Il furore di Gadda in Gifuni

«L’atto di conoscenza con che nu’ dobbiamo riscattarci prelude la resurrezione, se una resurrezione è tentabile da così paventosa macerie» (Gadda). Questo è l’assunto che Gifuni – Premio Ubu per miglior spettacolo e miglior attore nel 2010 – celebra, al Teatro della Pergola, con L’ingegner Gadda va alla guerra che, assieme a ‘Na specie de cadavere lunghissimo, scrive l’antibiografia della nostra nazione.

Sul palcoscenico viene trascinata una sedia e la vuota tetraggine comincia ad essere animata da un disegno di luci. Irrompe così Amleto Pirobutirro, l’alter ego gaddiano ne La cognizione del dolore, e Gifuni gioca con la sua follia ricca di metodo per introdurre il racconto intimistico dell’altro folle rigoroso, l’ingegner Gadda.

Sono molte le somiglianze fra i due personaggi: entrambi, nella loro grandezza, erano inabili a vivere in tempi così frenetici, essendo consci delle (davvero) folli storture dei regni danese e italico; storture che fluivano dalle passioni smodate di chi deteneva – o ambiva a detenere – il potere e che si scontravano con la loro razionalità apollinea. Entrambi hanno cercato rifugio nelle parole, che, da sole, sono riuscite a tributare il giusto rispetto alla loro levatura intellettuale. La coscienza del dolore (l’onore tradito, nel caso di Amleto; la prigionia, la perdita della guerra e la morte del fratello, nel caso di Gadda) li ha portati a simulare una forma di pazzia, che Gadda manifesterà addentrandosi nei meandri della lingua italiana come solo Dante prima di lui aveva ardito fare. La sua assoluta libertà d’espressione, lungi dall’essere un gioco intellettuale, si fa denuncia in Eros e Priapo, una specie di trattato psicoanalitico sul culto fascista del fallo scritto nel 1945 in una lingua che ricalca il fiorentino cinquecentesco.

Ma torniamo allo spettacolo: ad Amleto, insomma, subentra il Gaddus dei Diari di guerra e prigionia, scritti sul fronte e durante l’incarcerazione, dopo Caporetto. I passi scelti ci consegnano il ritratto di un uomo nevrastenico, a tratti apatico, solitario, ardente d’amore per la patria, che vigila con solerzia sui suoi soldati e si adira per l’endemica mancanza di responsabilità italica – quella delle pasciute e corrotte autorità cortigiane, non già dei poveri soldati che portano il peso materiale dell’intera guerra. Sul suo temperamento bonario e melanconico influiscono il ricordo ossessivo della madre e del fratello Enrico.

La figura di Gifuni giganteggia, fascinosa, in questi continui cambi di registro e in questa altalena di stati d’animo. Il forte stimolo creativo-conoscitivo che l’attore instilla nel suo pubblico (sembra infatti che solletichi la voce più intima delle coscienze di ognuno) è suffragato dalla rottura della finzione scenica, ossia dai perentori richiami di Gifuni a una platea più o meno rumorosa, dalla quale esige un’attenzione proporzionale all’alto compito che sta portando avanti.

Intanto Gadda, finita la prigionia e saputo che il fratello è morto, toglie le catene alla sua furia linguistica e di analisi: messi da parte i Diari, scritti «in bella copia», si passa al registro ben diverso di Eros e Priapo. L’uomo, che finora ha eroicamente retto il palco, si trasforma in un demoniaco pagliaccio fascista, in un automa tragicomico che balla L’Abissino vincerai (che, effettivamente, è una delle canzoni più demenziali mai scritte: «se l’Abissino è nero gli cambierem colore a colpi di legnate, ohi gli verrà il pallore. Dai dai dai l’Abissino vincerai»). Può così cominciare un’affascinante analisi del fascismo: una fallocrazia in cui la preminenza distruttiva dell’Eros sul Logos aveva ridotto le donne e gli uomini italiani a una schiavitù tanto più vergognosa dal momento che era dettata da una sciatteria irresponsabile, da una fascinazione erotica e da un’adesione sincera alla mendacità di uno sbruffone furbo e violento.

In Gifuni il corpo si fa parola e finalmente la parola torna nel corpo: l’attore accosta una chiarezza espositiva impressionante a uno sforzo fisico sempre maggiore.

Poi, improvvisamente, rompe di nuovo la finzione scenica e si rivolge al pubblico citando nuovamente Amleto («Non è mostruoso che un attore, soltanto per finzione, nient’altro che in un sogno di passione, possa piegare l’anima a un concetto, così che, per effetto di quel sogno, il volto gli si copra di pallore; occhi in lacrime, aspetto stralunato, voce rotta e l’intero suo gestire in perfetta aderenza a quel concetto? E tutto ciò per nulla!… Per Ecuba!»), per intrecciarlo ancora con Gadda; la continuità di linguaggio fra Shakespeare e Gadda è mirabile ed è il risultato della traduzione dell’Amleto di Orazio Costa, linguista ossessivo e maestro di Gifuni. In quest’ultimo appello ci mette in guardia: il delirio narcissico di istrioni attecchisce periodicamente nell’animo (o nel ventre) di noi italiani che, sopiti in un torpore fatto di tanti «io-minchia» e «psicofiche», ci affidiamo mollemente al più minchione di tutti. Corsi e ricorsi storici, insomma.

L’atto di conoscenza da cui siamo partiti sta proprio nel risveglio del nostro Io-critico. Il teatro si fa così veicolo di un impegno civile altissimo, segno che la cultura è l’unica catarsi collettiva esistente. Se poi a portarla a compimento è il genio di Fabrizio Gifuni, non ci si può certo stupire dei cinque minuti di applausi e dell’adunanza di pubblico sotto il palco.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro della Pergola
via della Pergola, 12/32 – Firenze
dal 24 al 29 marzo 2015, ore 20.45, domenica ore 15.45

L’ingegner Gadda va alla guerra
o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro
un’idea di Fabrizio Gifuni
da C. E. Gadda e W. Shakespeare
con Fabrizio Gifuni
regia Giuseppe Bertolucci
disegno luci Cesare Accetta
direttore tecnico Hossein Taheri
direttore d’allestimento e fonica Paolo Gamper
in collaborazione con Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti

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