palco, anche questo è chiaro. E rimanda, forse involontariamente, al capolavoro di Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy. Poi si è catapultati dal delirio di un morfinomane alla testa di un dottore che prescrive medicine letali; fino a sentirsi scorrere nelle vene di un eroinomane disperato, che cerca la propria fine, o preferisce questa a una uccisione per mano di bombe o armi, in nome di una patria o una religione. Ci sono attacchi importanti alla guerra e alla violenza, nei monologhi dei tre attori che si alternano sul palco. Alcune parole colpiscono nel segno la sensibilità di chi guarda come, nell’ultimo spezzone, l’immagine di chi cerca il dolore per sentirsi in vita, mentre si affretta verso la morte sfogliando un giornale porno alla guida di un camion (dopo una dose di “roba”). Il che, sembra tanto eccessivo quanto improbabile e non è detto che susciti la medesima reazione di un Pulp Fiction, però lascia inteneriti.
L’incubo di Eric dà il meglio in alcune scene o immagini brevi, che sono davvero toccanti, divertenti, o perfino assurde. Questi puntini luminosi non si dilatano e restano tali, mentre il brano musicale Mad world è riproposto in molte versioni, in un sillogismo forse troppo prevedibile. Tiziano Rovai, Vezio Bianchi e Riccardo Ancillotti (i tre interpreti) usano la voce molto bene talvolta spersonalizzandola, in un processo piacevole; talaltra, paiono addirittura sciare con la voce; tornando, però, troppo spesso su binari quotidiani. Che il mondo è ammalato lo sapevamo già, lo è sempre stato e chissà per quanto ancora rimarrà tale. Nel finale i tre personaggi arrivano al capolinea, forse la morte – forse sono pentiti, annichiliti, liberati, non sappiamo. Il finale aperto ci appare adatto e riesce forse a superare un dualismo manicheo del quale ha risentito il resto dello spettacolo. Spettacolo che, aldilà delle critiche, ha anche ottimi spunti (ai quali abbiamo accennato), ma che risente forse di un’esagerata voglia di mettere troppa carne al fuoco. L’incubo di Eric potrebbe, a nostro avviso, evolversi, asciugando la drammaturgia, in favore di un’amplificazione dei movimenti scenici e dell’interazione con gli oggetti.
Va infine sottolineato che il Teatro dei Rassicurati di Montecarlo – dove è andato in scena lo spettacolo – è un gioellino.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro dei Rassicurati
via Carmignani 1, Montecarlo (Lucca)
lunedì 25 aprile

VIII LABORATORIO presenta
L’incubo di Eric
regia Andrea Berti
con Vezio Bianchi, Riccardo Ancilloti, Tiziano Rovai

1 commento

  1. Ciao.
    Mi permetto di commentare questa bella (seppur caustica) recensione da lettore interessato, in quando lunedì ho percorso il palcoscenico insieme a Vezio e Riccardo. E devo dire che concordo solo a metà con le cose che sono state scritte.
    Vorrei premettere che, stando dall’altro lato della scena, è molto interessante vedere come questo spettacolo viene vissuto dal pubblico. Da attori non abbiamo (o forse non abbiamo più) una percezione esatta delle emozioni che trasmettiamo sul pubblico, che sono del resto molto eterogenee fra loro. Siamo consapevoli del carico di ferocia, assurdità e delirio che questa messinscena porta con sé, meno facile è capire come il pubblico reagirà; perciò fa comunque piacere leggere ciò che scrivi.
    Venendo alle numerose critiche che muovi allo spettacolo, in apertura definisci i monologhi lunghi, eterogenei e dall’intento troppo eccessivamente “indottrinante”. La durata dei monologhi, ridotta rispetto alla prima messinscena, ci è sembrato il giusto compromesso fra contenuto e forma. Le stesse cose potevano essere dette con la metà delle parole? Sì. A costo di impoverire lo spettacolo, però. Tanto più che la durata del lavoro per intero (un’oretta circa) non ci è sembrata proibitiva.
    Sull’eterogeneità devo anzitutto segnalare che, nella nostra ottica, un filo rosso ci fosse; persino dichiarato nel primo monologo… Quello della paura. Nella sequenza che segue il primo monologo e che precede l’ultimo, vediamo una serie di personaggi portare in scena le loro inquietudini (ipocondria, xenofobia, paura della solitudine, fino alla sottile paura della propria ipocrisia). Detto ciò, l’origine di questa “eterogeneità” che percepisci, e che condivido, è da ricercarsi nel fatto che il nostro materiale di partenza è una raccolta di monologhi totalmente slegati, in cui abbiamo provato ad inserire dei mutui “richiami” (talvolta puramente fittizi): la piscina, il supermarket, gli sci, il medico con la erre moscia, l’uomo d’affari che “giuVa” per citarne alcuni. Forse è un’operazione riuscita solo a metà, o forse era una missione impossibile.
    Venendo al finale c’è qualcosa che evidentemente non è stato afferrato e sul quale potremmo proporci di lavorare: l’ultimo personaggio è proprio Eric, che si è appena risvegliato dal suo incubo (“stamani mi sono svegliato con un mal di testa del cazzo…”). E’ l’unico, infatti, a non rivolgersi ad altri che a sé stesso, è lui a trovare la pistola che l’incarnazione della paura, il primo personaggio, gli ha lasciato. In definitiva, è l’unico personaggio a non risultare totalmente grottesco o incredibile…
    Sul senso di indottrinamento che hai percepito non ho molto da replicare; sicuramente chi viene a teatro per “svuotare la mente” l’incubo di Eric non è lo spettacolo giusto, non era questo il nostro scopo evidentemente. Tuttavia qui non si tratta soltanto di affermare che il mondo è malato; abbiamo anche cercato di proporre una diagnosi di questa malattia, e la disperazione che questa constatazione porta con sé.

    PS: Scrivo tutto questo a titolo personale, senza essermi consultato né con gli altri attori né tantomeno con il regista. Ho mischiato considerazioni personali a cose che ci siamo detti nella fase di preparazione, ma gli altri potrebbero pure dissentire.

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